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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2005-8-31

31/8/2005

Demolizione con premio

L’Udc ha chiesto a Berlusconi o di rinunciare alla candidatura a Primo ministro oppure di impegnarsi per una legge elettorale di tipo proporzionale. Se non fa una delle due cose l’Udc spacca e va via. Follini, per la prima alternativa, ha dettato una lista di sostituti che sono tutti esponenti di Forza Italia. Ma come può Berlusconi accettare di farsi imporre dall’esterno un successore che fa parte del suo partito, tra l’altro nell’ambito di un negoziato segreto che viola le più elementari regole di rispetto degli elettori suoi e del resto della Casa? Certamente non potrà dire di sì sia per sostanza del contenuto sia per moralità dei modi. E anche se fosse aperto alla seconda alternativa non potrebbe impegnarsi per realizzarla. Perché Ciampi, correttamente, non vorrà modifiche sostanziali della legge elettorale a ridosso di elezioni. Comunque gli alleati, An e Lega, sono contrari. Il punto: come mai l’Udc pretende da Berlusconi due cose che questi dovrà rifiutare perchè non può farle.

Tre possibili risposte: (a) pensano che, invece, Berlusconi possa farle; (b) vogliono metterlo con le spalle al muro per costringerlo a controproporre delle concessioni molto forti; (c) hanno già deciso di andarsene e cercano solo una scusa per poter dire che non è per colpa loro, ma per il rifiuto del leader, cioè una mascheratura. La prima ipotesi va esclusa. La seconda non è da escludere, ma è molto improbabile. La proposta dell’Udc ha una formula di tipo ultimativo, insolita nel negoziato politico perché ne chiude definitivamente i termini: o così o ciccia. Se poi l’Udc dovesse accettare un altro tipo di accordo, Casini e Follini perderebbero credibilità: gente che abbaia, ma che poi si accontenta di un osso. E la pagherebbero in forma di accordi al ribasso per i loro interessi. I due sono politici professionali e non farebbero mai un tale errore. E’ possibile che un qualcosa li abbia eccitati e fatto perdere lucidità? L’ultimatum è stato una mossa fredda. Anzi, premeditata da tempo. Ne è sintomo la preparazione della teoria operata da Casini nelle settimane scorse: con Berlusconi certamente si perde. Tale idea è del tutto infondata, come già sottolineato da molti, in base ai dati dei sondaggi che mostrano non solo uno svantaggio della Casa piccolo e recuperabilissimo nei confronti della sinistra, ma anche l’avvio di una inversione di quella tendenza  che la ha portata a stravincere le elezioni regionali. Quindi se Casini insiste sullo sconfittismo è per dare legittimità ad una rottura. Nei confronti dell’opinione pubblica in generale: i poveri udicini hanno preferito tentare una mossa disperata piuttosto che accettare l’ineluttabile sconfitta non vista dal cieco ed arrogante Berlusconi. E, soprattutto, all’interno del partito: far credere che senza cambiamenti la tragedia è certa e che quindi qualsiasi cosa meno peggio di questa sia meglio. Cioè far accettare ai militanti e leader intermedi il rischio di sparizione o, comunque, certa riduzione della forza dell’Udc se corre da solo, dando loro un mito, cioè il “centro” e la promessa di grande opportunità future.  Questi indizi  portano a definire come più probabile la terza ipotesi: hanno già deciso di andarsene, di far perdere la Casa, irrilevante la risposta di Berlusconi, rilevante solo la tenuta della mascheratura che faccia sembrare nobile questo gesto e la tenuta del partito. Se così, però, non c’è prospettiva realisticamente credibile per l’Udc: la legge elettorale non cambierà, il centro non troverà volume, e l’Udc non potrà sperare in un distacco della Margherita se la sinistra vince e le darà soddisfazioni di potere reale. Potrebbe succedere tra tre anni, ma è un’eternità in politica. Quindi la terza ipotesi è la più probabile, ma anche la meno credibile. C’è, sicuramente, qualcosa di veramente importante che non sappiamo: qual è il vero vantaggio che Casini ha in mente, o già ottenuto, come premio per la demolizione della Casa? Se lo chiedano, ed indaghino, anche i militanti dell’Udc. Gli altri della Casa, comunque, si preparino a vincere le elezioni anche senza di loro pur restando aperti ad uno sperato ravvedimento.

(c) 2005 Carlo Pelanda
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