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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2004-1-29

29/1/2004

Il salotto dei poteri
(Nuovo contro vecchio)

Ricapitoliamo. Nelle ultime settimane sono venuti alla luce tanti aspetti del disordine finanziario italiano da poter chiarire le linee guida delle soluzioni di riordinamento. 

Il caso Cirio e quello Parmalat hanno mostrato che ad alcune banche italiane è stato permesso per silenzio-assenso di trasferire il rischio di insolvenza di un impresa e delle sue emissioni obbligazionarie ai risparmiatori. Per esempio, io banca X so di avere in mano titoli ormai carta straccia e li piazzo ai risparmiatori più ingenui. L’autorità di controllo sulle banche fa finta di niente perché in tal modo si salva quell’istituto specifico dal pericolo di gravi perdite. Se il rischio si realizza, poi, il danno alla stabilità complessiva è minimo perché, appunto, distribuito tra tanti soggetti. Se qualcuno di questi è stato così sprovveduto da scommettere su titoli a rischio tutto o gran parte del  suo capitale e starnazza, allora lo si risarcirà un po’ per tenerlo buono. In ogni caso il costo del risarcimento parziale, per la banca, sarà inferiore a quello della perdita che sarebbe avvenuta tenendosi in casa l’insolvenza. Tale modo di agire risente di una dottrina che mette in conflitto la stabilità del sistema bancario con la tutela del risparmiatore privilegiando la prima a scapito della seconda. Ed è quella recitata, in sostanza, da Fazio in Parlamento. Tremendamente sbagliata perché non include i nuovi requisiti della fiducia. Per capirci: Fazio ammette la possibilità di minimizzare il disordine via trasferimento dello stesso dove fa meno danno (alla platea dei risparmiatori) mentre la teoria base della nuova “società della finanza, o capitalismo, di massa” vieta qualsiasi distorsione perché le analisi ne mostrano l’effetto destabilizzante. Con questo non si vuol dire che Fazio sia “cattivo”. Semplicemente rappresenta uno teoria gestionale vigente nei sistemi di “finanza oligarchca” del passato. Infatti è probabile che Fazio neanche si sia accorto della distorsione destabilizzante che la sua dottrina comporta, anche perché il sistema italiano si trova a metà del guado tra modernità e passato e non produce ancora una pressione culturale sufficiente per adeguare le istituzioni alla prima. Ciò chiarisce la dottrina da adottare per la riforma di riparazione: evitare il conflitto di interesse tra tutela dei risparmiatori e della stabilità del sistema bancario.

Un’altra lezione viene dalle operazioni estere di Parmalat. Si ipotizza che queste siano state simili a quelle fatte dalla Enron: storno dei soldi dall’azienda, li metto in un cesto organizzato come società in un Paese senza controlli bancari e di bilancio e li impiego per operazioni finanziarie ad alto rischio e quindi ad alta remunerazione. Con questi superguadagni copro le perdite dell’attività dell’azienda madre che va male. Ma ad un certo punto una scommessa fallisce e perdo tutto il capitale “deviato e derivato” . Non è escluso che Parmalat abbia perso dai tre ai cinque miliardi di euro in questo modo portandola all’insolvenza. Come evitare nel futuro queste cose? Bisognerà aggiungere alle funzioni di controllo “formali” un’agenzia governativa che possa usare servizi segreti e di polizia specializzati per indagini all’estero. E che possa collaborare con analoghi servizi di altri Paesi. Non c’è altro modo per tutelare l’ordine finanziario dai rischi eccessivi creati grazie ai paradisi fiscali.

Il caso Parmalat, poi, mostra l’anomalia di un’azienda che non è mai stata veramente remunerativa. E ciò ha costretto l’imprenditore a far crescere il fatturato per sostenere un monte maggiore di indebitamento poi impiegato per fare guadagni attraverso finanza derivata a rischio enorme. E’ evidente che le società di certificazione, gli analisti delle banche e del mercato non sono riusciti a cogliere questa anomalia, per anni se non decenni. Perché? Si sono basati solo sui documenti ufficiali., per esempio bilanci falsi. Poiché non possiamo chiedere al mercato di essere anche poliziotto, evidentemente bisognerà concentrare l’azione riformatrice sul problema di come minimizzare la probabilità che un bilancio d’azienda sia troppo lontano dalla verità: più dissuasione legale (carcere certo e lungo), raffinamento delle regole di bilancio a favore della trasparenza, una Consob rinforzata, come per altro già messo in bozza dal governo.

Infine abbiamo avuto una prova in più dell’esistenza di una grave anomalia del sistema italiano che sta alla base delle distorsioni dette: un capitalismo senza capitale che ha bisogno di una relazione speciale, spesso opaca, con una banca e con il sistema politico per reperirlo. Il modo politico e non “di mercato” per trovare il capitale ha creato un intreccio tra politica, finanza e mercato che ha configurato in modo oligarchico  il nostro sistema. Vuol dire che il potere elettivo è solo uno dei poteri mentre quello principale sta nei “salotti dei poteri forti”, gli oligarchi nostrani. Per esempio, quando Fazio ha detto che non poteva fornire dati bancari ad un politicante di passaggio intendeva questo stato di cose. Infatti il governo Berlusconi è il primo, da decenni, ad avere il più alto numero di ministri, compreso il primo, non-cooptati nei salotti oligarchici. Quindi il conflitto è tra il vecchio consociativismo ed il nuovo modernizzante. Per questo la Casa delle libertà dovrebbe essere più compatta per far vincere il secondo.

(c) 2004 Carlo Pelanda
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