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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2004-8-10

10/8/2004

Quota 50 miliardi

Andiamo al punto. L’indagine condotta da il Giornale, individuando sprechi scandalosi nelle amministrazioni pubbliche, mostra che c’è una riserva di spesa inutile che potrebbe essere sia tagliata per coprire la riduzione delle tasse sia impiegata per investimenti pubblici veramente utili. Ma tale informazione ne chiama un’altra: quanto, centinaia di milioni o decine di miliardi? I giornalisti investigativi hanno scoperto che il fenomeno degli sprechi è vastissimo. Ora tocca agli specialisti delle politiche di bilancio ed agli economisti quantificare le risorse ricavabili da azioni antispreco. Per sollecitare questi colleghi farò qui un’ipotesi provocatoria: potremo risparmiare almeno 50 miliardi  di euro “strutturali”, 20 di puri sprechi evitabili, altri 20 di spesa riducibile grazie a nuovi strumenti di efficienza gestionale e 10 derivanti da uno sfruttamento più remunerativo del patrimonio pubblico.  

Teoria. L’Italia ha quattro punti di blocco: poca crescita per troppe tasse, divieto esterno di ridurle ricorrendo al deficit, debito storico stratosferico, perdita della sovranità monetaria. Lasciate stare gli insulti – pur sacrosanti - a chi nel passato mise l’Italia in questa trappola: il vecchio centrosinistra che, dal 1963, generò il terzo debito statale, per volume, nel mondo e quello nuovo che dal 1996 al 2001 cedette senza negoziare salvaguardie nazionali la sovranità monetaria e di bilancio dell’Italia. Ormai non si può tornare indietro. Quindi si dovrà fare crescita senza le condizioni di sovranità economica che ne sono la premessa, in particolare la facoltà di accendere deficit per coprire la detassazione competitiva. Ci resta una sola via d’uscita: trovare nel patrimonio pubblico le risorse per abbattere il debito che soffoca qualsiasi nostro futuro e ricavare da risparmi nel bilancio statale annuo quelle utili a coprire la riduzione delle tasse. In sintesi, possiamo solo, e pertanto dobbiamo, far fruttare meglio quello che già abbiamo. Dal 2001 in poi tale logica è al lavoro sul piano del miglior uso del patrimonio, cioè dei beni posseduti dallo Stato. Tremonti ha portato nelle politiche in materia strumenti innovativi per valorizzarli, per esempio le cartolarizzazioni.  Il bravo Siniscalco ne sta completando il censimento – mai fatto in precedenza ed invocato su queste pagine fin dal 1997 – in modo da poter sapere cosa vendere. Dati provvisori: il patrimonio è di gran lunga superiore al debito (106% del Pil). Del primo almeno 300 miliardi sono alienabili, di cui 40-50 in tempi relativamente brevi (immobili, azioni, concessioni, ecc.). Ma questi verranno impiegati per abbattere una quota di debito – anche per obbligo di legge - e non potranno essere utilizzati a sollievo del bilancio annuale  dello Stato. Quindi per ottenere risparmi utili alla detassazione bisognerà, appunto, ridurre gli sprechi e prendere più profitti dalla gestione del patrimonio. Gli sprechi possono essere divisi in tre categorie: (a) clientelari; (b) per assenza di controlli di gestione; (c) per mancanza dell’innovazione che permette di fare le stesse cose a minor costo. Stimo che la prima categoria, estendendo i dati riferiti nelle inchieste, valga circa 8 miliardi di euro. La seconda, per esempio tre fotocopiatrici in ufficio quando ne basterebbe una, potrebbe valere sui 12 miliardi in base ai dati sui costi amministrativi degli enti statali e locali. Ma altri 20 sono certamente risparmiabili applicando le nuove tecnologie dell’informazione ed organizzazione ai processi burocratici e di gestione dei servizi pubblici: forniture integrate, affidamento ad aziende private esterne (outsourcing) di funzioni, controllo computerizzato del rapporto costo/efficacia di ogni operazione, ecc. Tali innovazioni sono già state sperimentate negli Usa e nel Regno Unito con esiti strepitosi di risparmio nei sistemi sia privati sia pubblici. Ho chiesto i dati relativi ad AT Kearney - una società di consulenza specializzata in materia, che ringrazio per la disponibilità  -  ed ho cercato di valutarne le applicazioni da noi. Con poche variazioni di legge e regolamenti si potrebbe aprire l’amministrazione pubblica all’alta tecnologia e, calcolando in sottrazione le fisiologiche resistenze, sono usciti comunque 20 miliardi di risparmi realizzabili in pochi anni. Il governo è lanciato già su questa strada con programmi sperimentali che, però, sono solo una piccola parte di tutto il repertorio innovativo evoluto di recente. Bisogna credere di più a tali possibilità tecnologiche e si troveranno certamente soluzioni sorprendenti per efficacia ed efficienza. In concreto, per esempio, Baldassarri – viceministro con delega per il Bilancio -  le sta studiando a fondo e mi ha confermato in una conversazione telefonica le sensazioni di fondo qui riportate. Infine, una parte del patrimonio è inalienabile (musei, spiagge, parchi naturali, ecc.), ma può essere data in affitto a privati perché ne ricavino maggiori valori. Un calcolo iniziale porta sotto tale capitolo almeno 10 miliardi, in prospettiva, da mettere nell’attivo del bilancio annuo e che ora non ci sono. In conclusione, pur consapevoli tutti noi delle difficoltà di innovare e moralizzare l’amministrazione pubblica, “quota 50” pare effettivamente alla nostra portata. E la scalata comincia facendo pressione contro i politicanti che buttano i nostri soldi, grazie Giornale.

(c) 2004 Carlo Pelanda
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