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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2004-7-5

5/7/2004

Berlusconi resti all’Economia

Andiamo diritti al punto: sia Berlusconi a tenere il ministero dell’Economia con la missione di realizzare la riforma fiscale. Perché solo lui ha la forza politica e la volontà certa, avendo preso un impegno contrattuale assoluto con gli elettori, per riuscirci. Altri, pur bravissimi tecnici, non avrebbero tali caratteristiche. Monti ha la stima di tutti noi, ma avrebbe la determinazione o la forza per superare gli ostacoli di una riforma difficilissima? No, e ripeto non per mancanza di capacità tecnica, ma perché solo un politico caricato di una fortissisma legittimazione può modificare il contratto fiscale della nazione, il cuore del modello dello Stato. Quindi non si prenda in giro l’elettorato liberalizzante della Casa, che tra l’altro non ama i ghirigori e lo stile di questo articolo vuole rappresentare proprio questo: se Tremonti non ritorna, e non vedo come possa dopo quanto successo, solo Berlusconi può eseguire il contratto. Tenga l’interim dell’Economia, signor Presidente del Consiglio, fino a quando non sarà approvata la riforma fiscale e tutte le misure che ne rendono possibile la realizzazione. Poi scelga pure, ovviamente assieme agli alleati, un bravo tecnico che gestisca gli importanti e difficili dettagli. Ma l’impulso solo lei può darlo.

L’articolo sarebbe finito qui perché, per le questioni di vera sostanza, il punto è quello detto. Ma sarei curioso di sapere cosa pensano di fare gli altri condomini della Casa. Fini ha certamente vinto una battaglia politica, si è dimostrato un leader con testosterone, ma finita l’estasi fisiologica penso che anche lui si chiederà come si va avanti. Dove l’alternativa è: o si varano le riforme secondo contratto oppure si riconsegna l’Italia ad una sinistra, che la devasterà, perché il centrodestra si spappolerà, o comunque perderà entusiasmo. Ma ha pensato a chi mettere al posto di Tremonti dopo averlo fatto fuori? Monti, forse? E si torna al punto detto sopra. Quindi? O ci prova Fini stesso – opzione che non voglio escludere, ma a naso gliela sconsiglio per il suo stesso bene e per quello della coalizione – oppure anche lui dovrà chiedere a Berlusconi di togliere le castagne dal fuoco. La stessa linea di ragionamento vale anche per l’Udc, pur meno profilato nella vicenda. E vale, pur per diverse motivazioni – garanzia delle riforme – per la Lega. Cari amici, se siete politici raffinati come vi atteggiate, anche voi concluderete che dovete affidarvi a Berlusconi come leader di ultima istanza: solo lui, criticabile quanto volete per impoliticità (che noi popoloproduttisti per altro adoriamo, uno di noi) e tratti personali, alla fine ha la fisionomia politica per salvare baracca e burattini. Ma non voglio essere polemico oltre misura perché anche i leader di An e dell’Udc hanno una ragione dalla loro: in effetti non si può cambiare il contratto fiscale della nazione senza una grande costruzione del consenso. Mi spiace che Tremonti, alla fine, sia saltato per una poca chiarezza sulla teoria di fondo, carattere a parte.  La riforma fiscale richiede una composizione tra la visione tecnica e politica del liberismo e quella delle tutele sociali. Cioè un bilanciamento tra esigenze di rilancio dell’economia attraverso cambiamenti ed il mantenimento delle garanzie essenziali mentre si fanno. Tale idea può essere resa con il termine di “liberismo sociale”. I liberisti Doc non me lo perdonerebbero mai (e non lo hanno fatto quando lo scrissi nel libro lo “Stato della crescita” e più volte qui) perché ritengono  che il liberismo non abbia bisogno di aggettivi: è già sociale di per se perché aumenta per i più la probabilità di ricchezza, del capitalismo di massa. Ma i fatti mostrano che un aggettivo ci vuole perché è necessaria una fase intermedia tra sistema protetto ed uno liberalizzato dove i cittadini hanno più opportunità, ma anche più responsabilità nel provvedere a se stessi a cui non stati abituati nel nostro modello storico di società. In realtà il programma della Casa ha già questo impianto di liberismo sociale in origine. Tuttavia non ha definito bene come bilanciare garanzie ed efficienza, in dettaglio. Se per farlo ci vuole collegialità allo scopo di comporre gli interessi liberalizzanti e quelli sociali, allora ben venga. E ben venga una riorganizzazione del ministero dell’Economia, e dintorni, che si presti a tale armonizzazione. Ma se la parte liberista si apre a questa prospettiva, allora anche quella sociale deve fare uno sforzo nell’aprirsi di più all’idea di una società più liberalizzata e meno statalizzata. Tecnicamente è possibile, lo si deve realizzare anche politicamente. Come? Definendo un sentiero a tappe per la riduzione delle tasse che bilanci il requisito di stimolazione dell’economia con quello del mantenimento di tutele speciali oltre a quelle essenziali, possibilmente senza sfondare oltre misura i parametri europei di stabilità. Non sarà una missione facile né sul piano delle dottrine e modelli né su quello della politica “politicata”. Ma proprio per questo non c’è altra alternativa che chiedere a Berlusconi - non perché “imperator”, ma nel suo essere  l’unico “luogo politico” dove è possibile comporre liberisti e sociali – di restare all’Economia fino a che sarà necessario.

(c) 2004 Carlo Pelanda
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