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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2004-5-25

25/5/2004

La svolta della fiducia

Il compito di un commentatore, in particolare se di mestiere fa il ricercatore, è quello di estrarre ed argomentare dal groviglio dei fatti una tendenza più probabile e suggerire una linea di opinioni ed azioni conseguente. Ora ai lettori interessa capire se la coalizione occidentale, di cui l’Italia è tra i protagonisti, ce la farà ad ordinare l’Irak e ad installarvi un precursore di democrazia o se fallirà come profetizzano, e forse per questo sciaguratamente lo sperano, le sinistre. Vi do prima la risposta, poi gli argomenti: c’è stata una svolta che ha invertito le tendenze negative degli ultimi mesi e ha rialzato enormemente le probabilità di successo.

Quale svolta? Dal marzo scorso la coalizione a guida statunitense si è trovata di fronte a tre problemi: un incremento della guerriglia che la ha colta di sorpresa; un piano di trasferimento dei poteri che non si dimostrava adeguato ad incanalare tutta la complessità del futuribile sistema politico iracheno; e che non riceveva il sufficiente consenso internazionale per diventare modello riconosciuto come legittimo. Molte analisi ispirate dal catastrofismo interessato o, semplicemente, dal dilettantismo, valutavano come fatale per la missione tale combinazione di problemi. E in aprile e maggio questa immagine si è affermata sui media anche sull’onda di pesanti sconfitte reali e comunicative subite dalla coalizione: la diserzione di Zapatero, più importante l’effetto delegittimazione, e quindi di moltiplicatore della sfiducia, dovuto alle immagini delle sevizie inflitte ai prigionieri da parte dei militari americani. Ma mentre questo clima da fine del mondo ribolliva, e ancora gorgoglia, sulle televisioni e sulle prime pagine, i governi della coalizione lavoravano, e lavorano, intensamente - e piuttosto silenziosamente - per correggere gli errori. In particolare quello principale. La svolta è costituita dal fatto che ieri - formalmente, ma in evoluzione da due mesi informalmente -  è stato presentato da Stati Uniti e Regno Unito, con forte influenza del governo italiano, un piano di ordinamento dell’Irak che ha un’alta probabilità di soddisfare sia il consenso interno iracheno sia quello internazionale che conta, cioè le nazioni con diritto di veto nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. Tale piano è il punto più critico di tutto lo scenario. Se definisce uno scopo dotato di consenso allora rende legittimo ed efficace l’impiego della forza per ottenerlo. Se il fine non è condiviso, allora l’applicazione della forza aumenta il disordine invece che ridurlo. Cosa che è stata il massimo problema dall’estate del 2003 fino a pochi giorni fa. Ora è  in via di soluzione: c’è un buon piano che può soddisfare tutti gli attori principali. 

Sul piano interno, l’ammirevole rappresentate dell’Onu, Brahimi, ha trovato una formula che permette la rappresentanza di tutte le forze irachene interessate nel governo provvisorio. Tale formula è la stessa che inventò per far finire l’anarchia in Libano, nel 1989: fate un tavolo con tanti posti quanti gli interessi e datevi una regola per non spaccarlo. Poi da questo fatto costruite piano pianino altri. Tale modello ha sostituito quello precedente meno inclusivo. E va detto che il proconsole americano Bremer si è velocemente adattato a tale metodo, aiutando sostanzialmente Brahimi. Gli altri punti forti sono costituiti da una maggiore chiarezza sul fatto che dopo il 30 giugno i poteri del governo interinale saranno reali e non sospettabili di essere finti. Altri aspetti del piano non servono a soddisfare i requisiti del consenso interno iracheno, ma gli interessi di nazioni quali Francia, Russia e Germania: si tratta, per le prime due, di garanzie per la gestione condivisa delle risorse petrolifere irachene e, per la terza, di un contentino politico. Non daranno il consenso pieno alla nuova risoluzione, ma non si opporranno oltre misura al piano. In sintesi, la coalizione avrà la giusta legittimazione internazionale per accompagnare gli iracheni alle elezioni politiche del gennaio 2005 e proteggere la loro fresca sovranità fino al giugno dello stesso anno. Quando la situazione verrà valutata nuovamente sia dall’Onu sia dal governo democratico del nuovo Irak. Se ci vorranno, o se sarà necessario in base ad un altro mandato Onu, resteremo, se no ce ne andremo. Tre notazioni di sintesi: (a) mancava un piano e ora c’è; (b)  il problema non è l’errore, ma la velocità con cui lo si corregge e la coalizione lo ha aggiustato velocemente dimostrando capacità di apprendimento pragmatico, segno di fiducia per il futuro; (c) esistono migliori condizioni di fattibilità che giustificano il mantenimento della nostra determinazione e responsabilità ordinatrice in Irak anche di fronte alla prevedibile offensiva dei terroristi.  Ce ne è una quarta che non vorrei scrivere perché accusa concittadini italiani ed europei di tradimento. Ma è così: proprio il nuovo piano sotto l’egida dell’Onu e la sua sostanziale svolta a favore delle migliori condizioni di pacificazione e democratizzazione dell’Irak rendono più evidente che l’atto di diserzione preventiva attuato dalle sinistre italiana e spagnola è stato un sabotaggio, un’alleanza di fatto con il terrore. E per cosa poi? Per vincere elezioni a scapito dei valori più profondi e della sicurezza della loro nazione, cavalcando le paure invece che correggerle. Fategliele perdere queste maledette elezioni e sarà come vincere una della battaglie per la democrazia sul terreno dell’Irak.    

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