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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2004-3-8

8/3/2004

Eversione sindacale

Penso che la maggior parte dei lettori, dopo l’ennesimo annuncio di sciopero generale per motivi politici, sia d’accordo sulla necessità di prendere una posizione forte e netta per il riordinamento dei sindacati. Questi esibiscono degenerazioni pericolose sia sul piano dei contenuti sia su quello del metodo. I primi, ormai, non corrispondono più alla missione di tutela dei deboli che ne giustifica, sul piano morale, lo status di mediatori ed interlocutori speciali. Il secondo è scivolato pericolosamente dal già inquietante “sindacalismo politico” verso linguaggi e stili di mobilitazione assimilabili all’insurrezionalismo. La combinazione di queste due degenerazioni definisce il problema che dobbiamo risolvere: i sindacati offrono alla parte più debole della società italiana una tutela illusoria e la mobilitano in forme sovversive per fini di strumentalità politica. Con il danno di trasformare ogni progetto di riforma in un’emergenza di ordine pubblico che pone il governo di fronte ad un dilemma: o forzare l’azione al costo di un grave disordine oppure, per evitarlo,  rallentarla al prezzo della perpetuazione di inefficienze che rendono insostenibile il modello di Stato sociale e troppo rigida l’economia. Ovviamente il governo, per senso di responsabilità, tenta costantemente un compromesso che includa i sindacati per minimizzare il danno. Ma questi non lo accettano o lo usano per false tregue. E’ un segno che i sindacati non hanno interesse alla sostanza delle riforme, ma solo a radicalizzare un conflitto per demonizzare chi le vuole. In tal senso non è più solo “sindacalismo politico”, ma anche “eversivo”. E ciò rende prioritario il reinquadramento della legittimità sindacale fissandone nuovi standard.

Il principale di questi dovrebbe riguardare le condizioni di accesso dei sindacati al dialogo diretto con il governo, fonte del loro potere. In Italia l’accordo governo-sindacati che disintermedia il Parlamento è una tradizione ereditata dal corporativismo fascista che rendeva quasi pari la rappresentanza elettorale (sulla carta) degli interessi individuali a quella degli interessi organizzati in forma collettiva. Tale anomalia è stata perpetuata nella nostra Costituzione – che nomina i sindacati come controparti di contratti politici, di fatto, quali le basi salariali nazionali  - perché coincidente con la teoria sovietica e socialista della rappresentanza collettiva perseguita da molti costituenti. Ma la stortura non è stata modificata successivamente per un motivo pratico. La rappresentanza per mezzo di elezioni non sempre tutela interessi importanti e delicati come quelli portati dalle categorie deboli. In particolare, le leggi cambiano lentamente mentre la realtà sociale evolve più rapidamente. Nell’Italia in rapida transizione dal modello agricolo a quello industriale (1950 – 70) si creò un fabbisogno di tutela non risolto in tempi utili dalla legislazione normale. E tale gap fu riempito dai sindacati. Con cui i governi accettarono il dialogo perché questi in effetti rappresentavano una vasta domanda di garanzie che se non soddisfatta avrebbe creato disordine sociale. Ed il compromesso extraparlamentare servì più volte ad evitarlo, l’ultima all’inizio degli anni ’90. Da qui nasce la natura politica e di interlocutore speciale del sindacalismo italiano nel dopoguerra.  Ma ora tale anomalia non ha più senso di esistere perché l’Italia si è assestata e non c’è bisogno di mediazioni extraordinarie. Inoltre è avvenuta una frattura tra forma e sostanza della tutela dei deboli. Nel passato i sindacati tutelarono sul serio gente in vere condizioni di bisogno. Oggi, nel rifiutare qualsiasi riforma di efficienza dello Stato e del mercato, colpiscono proprio i deboli, oltre a crearne di più, perché tolgono loro opportunità di lavoro e il godimento concreto delle garanzie. Per esempio: la difesa di un sistema pensionistico insostenibile lo farà saltare oppure ucciderà le opportunità per i giovani del futuro perché renderà necessario un aumento delle tasse a scapito della crescita. Forse l’estremismo sindacale serve a nascondere, così come la demonizzazione di Berlusconi, proprio questo problema di inadeguatezza delle vecchie garanzie ed il fatto che sindacati e sinistre non sanno proporne di nuove. Per nascondere che sono zoppo dico alla gente che uccidi i bambini. Ma in attesa di capire meglio quanto dell’estremismo sindacale sia dovuto alla crisi della sua teoria, e come,  alcuni  fatti sono sufficientemente chiari: (a) non c’è più motivo per riconoscere ai sindacati il ruolo di interlocutori del governo e così disintermediare il Parlamento; (b) persistono i motivi per consultarli, per esempio il non tagliarli del tutto fuori e così favorire un sindacalismo politico ancora più sovversivo, ma dando loro nuove regole cooperative di accesso al dialogo; (c) lo sciopero generale non  va regolamentato  perché parte del diritto di libera espressione, ma deve essere contenuto generando una più chiara imputabilità, base legale dei risarcimenti, per i danni che produce a chi non vuole scioperare. Tali misure potrebbero scatenare un putiferio. Ma ritengo che sia meglio prendere un rischio sul lato del confronto duro e riordinativo con un potere sindacale eversivo che ricatta l’Italia piuttosto che quello di bloccare le riforme e perpetuare l’impotenza del Parlamento. Se in democrazia la maggioranza conta, allora facciamola contare senza paura.

(c) 2004 Carlo Pelanda
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