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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2003-11-22

22/11/2003

Capire la guerra

Sul fronte interno la priorità è quella di chiarire il tipo di guerra in cui siamo coinvolti, chi è e cosa voglia il nemico, cosa vada fatto per vincerla. La ancora insufficiente consapevolezza di quello che sta realmente succedendo porta troppe persone su analisi e posizioni sbagliate. In parte ciò dipende da un filtro ideologico che non fa vedere la realtà. Ma è più rilevante notare che l’analisi tecnica la ha capita, e non ancora del tutto, con molto ritardo. Perché il nemico è riuscito ad organizzarsi di nascosto per almeno dieci anni. E solo da poco tempo i media sono in grado di trasferire ed elaborare un’immagine della guerra in corso che sia vicina alla realtà. Ve ne presento una traccia essenziale su cui basare un dibattito più istruito. 

L’oggetto della guerra riguarda la conquista delle menti e dei cuori di un miliardo e mezzo di islamici. Osama Bin Laden capitanò, dalla fine degli anni ’80, il primo gruppo di insorgenti che voleva un Islam purificato da influenze “infedeli”, unito attraverso la conquista della Mecca (quindi della destabilizzazione della famiglia saudita) e poi capace di sostenere, grazie alla scala geopolitica ed al dominio sul petrolio, un’offensiva per debellare definitivamente l’Occidente e la sua influenza sul pianeta. Questo è il piano del nemico. Per quasi dodici anni è stato proposto ad un numero crescente di adepti come progetto di sostituzione delle èlite esistenti in tutti i Paesi islamici. E dalla metà degli anni ’90 – da poco abbiamo capito, per esempio, che la conquista dei talebani dell’Afghanistan nel 1996 era parte di tale progetto e non un fatto “locale” - questi hanno costruito nuclei di una rete che è ormai diffusa in più di 60 Paesi. La nostra fortuna nella tragedia è che per qualche motivo ancora ignoto Al Quaida ha svelato al mondo la sua pericolosità, l’11/9/2001, quando non era ancora pronta per portare attacchi più pericolosi (nucleari e biochimici) all’Occidente ed ai regimi islamici moderati (presa di potere attraverso insorgenza di massa). Qualcuno ipotizza che le serviva un evento spettacolare per convincere altre organizzazioni dell’estremismo islamico a connettersi e così rinforzarsi. L’Amministrazione Bush, diversamente da quella Clinton, realizzò immediatamente la scala del pericolo e dichiarò una guerra globale prevista come lunga e difficile. E tentò sia di decapitare l’organizzazione prima che diventasse un gruppo più ampio sia di togliere ai terroristi i territori dove sarebbe stato loro possibile addestrare truppe e costruire in pace armi più evolute. Il secondo obiettivo è stato raggiunto, ma il primo no. E la sopravvivenza della testa, anche se non necessariamente quella personale di Bin Laden, ha comportato la fusione di quasi tutti i gruppi di insorgenza islamica nel pianeta. Si stima che ci troviamo di fronte a decine di migliaia di guerriglieri pronti ad operare dappertutto sia come avanguardia di destabilizzazione dei regimi islamici moderati sia entro i Paesi occidentali. Ma non è questo il solo problema. Si sospetta che tale organizzazione sia sempre di più in contatto con quella enormemente più vasta (milioni di persone sia nel mondo islamico sia in quello occidentale) del movimento wahabita, cioè dei portatori di una interpretazione restrittiva e conflittuale (escludente) del credo islamico finanziato con miliardi di dollari per decenni e con fini politici non necessariamente bellici dai sauditi e simili. Se ciò fosse vero, il terrorismo potrebbe avere successo in quanto mobilizzerebbe masse già predisposte. Non sappiamo se lo sia. Ma non possiamo escluderlo perché ogni giorno abbiamo sorprese negative e ciò dimostra che non conosciamo abbastanza. Inoltre le nuove èlite jihadiste sono intellettualmente molto raffinate ed è prudente accreditarle della capacità di concepire tale connessione. In sintesi, tutto l’Islam è sotto la minaccia di essere conquistato da un movimento estremista e noi sempre più a rischio di essere uccisi individualmente e nuclearizzati, o peggio, collettivamente. In questa offensiva non c’entra nulla Israele, pur scusa per eccitare e reclutare. E’ una guerra civile entro l’Islam per renderlo soggetto di “guerra santa” contro di noi. Senza possibilità di negoziato a causa del fanatismo delle nuove èlite dell’insorgenza. E’ un pericolo molto grave che non è stato suscitato dall’azione in Irak. Questa, costringendo l’organizzazione jihadista a mostrare una capacità di reazione per non perdere quella di ulteriore reclutamento, ci ha semplicemente svelato un altro pezzo del mosaico. Che ci fa capire, tuttavia, la strategia giusta: è il momento di avviare le “politiche inclusive” oltre ad aumentare quelle di contrasto militare e di sicurezza difensiva. Significa incorporare i paesi islamici moderati entro l’alleanza occidentale. Includere la Turchia nella Ue. Associare in una “Ecumene” mediterranea i paesi della costa sud. In generale, offrire la mano e tutti gli aiuti possibili a quella parte dell’Islam che lotta ed è minacciato dal nostro stesso nemico, compreso l’Irak appena liberato che è uno dei fronti principali. Una grande svolta. Che richiede una regia congiunta globale euroamericana ed il conseguente chiarimento con Francia e Germania che la ostacolano. La guerra cambia la storia, quella in corso, intanto, cambi il modo superficiale di pensare che si nota in troppi.

(c) 2003 Carlo Pelanda
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