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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2004-4-15

15/4/2004

La questione comunista è costituzionale

Maurizio Belpietro ha posto la riflessione sulla  “questione comunista” in Italia sulla giusta strada: dobbiamo capire esattamente come e dove il comunismo abbia influenzato direttamente ed indirettamente la storia degli ultimi decenni in modo da poterne individuare con precisione le conseguenze che ancora pesano sul nostro presente per liberarcene. Qui, seguendo la strada detta, vorrei mostrare come la “questione comunista” del passato si sia perpetuata in forma di disordine strutturale veicolato dal maldisegno costituzionale originario.   

 Per esempio, sul piano economico, l’idea di un “contratto nazionale” di lavoro, stabilito dalla Carta, è evidentemente un sovietismo. Il disegno orizzontale e non verticale dei poteri dello Stato è conseguenza della paura che i comunisti vincessero le elezioni e poi creassero una dittatura come successe negli anni ’40 e ’50 in tanti Paesi dell’Europa orientale. Infatti l’ingovernabilità sul piano delle istituzioni fu esplicitamente disegnata nella Costituzione perché era utile a bilanciare un potere che volesse prendere tutto. Ma fu anche scusa per stabilire il primato dei partiti sulle istituzioni, delle funzioni extraparlamentari su quelli parlamentari, distorsione che trovò unanime consenso perché ammetteva più flessibilità consociativa e segreta. In sintesi, la nostra Costituzione fu un capolavoro in termini di compromesso in una situazione ideologicamente polarizzata e con forte rischio di sovvertimenti rivoluzionari. L’Italia degli anni ‘40, infatti, era nella parte occidentale della divisione del mondo fatta a Yalta, ma come confine ancora da aggiustare e quindi area di conflitto potenziale. Per questo il compromesso non è criticabile. Ma va criticato pesantemente chi non vuole esplicitare questa origine anomala del nostro ordinamento istituzionale, economico e sociale e valutarla in relazione alla situazione odierna. Grazie a Dio un pericolo sovietico, in forma di agente interno di un aggressore esterno, non esiste più. Quindi non si capisce perché dovremmo ancora continuare a pagare un così alto prezzo di ingovernabilità e di anomalia economica nel disegno delle istituzioni per avere in cambio una stabilità politica che non è più a rischio come lo fu negli anni ’40.

Come mai una considerazione tanto ovvia ed argomentabile non è oggetto di senso comune e di conseguente riforma? Perché l’anomalia originaria si è trasformata in un grande vantaggio per troppi soggetti. Per esempio, lo strapotere dei sindacati – scritto nella Costituzione - a scapito del Parlamento fornisce loro un potere negoziale enorme ed incomprimibile. Con un particolare piccante che a molti studiosi pare sfuggito. La sinistra non ha mai insistito troppo per modificare sostanzialmente il peso delle forze extra-istituzionali e corporative che caratterizzarono l’impianto fascista. Infatti lo Stato post-bellico ha una notevole continuità con quello nazional-socialista anche grazie all’interesse dei comunisti di mantenere il secondo perché già preadattato ai loro scopi. E per questo il nostro ordinamento è tuttora una “semidemocrazia” e non una “democrazia” compiuta sul piano della chiarezza della rappresentanza degli interessi e loro regolazione. Per questo da noi il libero mercato organizzato entro una rigorosa struttura di controlli è cosa mai esistita e ancora remota. Inoltre il primato dei partiti sulle istituzioni è stata la fonte del disordine economico. Da qui anche nasce storicamente un debito pubblico fuori controllo ed un’economia pasticciata che ci ha costretto ad un certo punto a farci governare dall’esterno per riordinare l’interno ed avere una moneta credibile. Per capirsi: come faccio in un regime consociativo extraparlamentare e senza controlli rigorosi a creare l’accordo tra partiti? Semplice, finanzio con debito il consenso. Anche se non sono cattivo l’assenza di rigore istituzionale “verticale” mi spinge a fare così di fronte alle pressioni della politica “politicata”. Infatti per evitare queste cose si scrivono buone costituzioni, ma noi non abbiamo potuto permetterci questo lusso. Ovviamente tutti i guai italiani dagli anni ’50 in poi non dipendono direttamente dalla Carta, ma è evidente che questa vi ha contribuito sostanzialmente dando al nostro sistema più possibilità che il disordine evolvesse in forme incontrollabili di potere anomalo e di distorsioni. Oggi la complicazione non sta nel dimostrare con argomenti provati quanto qui accennato, ma nel trovare qualcuno che lo faccia con rigore e con uno spirito modernizzante. Personalmente sono sconcertato che in tanti libri e saggi e nel più dei media non si trovi con chiarezza l’anomalia originaria fonte di distorsioni strutturali poi non corrette perché vantaggiose per troppi interessi. Anzi, la distorsione è persino celebrata come modello avanzato da difendere.  E qui nasce il forte sospetto che tali interessi influenzino quel mondo della ricerca, della cultura e dei media che dovrebbe informarci.  Direttore, penso che dovremo cominciare da qui a desovietizzare e a schiodare il sistema: la “questione comunista” resta aperta in Italia perché è una “questione costituzionale”. Altro che post-comunismo, da noi. 

(c) 2004 Carlo Pelanda
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