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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2004-1-6

6/1/2004

Dall’Europa imperiale a quella utile

Il metodo che ha guidato la costruzione europea dal 1993 in poi – prima il tetto poi i muri - la ha resa inevitabile, ma infattibile. Quello adottato dagli anni ’50 fino al Trattato di Maastricht – prima i muri e solo dopo il tetto – la rese fattibile, ma lenta. Ora dobbiamo  trovare un nuovo metodo che permetta di superare l’impasse dell’Unione dopo il fallimento del Patto di stabilità e dell’iniziativa costituente. E la domanda critica è: dobbiamo cercarlo rafforzando il metodo gerarchico o recuperando quello pragmatico? Vi do subito la risposta che argomenterò: la prima opzione  non esiste più e resta solo la seconda, ma è inadeguata. Quindi il 2004 si apre con l’europriorità di trovare una variante più costruente del metodo pragmatico.

Forse ai lettori questo modo di trattare il problema può apparire troppo astratto. Ma prego di considerare che non lo è. L’Europa pensata negli anni ’90 si è spaccata ed i governi stanno gestendo una vera e propria dissoluzione del “modello a tendere” e non una semplice crisi nel processo di sua costruzione. Ovviamente non lo si può ammettere pubblicamente per evitare la sfiducia, ma la nave è di fatto senza rotta, pur i governi stessi in grado di farla galleggiare. E va dato merito, da pochi riconosciuto e per questo qui sottolineato, al governo italiano di aver gestito il  semestre di presidenza facendo ottimamente per contenere la crisi di destrutturazione maturata in precedenza. Ciò apparirà più chiaro se analizziamo dove, perché e quando si è rotto il sistema.   

Francia e Germania, nel 1996, decisero di prendere la guida dell’Unione e di cementarla attraverso la moneta unica. La prima aveva il timore che la Germania unificata diventasse la potenza singola europea e cercò di costringerla a formare, almeno, una diarchia. Inoltre aveva l’interesse ad allineare dietro di se gli altri europei per bilanciare in tal modo il potere globale statunitense. Berlino accettò l’idea diarchica per non farsi isolare da un ritorno della “questione tedesca” negli affari intraeuropei e perché le sue èlite – pur Kohl animato da visioni sincere - confidavano sul fatto che una europeizzazione della Germania sarebbe diventata, di fatto e nel tempo, una germanizzazione dell’Europa. In sintesi, decisero di fare “impero” e agirono di conseguenza. Forzarono gli altri europei ad accettare la moneta unica indipendentemente da un calcolo di utilità per tutti in modo da costringerli a restare incollati alla diarchia cosmetizzata come Europa. L’errore, sul piano tecnico, non fu questo: gli imperi si fanno con atti di forza. Lo fu, invece, quando l’impero non fu “chiuso”. E ciò dipese, dal 2000 in poi, da una rottura parziale dell’asse franco-tedesco da parte della Germania che fece mancare l’impulso politico. In sintesi, l’errore principale fu francese: tentare di fare impero senza valutare realisticamente la complessità del progetto. Da cui è derivato quello tecnico: una moneta unica prima della riforma delle economie reali, una banca centrale senza interlocutore governativo, una democrazia tra nazioni sbilanciata, un’Europa utile a pochi e non a tutti.  Ripristinare il disegno di un superstato europeo costruito con metodo gerarchico vorrebbe dire poter contare su un integratore imperiale che ora non c’è più o solo a metà. E che sicuramente la maggioranza dei Paesi europei non vuole. Per questo la prima opzione è inesistente.

Ma l’Europa imperiale, pur incompiuta, ha lasciato in aria un tetto che bisogna sostenere con dei muri affinché non ci cada addosso. Il come  scaturirà necessariamente dagli interessi delle nazioni: ognuna di esse dovrà trovare un vantaggio che bilanci il conferimento parziale della sovranità ad una costruzione condivisa. Prima che gli intellettuali ne abbiano trovato un nome, i governi hanno già svoltato verso un modello pragmatico di “dare ed avere” il cui risultato di compromesso è una sorta di governo paneuropeo. Ciò può rendere solidi i muri, ma non necessariamente alti come dovrebbero per giungere al tetto in bilico. Cosa può essere aggiunto al pragmatismo per renderlo più costruente? Una teoria dell’”Europa utile”, sostitutiva di quella “imperiale”, che faccia da motore per quelle integrazioni che siano di chiaro vantaggio per tutti. Per esempio: un codice civile paneuropeo che renda omogenee le regole economiche ed amministrative; un livello di polizia europeo basato sull’accordo dei sistemi di giustizia nazionali, un fondo monetario continentale, ecc. Si tratta in sintesi di costruire un ordine paneuropeo su quei piani dove sia chiaro il vantaggio per tutti, rimandando al futuro quelli dove non lo è nel presente. Tale modello di integrazione “intermedia”, poi, aiuterà la funzione di governo più “alta” anche se resterà basata sui compromessi intergovernativi subottimali. Questa è una bozza di “Europa utile” che si ispira al metodo funzionalista in vigore fino agli anni ’80, ma che lo ricarica proponendo di accelerare l’europeizzazione dove essa è possibile. E tanti sono i settori dove lo è – qui il punto - rimasti nascosti per l’ossessione imperiale di pensare solo al tetto. Spero con queste parole di aprire un nuovo campo di ricerca sull’Europa possibile perché utile. Ai sostenitori dell’”Europa imperiale” dico solo una cosa: non vi imputeremo il disastro che avete fatto, lo ripareremo con un metodo più realistico, ma per favore non chiamateci euroscettici. Se no dovremo rispondere con un “euroscemi”.   

(c) 2004 Carlo Pelanda
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