L’idea di dare agli immigrati la facoltà di voto e rappresentanza nelle elezioni locali è talmente importante da meritare approfondimenti tecnici depurati dagli aspetti politichesi. In generale, la proposta di AN appare in linea con le più evolute soluzioni "inclusive" al problema di gestione dell’immigrazione, ma anche ambigua sul piano delle proposte applicative. Non la si prenda come una critica secca perché in tutti i Paesi dell’Occidente le ricette in materia sono ancora in alto mare. Ma proprio per questo il tema va trattato come "ricerca in corso". E secondo me mancano dei chiarimenti di fondo che tenterò di inquadrare.

Il problema più appariscente riguarda il fatto che il voto amministrativo locale è, in realtà, un voto "politico", specialmente nel nostro sistema fatto di partiti che appaiono con la stessa sigla in tutti i livelli elettorali. Diritto e dovere, quindi, che richiede la cittadinanza piena. AN mostra di aver valutato questo punto. Infatti ha condizionato la facoltà di voto ad un atto di riconoscimento e rispetto della nostra Carta costituzionale da parte dell’immigrato. Tuttavia tale soluzione è ambigua perché genera una sorta di "mezza cittadinanza" di fatto. Lascio ai costituzionalisti l’ultima parola, ma l’argomento suscita una domanda chiave sul piano pratico: perché non dare ad un immigrato con la fedina penale pulita che per sei anni ha lavorato in Italia il diritto di richiedere la cittadinanza piena, se la vuole? Se non la vuole non si capisce perché dovrebbe essere interessato al voto locale. Quindi la soluzione più chiara e semplice sarebbe quella di dare la cittadinanza piena, non mezza, a chi ne ha requisiti e voglia. Gli altri che hanno la seconda e non ancora i primi aspetteranno il loro turno. Probabilmente AN ha proposto la "mezza cittadinanza" non per voglia di anomalia, ma perché pensa che l’Italia non possa ampliare quella "piena". L’ipotesi, invece, che lo possa merita una valutazione.

L’Italia è notoriamente in crisi demografica e, in quanto Paese ricco, non copre con i suoi residenti attuali molti lavori considerati da loro non soddisfacenti. Tale situazione definisce con molta precisione il nostro interesse nazionale. Abbiamo bisogno di giovani che provengano da condizioni di vita dove le occupazioni che noi scartiamo siano percepite come una buona opportunità di miglioramento. Ma la configurazione più utile dell’immigrato è quella che lo vede cittadino italiano, cioè residente permanente che decide di mettere su famiglia da noi. Questo è il punto decisivo per ottenere il riequilibrio demografico, cioè la possibilità di avere forze giovani che producono reddito e Pil in quantità superiore a quella dei pensionati. In particolare, la ricerca in materia fa ipotizzare che l’immigrato di prima generazione reso cittadino e con famiglia è più motivato all’auto-integrazione ed a comportamenti produttivi di quanto lo sia quello temporaneo. A qualcuno potrebbe spiacere l’analisi utilitaristica del valore dell’immigrato, ma prego di considerare che questa materia va trattata con realismo e non con demagogia pro o contro. Soprattutto, l’approccio utilitarista, di fatto economico, permette di individuare i numeri di nuovi cittadini che è possibile ricevere in relazione alle capacità di assorbimento del sistema. Si tratta di simulare il Pil proiettivo e il gettito fiscale che gli immigrati potranno generare nei prossimi decenni in relazione ai costi che la loro residenza comporterà al sistema di welfare. La formula è in realtà più complicata, ma se i tecnici la applicano ipotizzo che troveranno la possibilità di assorbire con vantaggio molti più nuovi cittadini di quanto l’Italia stia facendo ora ogni anno. Ed è questo il punto principale che propongo alla valutazione tecnica e politica: se posso avere più immigrati che diventano cittadini utili perché dovrei limitarmi alla logica inclusiva meno chiara e produttiva della "mezza cittadinanza"?

Poi c’è un problema di sicurezza che la "mezza cittadinanza" potrebbe amplificare. Non sappiamo ancora bene quanta parte dell’immigrazione islamica sia normale e quanta, invece, stimolata da motivi strategici. Solo ora, infatti, sta emergendo un piano di diffusione dell’Islam finanziato ed organizzato da istituzioni di riferimento "wahabita" (la variante fondamentalista ispirata dai sauditi). In attesa di chiarire tale fenomeno sarebbe pericoloso dare a forze organizzate ed ostili dei diritti politici che potrebbero favorire la loro azione. La procedura, revisionata, per dare più cittadinanze piene, invece, ridurrebbe tale pericolo. Perché può essere dotata di un controllo di sicurezza di qualità superiore a quello richiesto per il rilascio dei permessi di residenza e lavoro. Prego Fini ed i suoi tecnici di valutare questo aspetto non secondario. Che si connette ad un altro. La necessità di immigrati sta trasformando l’Italia in un Paese multietnico. La ricerca in materia mostra che ciò comporta rischi di stabilità, pur nel vantaggio del ringiovanimento e della maggiore varietà antropologica in un territorio, riducibili solo con forti azioni di assimilazione. In tale scenario la "mezza cittadinanza" amplificherebbe il problema mentre quella "piena" aiuterebbe a risolverlo per la sua maggiore efficacia integrativa.

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Il problema più appariscente riguarda il fatto che il voto amministrativo locale è, in realtà, un voto "politico", specialmente nel nostro sistema fatto di partiti che appaiono con la stessa sigla in tutti i livelli elettorali. Diritto e dovere, quindi, che richiede la cittadinanza piena. AN mostra di aver valutato questo punto. Infatti ha condizionato la facoltà di voto ad un atto di riconoscimento e rispetto della nostra Carta costituzionale da parte dell’immigrato. Tuttavia tale soluzione è ambigua perché genera una sorta di "mezza cittadinanza" di fatto. Lascio ai costituzionalisti l’ultima parola, ma l’argomento suscita una domanda chiave sul piano pratico: perché non dare ad un immigrato con la fedina penale pulita che per sei anni ha lavorato in Italia il diritto di richiedere la cittadinanza piena, se la vuole? Se non la vuole non si capisce perché dovrebbe essere interessato al voto locale. Quindi la soluzione più chiara e semplice sarebbe quella di dare la cittadinanza piena, non mezza, a chi ne ha requisiti e voglia. Gli altri che hanno la seconda e non ancora i primi aspetteranno il loro turno. Probabilmente AN ha proposto la "mezza cittadinanza" non per voglia di anomalia, ma perché pensa che l’Italia non possa ampliare quella "piena". L’ipotesi, invece, che lo possa merita una valutazione.

L’Italia è notoriamente in crisi demografica e, in quanto Paese ricco, non copre con i suoi residenti attuali molti lavori considerati da loro non soddisfacenti. Tale situazione definisce con molta precisione il nostro interesse nazionale. Abbiamo bisogno di giovani che provengano da condizioni di vita dove le occupazioni che noi scartiamo siano percepite come una buona opportunità di miglioramento. Ma la configurazione più utile dell’immigrato è quella che lo vede cittadino italiano, cioè residente permanente che decide di mettere su famiglia da noi. Questo è il punto decisivo per ottenere il riequilibrio demografico, cioè la possibilità di avere forze giovani che producono reddito e Pil in quantità superiore a quella dei pensionati. In particolare, la ricerca in materia fa ipotizzare che l’immigrato di prima generazione reso cittadino e con famiglia è più motivato all’auto-integrazione ed a comportamenti produttivi di quanto lo sia quello temporaneo. A qualcuno potrebbe spiacere l’analisi utilitaristica del valore dell’immigrato, ma prego di considerare che questa materia va trattata con realismo e non con demagogia pro o contro. Soprattutto, l’approccio utilitarista, di fatto economico, permette di individuare i numeri di nuovi cittadini che è possibile ricevere in relazione alle capacità di assorbimento del sistema. Si tratta di simulare il Pil proiettivo e il gettito fiscale che gli immigrati potranno generare nei prossimi decenni in relazione ai costi che la loro residenza comporterà al sistema di welfare. La formula è in realtà più complicata, ma se i tecnici la applicano ipotizzo che troveranno la possibilità di assorbire con vantaggio molti più nuovi cittadini di quanto l’Italia stia facendo ora ogni anno. Ed è questo il punto principale che propongo alla valutazione tecnica e politica: se posso avere più immigrati che diventano cittadini utili perché dovrei limitarmi alla logica inclusiva meno chiara e produttiva della "mezza cittadinanza"?

Poi c’è un problema di sicurezza che la "mezza cittadinanza" potrebbe amplificare. Non sappiamo ancora bene quanta parte dell’immigrazione islamica sia normale e quanta, invece, stimolata da motivi strategici. Solo ora, infatti, sta emergendo un piano di diffusione dell’Islam finanziato ed organizzato da istituzioni di riferimento "wahabita" (la variante fondamentalista ispirata dai sauditi). In attesa di chiarire tale fenomeno sarebbe pericoloso dare a forze organizzate ed ostili dei diritti politici che potrebbero favorire la loro azione. La procedura, revisionata, per dare più cittadinanze piene, invece, ridurrebbe tale pericolo. Perché può essere dotata di un controllo di sicurezza di qualità superiore a quello richiesto per il rilascio dei permessi di residenza e lavoro. Prego Fini ed i suoi tecnici di valutare questo aspetto non secondario. Che si connette ad un altro. La necessità di immigrati sta trasformando l’Italia in un Paese multietnico. La ricerca in materia mostra che ciò comporta rischi di stabilità, pur nel vantaggio del ringiovanimento e della maggiore varietà antropologica in un territorio, riducibili solo con forti azioni di assimilazione. In tale scenario la "mezza cittadinanza" amplificherebbe il problema mentre quella "piena" aiuterebbe a risolverlo per la sua maggiore efficacia integrativa.

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Il problema più appariscente riguarda il fatto che il voto amministrativo locale è, in realtà, un voto "politico", specialmente nel nostro sistema fatto di partiti che appaiono con la stessa sigla in tutti i livelli elettorali. Diritto e dovere, quindi, che richiede la cittadinanza piena. AN mostra di aver valutato questo punto. Infatti ha condizionato la facoltà di voto ad un atto di riconoscimento e rispetto della nostra Carta costituzionale da parte dell’immigrato. Tuttavia tale soluzione è ambigua perché genera una sorta di "mezza cittadinanza" di fatto. Lascio ai costituzionalisti l’ultima parola, ma l’argomento suscita una domanda chiave sul piano pratico: perché non dare ad un immigrato con la fedina penale pulita che per sei anni ha lavorato in Italia il diritto di richiedere la cittadinanza piena, se la vuole? Se non la vuole non si capisce perché dovrebbe essere interessato al voto locale. Quindi la soluzione più chiara e semplice sarebbe quella di dare la cittadinanza piena, non mezza, a chi ne ha requisiti e voglia. Gli altri che hanno la seconda e non ancora i primi aspetteranno il loro turno. Probabilmente AN ha proposto la "mezza cittadinanza" non per voglia di anomalia, ma perché pensa che l’Italia non possa ampliare quella "piena". L’ipotesi, invece, che lo possa merita una valutazione.

L’Italia è notoriamente in crisi demografica e, in quanto Paese ricco, non copre con i suoi residenti attuali molti lavori considerati da loro non soddisfacenti. Tale situazione definisce con molta precisione il nostro interesse nazionale. Abbiamo bisogno di giovani che provengano da condizioni di vita dove le occupazioni che noi scartiamo siano percepite come una buona opportunità di miglioramento. Ma la configurazione più utile dell’immigrato è quella che lo vede cittadino italiano, cioè residente permanente che decide di mettere su famiglia da noi. Questo è il punto decisivo per ottenere il riequilibrio demografico, cioè la possibilità di avere forze giovani che producono reddito e Pil in quantità superiore a quella dei pensionati. In particolare, la ricerca in materia fa ipotizzare che l’immigrato di prima generazione reso cittadino e con famiglia è più motivato all’auto-integrazione ed a comportamenti produttivi di quanto lo sia quello temporaneo. A qualcuno potrebbe spiacere l’analisi utilitaristica del valore dell’immigrato, ma prego di considerare che questa materia va trattata con realismo e non con demagogia pro o contro. Soprattutto, l’approccio utilitarista, di fatto economico, permette di individuare i numeri di nuovi cittadini che è possibile ricevere in relazione alle capacità di assorbimento del sistema. Si tratta di simulare il Pil proiettivo e il gettito fiscale che gli immigrati potranno generare nei prossimi decenni in relazione ai costi che la loro residenza comporterà al sistema di welfare. La formula è in realtà più complicata, ma se i tecnici la applicano ipotizzo che troveranno la possibilità di assorbire con vantaggio molti più nuovi cittadini di quanto l’Italia stia facendo ora ogni anno. Ed è questo il punto principale che propongo alla valutazione tecnica e politica: se posso avere più immigrati che diventano cittadini utili perché dovrei limitarmi alla logica inclusiva meno chiara e produttiva della "mezza cittadinanza"?

Poi c’è un problema di sicurezza che la "mezza cittadinanza" potrebbe amplificare. Non sappiamo ancora bene quanta parte dell’immigrazione islamica sia normale e quanta, invece, stimolata da motivi strategici. Solo ora, infatti, sta emergendo un piano di diffusione dell’Islam finanziato ed organizzato da istituzioni di riferimento "wahabita" (la variante fondamentalista ispirata dai sauditi). In attesa di chiarire tale fenomeno sarebbe pericoloso dare a forze organizzate ed ostili dei diritti politici che potrebbero favorire la loro azione. La procedura, revisionata, per dare più cittadinanze piene, invece, ridurrebbe tale pericolo. Perché può essere dotata di un controllo di sicurezza di qualità superiore a quello richiesto per il rilascio dei permessi di residenza e lavoro. Prego Fini ed i suoi tecnici di valutare questo aspetto non secondario. Che si connette ad un altro. La necessità di immigrati sta trasformando l’Italia in un Paese multietnico. La ricerca in materia mostra che ciò comporta rischi di stabilità, pur nel vantaggio del ringiovanimento e della maggiore varietà antropologica in un territorio, riducibili solo con forti azioni di assimilazione. In tale scenario la "mezza cittadinanza" amplificherebbe il problema mentre quella "piena" aiuterebbe a risolverlo per la sua maggiore efficacia integrativa.

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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2003-10-16

16/10/2003

I rischi della mezza cittadinanza

L’idea di dare agli immigrati la facoltà di voto e rappresentanza nelle elezioni locali è talmente importante da meritare approfondimenti tecnici depurati dagli aspetti politichesi. In generale, la proposta di AN appare in linea con le più evolute soluzioni "inclusive" al problema di gestione dell’immigrazione, ma anche ambigua sul piano delle proposte applicative. Non la si prenda come una critica secca perché in tutti i Paesi dell’Occidente le ricette in materia sono ancora in alto mare. Ma proprio per questo il tema va trattato come "ricerca in corso". E secondo me mancano dei chiarimenti di fondo che tenterò di inquadrare.

Il problema più appariscente riguarda il fatto che il voto amministrativo locale è, in realtà, un voto "politico", specialmente nel nostro sistema fatto di partiti che appaiono con la stessa sigla in tutti i livelli elettorali. Diritto e dovere, quindi, che richiede la cittadinanza piena. AN mostra di aver valutato questo punto. Infatti ha condizionato la facoltà di voto ad un atto di riconoscimento e rispetto della nostra Carta costituzionale da parte dell’immigrato. Tuttavia tale soluzione è ambigua perché genera una sorta di "mezza cittadinanza" di fatto. Lascio ai costituzionalisti l’ultima parola, ma l’argomento suscita una domanda chiave sul piano pratico: perché non dare ad un immigrato con la fedina penale pulita che per sei anni ha lavorato in Italia il diritto di richiedere la cittadinanza piena, se la vuole? Se non la vuole non si capisce perché dovrebbe essere interessato al voto locale. Quindi la soluzione più chiara e semplice sarebbe quella di dare la cittadinanza piena, non mezza, a chi ne ha requisiti e voglia. Gli altri che hanno la seconda e non ancora i primi aspetteranno il loro turno. Probabilmente AN ha proposto la "mezza cittadinanza" non per voglia di anomalia, ma perché pensa che l’Italia non possa ampliare quella "piena". L’ipotesi, invece, che lo possa merita una valutazione.

L’Italia è notoriamente in crisi demografica e, in quanto Paese ricco, non copre con i suoi residenti attuali molti lavori considerati da loro non soddisfacenti. Tale situazione definisce con molta precisione il nostro interesse nazionale. Abbiamo bisogno di giovani che provengano da condizioni di vita dove le occupazioni che noi scartiamo siano percepite come una buona opportunità di miglioramento. Ma la configurazione più utile dell’immigrato è quella che lo vede cittadino italiano, cioè residente permanente che decide di mettere su famiglia da noi. Questo è il punto decisivo per ottenere il riequilibrio demografico, cioè la possibilità di avere forze giovani che producono reddito e Pil in quantità superiore a quella dei pensionati. In particolare, la ricerca in materia fa ipotizzare che l’immigrato di prima generazione reso cittadino e con famiglia è più motivato all’auto-integrazione ed a comportamenti produttivi di quanto lo sia quello temporaneo. A qualcuno potrebbe spiacere l’analisi utilitaristica del valore dell’immigrato, ma prego di considerare che questa materia va trattata con realismo e non con demagogia pro o contro. Soprattutto, l’approccio utilitarista, di fatto economico, permette di individuare i numeri di nuovi cittadini che è possibile ricevere in relazione alle capacità di assorbimento del sistema. Si tratta di simulare il Pil proiettivo e il gettito fiscale che gli immigrati potranno generare nei prossimi decenni in relazione ai costi che la loro residenza comporterà al sistema di welfare. La formula è in realtà più complicata, ma se i tecnici la applicano ipotizzo che troveranno la possibilità di assorbire con vantaggio molti più nuovi cittadini di quanto l’Italia stia facendo ora ogni anno. Ed è questo il punto principale che propongo alla valutazione tecnica e politica: se posso avere più immigrati che diventano cittadini utili perché dovrei limitarmi alla logica inclusiva meno chiara e produttiva della "mezza cittadinanza"?

Poi c’è un problema di sicurezza che la "mezza cittadinanza" potrebbe amplificare. Non sappiamo ancora bene quanta parte dell’immigrazione islamica sia normale e quanta, invece, stimolata da motivi strategici. Solo ora, infatti, sta emergendo un piano di diffusione dell’Islam finanziato ed organizzato da istituzioni di riferimento "wahabita" (la variante fondamentalista ispirata dai sauditi). In attesa di chiarire tale fenomeno sarebbe pericoloso dare a forze organizzate ed ostili dei diritti politici che potrebbero favorire la loro azione. La procedura, revisionata, per dare più cittadinanze piene, invece, ridurrebbe tale pericolo. Perché può essere dotata di un controllo di sicurezza di qualità superiore a quello richiesto per il rilascio dei permessi di residenza e lavoro. Prego Fini ed i suoi tecnici di valutare questo aspetto non secondario. Che si connette ad un altro. La necessità di immigrati sta trasformando l’Italia in un Paese multietnico. La ricerca in materia mostra che ciò comporta rischi di stabilità, pur nel vantaggio del ringiovanimento e della maggiore varietà antropologica in un territorio, riducibili solo con forti azioni di assimilazione. In tale scenario la "mezza cittadinanza" amplificherebbe il problema mentre quella "piena" aiuterebbe a risolverlo per la sua maggiore efficacia integrativa.

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