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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2005-9-7

7/9/2005

Le due Italie economiche

L’Ocse, come tutte le altre istituzioni che emettono periodicamente previsioni macroeconomiche, ha rivisto al rialzo la stima della crescita del Pil italiano per il 2005: da meno 0,6% a più 0,2. Tali dati confermano il sollievo provato quando abbiamo visto la crescita del secondo trimestre: più 0,7%. Siamo in stagnazione, ma ben lontani dalla catastrofe. Tuttavia, è da 15 anni che l’Italia cresce circa la metà dell’Europa e questa la metà degli Usa. Come è possibile una tendenza così costante essendo cambiati nel frattempo il mondo ed i governi?

Due risposte possibili. L’Italia è in una situazione di declino strutturale piuttosto omogeneo che si manifesta come periodo prolungato di stagnazione dove si consuma la ricchezza del passato senza rinnovarla. Alla fine vi sarà un salto verso il basso e il sistema nazionale si riequilibrerà a livelli minori di ricchezza diffusa. E’ così? Non sembra. Metà, semplificando, delle unità economiche italiane mostrano vitalità e capacità competitiva, l’altra metà no e vivacchiano o muoiono. L’analisi per aree territoriali mostra un’immagine simile: pezzi d’Italia vanno meglio dell’America, altri sono un disastro. Tale immagine esclude il declino generale e propone un altro motivo per spiegare una stagnazione che dura da  quindici anni. Ci sono due Italie economiche. La prima ha piene capacità di adattarsi al mondo che cambia e così ha fatto nel recente passato e continua a fare. Imprese, piccole e medie, che innovano e competono con successo globalmente. Professionisti che tengono le loro prestazioni al passo dei tempi. Artigiani che adattano alle nuove opportunità la loro offerta. Ecc. Poi c’è un’altra Italia che è abituata al mercato protetto o si trova in settori che sono oggettivamente svantaggiati dall’evoluzione del mercato globale. La prima riesce a prevalere per numeri di ricchezza creata, ma non al punto da compensare pienamente quella cedente. Il punto: stiamo stagnando perché c’è un’Italia che tira benissimo ed un’altra che non si muove o lo fa male oppure poco. O non ci riesce. La sintesi macrostatistica è sempre la medesima: bassa crescita. Ma concorderete con me che c’è una bella differenza tra un andamento omogeneo ed uno che è frutto di due tendenze opposte. La brutta notizia è che c’è tanta Italia lenta – settori economici arretrati, territori svantaggiati, finte imprese con denaro pubblico – che frena quella veloce. La buona è che la seconda comunque tende a prevalere nei numeri che formano la ricchezza complessiva e che si mostra capace di autoriforme competitive man mano che si rendono necessarie. Tale lettura, che non si vede dai dati aggregati o troppo sintetici, dovrebbe essere studiata più a fondo e produrre conseguenze. La prima è che se si vuole crescere di più bisogna permettere a chi è più forte e moderno di volare. Significa mettere in priorità la detassazione sulle imprese e tutte le misure che rafforzino i forti, per esempio facilitare le acquisizioni per ingrandire le aziende. La seconda, per i territori, è che un’Italia così differenziata non può restare ingabbiata entro regole fiscali e salariali omogenee. Le aree più lente e povere devono poter competere con un vantaggio sistemico, quelle più ricche devono poter usare più risorse per rinnovare la competitività territoriale. La terza è che sarebbe certo come la morte l’esito di un’eventuale politica economica di sinistra: manterrebbe in vita l’Italia lenta e ridurrebbe quella veloce facendo finire l’effetto compensazione della seconda e, quindi, anche quel po’ di crescita che spuntiamo in queste condizioni. Forse anche per questo non trovate tante descrizioni delle due Italie economiche: non piace alla sinistra l’immagine di un’economia italiana retta prevalentemente dalla piccola impresa della costa adriatica e dell’area lombarda, con qualche bella chiazza in Emilia, le grandi aziende sindacalizzate, Finmeccanica a parte, nei guai più o meno grossi, tutto il resto mantenuto da questi. Almeno si sappia che la causa della stagnazione e della difficoltà politica a risolverla sta nel fatto che c’è un’Italia che produce ed una che vive sulle sue spalle.

(c) 2005 Carlo Pelanda
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