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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2004-9-22

22/9/2004

La trappola dell’agenda

 Chi ha voluto che fosse definita una data precisa, e molto ravvicinata, per le elezioni in Irak ha costruito - alcuni volontariamente altri senza intenzione - una trappola. Perché fornisce un obiettivo altrettanto preciso al nemico. Cosa che gli permette di organizzare con molta efficienza le poche risorse residue per cercare l’effetto massimo: poco più di quattro mesi di offensiva per ottenere che entro il gennaio del 2005 le elezioni vengano rinviate o disertate per la mancanza di condizioni sufficienti di sicurezza. Questo è il suo piano. Che si combina, indirettamente, con quello degli attori internazionali ostili agli Stati Uniti -  Francia ed altri - che hanno imposto una “condizione di vittoria” il più difficile possibile: elezioni subito. Probabilmente con la speranza di incastrare l’America, noi e gli inglesi,  in una sconfitta politica vista la difficoltà nel farle a breve. Bush ed alleati dovettero accettare la trappola per avere in cambio il consenso alla risoluzione Onu che nel giugno scorso diede piena legittimità formale all’iniziativa in Irak, allora priorità assoluta. Molti analisti sono preoccupati della situazione sul campo. Ma trovo più preoccupante, invece, il problema dell’agenda. Che vorrei qui valutare.

 Mi ha insospettito l’intervista data da Kofi Annan alla BBC qualche giorno fa, evidentemente chiamata e pilotata. Ha dichiarato che la decisione di invadere l’Irak non era legittima in base alla risoluzione Onu al tempo in vigore. Blair gli ha risposto per le rime, ma non è questo il punto. Lo è il fatto che ha agganciato a questa dichiarazione un’altra che esprimeva seri dubbi sulla possibilità che si svolgessero le elezioni in Irak ai primi del 2005 vista la poca sicurezza. Questo secondo era il messaggio principale, il primo un “rinforzo”. In sostanza, ha detto che l’Onu non vorrà esserci nel momento elettorale. E allora? Qualora le elezioni si svolgessero in condizioni di emergenza, per esempio non in tutti i distretti, e si aprisse un problema di loro validità, l’Onu non potrà né certificare né invalidare perché assente. Probabilmente Annan ha solo voluto togliersi preventivamente dai guai trovando dei motivi – illegittimità e pericolosità - di estraneità dell’Onu alla situazione in Irak. Ma ciò indica, a parte l’ennesima conferma che il personaggio non è adeguato al ruolo, quale battaglia politica, interna ed esterna, potrebbe scatenarsi attorno alle elezioni irachene ed alla loro agenda. Odore di trappolone, appunto. Il che porta a valutare quale sia la flessibilità per poterle rinviare e l’opportunità di farlo. Va detto che la conduzione americana aveva predisposto la trappola definendo già nel 2003 il 2005 come anno elettorale. Perché i regimi dell’area islamica amica avevano fatto capire, e Mubarak lo ha recentemente ripetuto a chiare lettere, che potevano dare una mano in Irak solo se questo fosse stato un Paese indipendente e non occupato. Ciò fu ed è sensato. Ma nello scenario contingente, qui il punto, c’è una bella differenza tra gennaio e, per dire,  novembre 2005. Lo spazio di pochi mesi, infatti, può modificare le situazioni sul campo. L’insorgenza, pur alimentata da iraniani e siriani oltre che da al Qaeda, non ha molte risorse e le sta esaurendo.  Quindi spostargli l’obiettivo più avanti, pur entro il 2005, le porrebbe un serio problema di tenuta dell’offensiva e lascerebbe più tempo utile a reprimerla. Ma c’è politicamente un tale spazio? Al momento no. Gli Stati e movimenti antiamericani prenderebbero il ritardo, pur irrisorio e motivato, come occasione di offensiva politica, piuttosto pericolosa per la credibilità della coalizione e del governo provvisorio e, quindi, per il consolidamento della democratizzazione. Problema grave perché c’è un ritardo notevole di ordinamento dell’Irak, per esempio nella costruzione delle forze di polizia oltre che in quella di infrastrutture basiche quali l’acqua ed altre. Che può essere probabilmente risolto in otto mesi, evitando alcuni errori fatti finora, più difficilmente in quattro. Cosa fare? Ci sono certamente ragioni per cercare di spostare più avanti l’agenda elettorale irachena, per esempio nel dicembre 2005, e molti nel campo della coalizione lo stanno proponendo sottovoce. Ma tutto il mondo ormai aspetta la data di gennaio, o giù di lì, per determinare la vittoria o la sconfitta dell’iniziativa alleata in base alla sua capacità di fare le elezioni entro quell’agenda. Per tale motivo è razionale prendere il rischio di indirle nel tempo fissato, accelerare ed intensificare il più possibile la repressione della guerriglia. In sintesi: giocarsela tutta proiettando nei prossimi quattro mesi il massimo di potere ordinativo, saltare la trappola con un balzo.  Questa è la raccomandazione tecnica. Ma a voi lettori chiedo, con il cuore: è mai possibile che non si formi un movimento di opinione che provi simpatia per gli iracheni impegnati nel processo democratizzante e che muoiono per realizzarlo? E’ mai possibile che sulla loro pelle si facciano giochini geopolitici? E’ mai possibile che l’Onu – alle cui strutture  l’Italia fornisce centinaia di milioni - sia così vigliacco da non impegnarsi per la gente dell’Irak? E’ mai possibile che di fronte al sangue dobbiamo preoccuparci di agende invece che di sostanza? Lo chiedo perché se cominciassimo a mostrare con più forza e voce popolare che vogliamo la democrazia in Irak gliela potremmo dare con meno complicazioni.  

(c) 2004 Carlo Pelanda
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