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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2005-3-9

9/3/2005

Disordine flessibile

  Non c’è ancora accordo tra i 25  sulla formula di revisione del Patto di stabilità, ma comunque si è delineata una tendenza che ha trovato consenso tra le dodici nazioni (eurogruppo) dell’eurozona: restano i parametri originari e si attutiscono le sanzioni nei casi di loro violazione. Se non salta tutto, è probabile che alla fine i governi cercheranno la quadra entro la linea di tendenza detta. Che quindi possiamo già iniziare a valutare in relazione all’interesse sia italiano sia generale.    

 Di fatto, le nazioni avranno il permesso di sfondare il tetto di deficit annuo, 3% del Pil,  in base ad una serie di motivazioni ammesse che inibiranno le sanzioni e allungheranno i tempi di riequilibrio finanziario obbligatorio. L’interesse prioritario italiano è quello di capire quanto spazio di bilancio ci verrà dato da tale formula. Non tantissimo, ma se per detassare, dovessimo andare in un deficit temporaneo, per dire, del 3,5%, grazie alla nuova regola nessuno potrebbe dirci nulla. In soldoni, significa che dovrebbe essere meno faticoso trovare, per esempio, 12 miliardi per sostenere una detassazione di analogo volume nel 2006 e negli anni successivi. In tal senso la linea delineata appare vantaggiosa per noi. Ma per confermarlo dovremmo essere sicuri che il “fattore debito” non ci riduca tale spazio di flessibilità. Parigi e Berlino, inizialmente, avevano proposto l’idea che chi avesse meno debito potesse ricorrere di più al deficit annuo, mentre le nazioni con debito stellare sarebbero state sottoposte a vincoli più stretti. Perché, ovviamente, ogni aumento di deficit annuo fa aumentare il debito nazionale complessivo. Ma tale criterio è stato cancellato nella sua forma di automatismo che ci avrebbe tolto da una parte la flessibilità conquistata da un’altra. Tuttavia, in qualche modo il debito peserà nelle valutazioni a posteriori e – pare - discrezionali degli sfondamenti di deficit. Quanto? Non si riesce a capirlo da un’analisi esterna, ma sarebbe il caso di chiarirlo. Inoltre, anche nel caso migliore dove la Commissione non ci romperà più le scatole oltre misura se accenderemo – moderati - deficit stimolativi fuori parametro, chi ci assicura che le agenzie di rating non declassino il nostro debito facendo così aumentare il costo del suo servizio, cioè degli interessi dei titoli di Stato? Se avvenisse, perderemmo su tale lato più soldi di quanti ne guadagneremmo con la nuova flessibilità. E per evitarlo dovremo in ogni caso mostrare la capacità sovrana di rendere il debito decrescente, vendendo patrimonio, nonostante il possibile aumento provvisorio dei deficit. Pertanto la formula delineata di revisione del Patto a noi potrebbe andare bene, ma, francamente, ci cambierebbe poco le cose: guadagneremmo uno spazio di deficit tra i 6 ed i 12  miliardi annui che potremmo recuperare comunque, e più sanamente, tagliando la spesa. Ma se consideriamo lo scenario più generale generato dalla tendenza, la valutazione si fa ancora più problematica. In sostanza, il Patto viene riformato, semplicemente, facendogli perdere rigore. I deficit ed i debiti delle nazioni potranno aumentare per anni, con loro l’inflazione, senza più un limite chiaro e credibile. Questo vuol dire che l’euro perderà una parte del suo substrato di stabilità e ciò ne farà prima o poi scendere il valore di cambio. Non capisco come la Bce possa accettare uno scenario del genere. O pensa che una svalutazione competitiva dell’euro alla fine possa rilassare le pressioni di sfondamento sul Patto grazie alla maggior crescita dell’export oppure sta meditando di contenere il disordine finanziario a colpi di rialzo dei tassi. I governi destrutturano il Patto, ma la Bce li manda in recessione. Questa è un incognita che andrebbe chiarita. Ma, in  generale, si può prevedere che la non volontà o possibilità di fare le riforme di efficienza entro gli Stati porterà alla svalutazione della moneta e a governare con l’inflazione. Con il pericolo, appunto, che la Bce debba contenere il disordine finanziario alzando i tassi, quindi anche gli interessi sul debito, i mutui, ecc., per noi una catastrofe. Inoltre, il peggioramento delle condizioni generali dell’euro potrebbe rendere più cattive le valutazioni di rating sul debito italiano anche se noi virtuosi. Dovremmo valutare se questo prezzo per la flessibilità valga la candela. Personalmente, pur ritenendo prioritari la elasticizzazione dell’eurogabbia ed un riequilibrio del valore di cambio dell’euro,  non me la sentirei di prendere questo rischio. La flessibilità di cui abbiamo bisogno deve essere “qualificante” e non “destrutturante”. Esempio della prima sarebbe l’ammettere un deficit solo per sostenere temporaneamente una riduzione fiscale. Oppure portare a zero il deficit di spesa corrente ed accenderne un altro fatto solo di investimenti chiaramente di sviluppo (Golden rule), comunque non oltre il limite del 3%. Ho sempre inteso in tal modo la flessibilizzazione del Patto e penso che anche Berlusconi volesse una flessibilità qualificante e non destrutturante nella lettera che sollecitò la riforma. Lo segnalo per sollecitare una riflessione al governo prima del 22 marzo quando dovrà prendere una decisione finale in materia: flessibilità sì, ma non un disordine che ci farebbe rimpiangere la lira e, forse, far venir voglia di riaverla abbandonando un euro ormai evidentemente fallito. 

(c) 2005 Carlo Pelanda
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