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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2004-6-1

1/6/2004

La guerra negata

Molte nazioni europee sono sotto attacco terroristico diretto, i loro cittadini vengono uccisi dappertutto nel globo, ma l’Unione Europea, a parte un labile coordinamento tra servizi segreti, non ha ancora attivato una difesa comune – interna, proiettiva e di protezione civile - contro il terrorismo di fonte islamica. Ciò è sorprendente e preoccupante: di fatto l’Unione non vuole riconoscere lo stato di guerra, e la terribile minaccia che incombe sugli europei, nonostante l’evidenza. Perché? 

Per rispondere è necessaria la comprensione della strategia del nemico, in particolare quella nei confronti dell’Europa. Il piano, elaborato da al Qaeda nel 1991 ed iniziato operativamente nel 1993, è quello di creare un grande califfato fondamentalista, poi da estendere al globo, mettendo al potere nel più possibile di Paesi islamici nuove èlite insorgenti che sostituiscano quelle attuali. Le prime sono caratterizzate da ambizioni ed estremismi in qualche modo simili – solo per capirci - a quelli dei fascisti reduci dai campi della 1° Guerra mondiale. Infatti il nucleo direttivo di al Qaeda è formato da guerriglieri che combatterono (efficacemente) contro i sovietici in Afghanistan negli anni ’80. Il loro piano ha la forma di una manovra a tenaglia. Da un lato, impiantare in ogni nazione rilevante dell’Islam, e del pianeta, gruppi di guerriglia  e cellule politiche per rovesciare i regimi moderati. Con la priorità di conquistare Arabia e Pakistan per dotarsi dei tre poteri fondamentali: simbolico (Mecca), economico (petrolio) e militare (le armi nucleari pakistane). Ma entro la logica di cogliere qualsiasi opportunità per conquistare “terreno amico” dove addestrasi e rafforzarsi. Per esempio: la guerriglia somala (1993), la conquista talebana di Kabul (1996), l’offensiva terrorista in decine di Paesi (oggi). L’altro lato riguarda il fatto che il maggiore ostacolo a questo piano è costituito dal sostegno occidentale ai regimi islamici moderati. Per tale motivo la guerra civile intraislamica si è estesa a noi: per far capire ad Usa ed europei che il loro intervento nell’area islamica costerebbe un prezzo enorme. Questo – oltre a quello pubblicitario per fini di reclutamento - è il segnale dato l’11 settembre 2001. Ma accompagnato da un altro che costituisce il “dilemma europeo”: al Qaeda ha sempre segnalato, e continua a farlo con mezzi sia riservati sia pubblici, che gli europei non verranno toccati se staranno fuori dai giochi intraislamici e se non seguiranno gli Usa. E tale azione di divisione dell’Occidente via differenziazione dei segnali dissuasivi sta funzionando: gli europei si sono divisi tra chi di fatto accetta un compromesso con i fascisti islamici e chi no. Non è successo subito. Francia e Germania parteciparono alla guerra di liberazione dell’Afghanistan contro al Qaeda per non farsi accusare di slealtà dagli americani a “torri” ancora fumanti. Ma con il chiaro intento di restare aperte  a un qualche intendimento segreto con le èlite islamiche insorgenti per scambiare la propria sicurezza con una posizione neutrale. E la guerra contro Saddam diede a Parigi e Berlino la scusa morale perfetta per tirarsi fuori. Il punto: l’Unione Europea non è mobilitata perché Francia e Germania  hanno l’interesse a tenerla sospesa a metà tra lealtà occidentalista e compromesso con gli insorgenti islamici. Per tale preciso motivo l’Unione, influenzata dalla dominanza franco-tedesca, non vuole riconoscere lo stato di guerra e le relative conseguenze di mobilitazione. Se lo riconoscessero, Francia e Germania dovrebbero agire di conseguenza attivando contromisure anche offensive, o di difesa attiva, e permettendo alla Nato di attuarle. Ma così facendo si esporrebbero alle ritorsioni di al Qaeda. Per altro, Francia, Germania e la Spagna di Zapatero non possono esagerare nel neutralismo per non scatenare la ritorsione americana contro il tradimento. E per questo la prima collabora strettamente con gli Usa nel Corno d’Africa (Gibuti), la Germania in Afghanistan, come per altro farà la terza. E in sede Onu non ostacoleranno troppo la risoluzione sull’Iraq, anzi la Germania aiuterà. Tali comportamenti vogliono comunicare che il problema è la guerra all’Iraq e non il neutralismo. Ma non è vero. Al Qaeda, con grande abilità politica, ha posto come condizione non la rottura totale con gli Usa né tantomeno l’abbandono di altre operazioni. Ha “solo” chiesto il non intervento in Iraq ed una postura neutrale dell’Unione. Parigi, Berlino e, ora, Madrid stanno esattamente rispettando tale compromesso. Per questo l’Europa si trova nella condizione di essere attaccata senza che dichiari la mobilitazione per una difesa integrata. Ho cercato di spiegare in poche righe uno scenario molto più complicato e mi scuso con gli specialisti per le semplificazioni fatte. Ma spero basti ai lettori per alimentare una riflessione di fondo: siamo proprio sicuri di voler siglare una costituzione vincolante con una Francia che paga politicamente – forse anche in modo sonante - sottobanco Osama, con una Spagna che scappa, con una Germania così “leggera”? Non voglio criminalizzare Parigi ed altri perché anche Roma, nel passato, pagò i terroristi palestinesi per sviarne i colpi. Non siamo innocenti e non accusiamo. Ma può l’Unione Europea formarsi in tali condizioni di ambiguità? No, ci vuole prima un chiarimento.

(c) 2004 Carlo Pelanda
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