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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2005-4-24

24/4/2005

Il popolo del mercato

 Auguri al nuovo governo, ma c’è nei motivi della sua formazione un brutto segnale, o per lo meno ambiguo, per la componente liberalizzante della Casa delle libertà. Il popolo del mercato sta fremendo perché vede il suo campione, Berlusconi, ingabbiato da logiche frenanti alle quali si ribella, ma a cui non riesce a sottrarsi. Tale tensione non fa notizia perché chi crea ricchezza non sciopera, nemmeno si lamenta. Ma ciò che pensa e sente determinerà la vittoria o la sconfitta della Casa. Va detto che è altrettanto importante ciò che pensa e sente il popolo dei tutelati i cui interessi sono rappresentati da An ed Udc. La Casa, infatti, è un luogo di bilanciamento tra chi privilegia le garanzie e chi più libertà nel mercato, mentre la sinistra rappresenta esclusivamente, ed illusoriamente, gli interessi dei primi. E la forza politica della coalizione si basa proprio sulla capacità di creare un equilibrio tra i due interessi, rendendoli compatibili. Qui il punto: la compressione della spinta innovativa e liberalizzante di Berlusconi è un segnale che tale bilanciamento sia saltato a danno del popolo del mercato. Non ancora in forma grave, ma gli indizi sono sufficienti per lanciare un avvertimento.

 Permettetemi, prima, una introduzione che potrebbe sembrare lapalissiana. Ma c’è una parte della società italiana di cui non si parla quasi mai, anche perché questa non chiede aiuti alla politica, ma solo lo spazio per poter lavorare. E per questo i politici, pressati da minoranze rumorose e questuanti, tendono a sottostimarne la rilevanza. E’ il popolo del mercato. E’ fatto di milioni di imprenditori, professionisti, artigiani e commercianti. Sono gli individui che creano direttamente ricchezza. Spinti dall’ambizione di essere indipendenti, dotati psicologicamente di un’alta propensione al rischio, alla vita attiva, all’auto-apprendimento di competenze. Sono il cuore pulsante della nazione che, battendo, fa scorrere il sangue nel suo corpo. Prendono a prestito il capitale fermo nelle banche e, grazie alla loro iniziativa, lo moltiplicano creandone di nuovo e diffondendolo a tutta la società in forma di opportunità economiche e di posti di lavoro. Come se fossero un salvadanaio magico: metti un euro nella mano di un uomo o donna “del mercato” e questo/a lo raddoppia. Tali individui sono circa il 20% della società italiana e ne costituiscono il motore. La maggior parte di loro ha votato Forza Italia nel 2001 – parecchi la Lega, pochi i cristiano democratici, pochissimi An - perché ha visto nella sua offerta politica una credibile speranza di togliere i pesi che soffocano il ciclo della ricchezza. E, come nel 1994, questa parte di italiani ha fornito il vento che ha gonfiato le bandiere alzate da Berlusconi. Che, salve le sue rimarchevoli qualità propulsive e compositive, è in realtà un prodotto del popolo del mercato. Infatti il tratto principale del cosiddetto “berlusconismo” non è tanto il fenomeno di semplificazione nei piani alti del palazzo della politica (bipolarismo, post-consociativismo, ecc.), ma quello della creazione di un partito che, per la prima volta in Italia, rappresenta più direttamente gli interessi del popolo che crea ricchezza. Tale fenomeno, poi, ha portato nella politica quello della (tentata) semplificazione, efficienza ed efficacia dell’azione di governo. In particolare, il “berlusconismo”, visto in modo non-politichese, è una formula politica che lascia più spazio al mercato senza compromettere la socialità dello Stato. Mentre la DC, tra il 1947 ed il 1992, generò un modello politico troppo sbilanciato sul lato dell’assistenzialismo. Lo fece per la necessità di rappresentare interessi diversi, dove quelli statalisti trovarono più voce e pressione. Berlusconi, invece, è riuscito a costruire un partito interclassista che soddisfa sia gli interessi solidaristici sia quelli, semplificando, liberisti. E mettendolo al centro della coalizione è riuscito ad influenzare con tale contenuto, e per un certo periodo, anche Udc ed An, più marcatamente assistenzialisti. Ora il popolo produttivo è sconcertato nel vedere che gli stessi alleati di FI, oltre ovviamente alla sinistra, annunciano e perseguono “la fine del berlusconismo”. Perché ai loro occhi significa che starebbe per finire la possibilità di ottenere una rappresentanza politica dei loro interessi ben bilanciata con quella degli italiani che lavorano come dipendenti pubblici, salariati, o che ritengono di aver bisogno di protezioni speciali. Tale timore è stato confermato, dal 2003 in poi, quando si è visto che Berlusconi è stato rallentato nella sua azione di detassazione, segno che la sua forza innovatrice stava cominciando ad essere ingabbiata. Il popolo del mercato freme per tali motivi, ma anche tace perché non riesce ancora a capire se sia finito il sogno oppure se la speranza possa essere rinnovata. Se la tensione provocata dal dubbio scoppierà in pessimismo non vi sarà più il vento, le bandiere di FI non saranno gonfiate, e tutta la Casa non troverà il consenso sufficiente per vincere le elezioni. Perché An e Udc, lo si vede nei dati, non raccolgono il voto del popolo produttivo. Se, invece, un qualche segnale farà tornare la speranza alla gente del mercato, allora il vento soffierà perfino più forte di quello del 2001. Spero che l’avvertimento sia chiaro e che trovi conseguenze nel programma concreto del “nuovo” governo: salve le tutele, giù le tasse, il più possibile, priorità  per quelle sulle imprese. Il politico che proverà a sabotarlo non verrà mai più perdonato.

(c) 2005 Carlo Pelanda
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