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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2004-2-28

28/2/2004

Deficit comunista

Tentiamo di inquadrare nel modo più oggettivo possibile la questione dell’impoverimento dell’Italia. Questo c’è in termini di deindustrializzazione, ma è una tendenza storica causata, a partire dagli anni ’70, dai sovietismi inseriti dal centrosinistra nel nostro modello dal 1963 in poi. Peggiorata drammaticamente dal 1996 al 2001. Il governo Berlusconi, dati alla mano, è  riuscito a mettere un freno al declino economico del Paese e a gettare le basi per invertirlo nel prossimo futuro. Viene attaccato da sinistra per la presunta pochezza dei risultati: la minima crescita del Pil attorno allo 0,5% - comunque superiore a quella di Francia e Germania nel 2003 – e per un ritardo nelle promesse fatte. Cercando di essere intellettualmente onesti il governo è certamente criticabile per aver sottovalutato l’entità del disastro ricevuto in eredità da 40 anni di centrosinistra e 5, devastanti, di Ulivo. Ma non è assolutamente criticabile per il come sta gestendo le emergenze che affiorano ogni giorno dal passato. E per capirlo bene, mi scuso della pedanteria, lasciatemi schematizzare cosa il governo si trova oggi a gestire: (a) le conseguenze della fase finale della crisi della grande industria con la complicazione della perdita di competitività di quella piccola; (b) l’ulteriore indebolimento dell’economia italiana generato da tre bestialità, che poi vedremo, fatte dall’Ulivo; (c) in una situazione di recessione globale iniziata nel 2001 e solo ora in fase di inversione; (d) nella trappola di un’eurozona stagnante che non tira il nostro mercato per gli stessi problemi di modello economico sbagliato; (e) complicati dal poco spazio di manovra per le politiche di bilancio permesso dal Patto di stabilità; (f) con l’aggravante di un euro caduto nella trappola di un valore di cambio troppo elevato che penalizza le esportazioni; (g) da cui la Bce fa fatica a farci uscire – speriamo che ci riesca giovedì prossimo calando i tassi - perché teme che la riduzione del costo del denaro, che riequilibrerebbe il cambio con il dollaro, provochi un picco di inflazione in un sistema che tende a produrne troppa per mancanza di concorrenza e per eccesso di protezionismi corporativi ed automatismi sindacali; (h) e perché ha paura che una riduzione dei tassi – che comprime i margini nominali di profitto sulle operazioni creditizie - aumenti le difficoltà di un sistema bancario europeo inefficiente e troppo esposto con imprese fragili e già indebitate fino al collo. Se volete possiamo andare fino alla “z”. Dove la “m” è il ricatto con linguaggi di guerra civile da parte del sindacalismo politico, la “x” è l’incognita del terrorismo che deprime la fiducia prospettica. Ma penso che quanto detto basti. E mostri perché i pur piccoli risultati di crescita, tra cui quella dell’occupazione, ottenuti in queste circostanze sono stati miracolosi. Come è miracoloso il fatto che siamo rimasti dentro gli europarametri. In realtà ci siamo riusciti solo perché Tremonti ha inventato delle acrobazie di finanza pubblica senza le quali noi avremmo splafonato come Francia e Germania. Ma ciò non è criticabile, anzi, perché il governo ha voluto comunicare che l’Italia, avendo un debito storico che è due volte quello degli altri, tenta di restare virtuosa in tutti i modi. Un segno che siamo un Paese serio. Un governo dell’Ulivo avrebbe sfondato allegramente o alzato le tasse. Questi risultati mostrano una consistenza da parte del governo che non è riconosciuta da molti, ma che se valutata correttamente fa ben sperare per il futuro. Ottimismo sorretto da un dato che pochi citano: si è visto che l’economia italiana reagisce in modo moltiplicativo anche a stimoli minimi. Ciò vuol dire che nonostante 40 anni di malgoverno economico la sua vitalità è rimasta intatta. Qui il punto: appena la si potrà liberare dai pesi questa volerà.

Ma su questa previsione pesa la non conoscenza piena dell’entità del disastro lasciato in eredità dai tre grandi errori dell’Ulivo. Della devastazione fatta da due, in realtà, ne sappiamo abbastanza. La mancata riforma di efficienza proprio quando scoppiava la globalizzazione ed il conseguente inasprimento della concorrenza internazionale, da fucilazione. L’inserimento nell’euro senza predisporre correttivi alla rigidità del bilancio pubblico, da ergastolo. Ma quanta distruzione ci porterà il terzo errore o, forse, truffa che solo ora sta affiorando? L’Ulivo, dal 1996 al 2001, ha favorito l’acquisto di imprese da parte di amici senza capitale, in particolare le tante privatizzate. Parallelamente, ha occupato le pseudofondazioni bancarie e influenzato altre banche. Così queste hanno dato in modi opachi i soldi agli amici senza denari. Risultato: le imprese sono troppo indebitate, le banche troppo esposte. Con la recessione-stagnazione le prime hanno emesso sempre più obbligazioni sostenute dalle seconde con crescente rischio di insolvenza. Per cui le banche che hanno fatto un favore al capitalismo consociativo di sinistra si sono messe a chiedere aiuti anomali alla Banca d’Italia che le regola. Questa, messa di fronte all’alternativa di tutelare il risparmio o la salvezza del sistema bancario ha scelto la seconda. Quanto disordine del genere creato dall’Ulivo nel recente passato ancora affiorerà nel prossimo futuro? Quando lo capiremo potremo fare un calcolo più preciso dell’agenda di rilancio economico. Ma nel frattempo sia chiaro chi ha impoverito e truffato e chi tenta di bengovernare.

(c) 2004 Carlo Pelanda
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