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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2003-8-23

23/8/2003

Contro l’ecocatastrofismo

Da circa una settimana ricevo e-mail che chiedono quanto abbia ragione il Prof. Sartori nel preannunciare la catastrofe climatica e nel prescrivere il blocco dello sviluppo per limitare le emissioni di gas che, a suo parere, ne sono la causa principale. Fanno riferimento ad un editoriale sul Corriere della Sera pubblicato la settimana scorsa. Il motivo per cui mi arrivano tali richieste è che nel passato ho tentato di concettualizzare un’”ecologia ottimistica”, presentata in anteprima su queste pagine, da contrapporre all’ambientalismo pessimista. Dove la differenza tra pessimismo ed ottimismo non riguarda tanto una scommessa su cosa succederà – niente di particolare o la fine del mondo – quanto il tipo di soluzioni. I pessimisti: limitare lo sviluppo affinché non rompa l’equilibrio naturale. Gli ottimisti: accelerare lo sviluppo – futurizzazione costante – per ottenere grazie a più tecnologia un minore impatto dei sistemi umani sull’ambiente naturale nonché un migliore adattamento degli insediamenti alle sue inevitabili variazioni. Il Prof. Sartori ha preso una posizione netta sul lato dei pessimisti: catastrofe climatica in arrivo, in base ai fenomeni estremi avvenuti questa estate, fermiamo tutto per salvarci. Il problema è che tanti, stando alle e-mail, ci hanno creduto, allarmandosi. E ciò richiede una replica per evitare che si spargano miti irrazionali.

Potrebbe sembrare strano che una polemica in materia di ecosistema si sviluppi tra due ricercatori in scienze politiche ed economiche. Ma non lo è. Tali discipline, infatti, sono chiamate a progettare soluzioni in base ai dati che le scienze dell’ambiente (climatologia, scienze della terra, ecc.) stanno fornendo: il clima sta cambiando - è certo – e quindi i sistemi sociali adattati per un millennio o secoli alle vecchie condizioni ambientali si trovano a fare i conti con delle nuove a cui non sono preparati. Per esempio, dove c’era acqua potrebbe non essercene più  nel futuro. Questo è il dato di “input” che viene dall’ecologia fisica e che chiama un “output”, cioè una soluzione, da parte di chi si occupa di sistemi sociali: come riconfigurarli di fronte all’ecomutamento? Il problema è che il dato di “input” è ancora piuttosto ambiguo. Si sa, appunto, che il clima sta cambiando, ma poco altro. Non c’è  consenso sulle cause del cambiamento climatico: chi lo imputa principalmente alle emissioni industriali (effetto serra) e chi al mutamento ciclico del pianeta (glaciazioni e riscaldamenti). Non c’è poi alcuna precisazione credibile sul piano dei tempi: cambia tutto in pochi decenni o in secoli? In questa situazione sul piano cognitivo non riesco a capire cosa possa aver indotto il Prof. Sartori ad annunciare la catastrofe imminente. Tra l’altro non è neanche competenza delle scienze sociali il farlo. Quindi ai lettori va detto con molta serenità: il cambiamento climatico c’è, ma che sia così catastrofico è solo opinione non provata. Infatti quella di Sartori è una convinzione sostenuta solo dalle sue doti divinatorie personali.

E’ di competenza delle scienze sociali, invece, predisporre un quadro concettuale per affrontare il problema che appare certo: il pianeta cambia continuamente. Su questo piano va respinta decisamente la ricetta di Sartori: fermiamo tutto poiché una parte di tale cambiamento è sicuramente attribuibile all’attività umana e pertanto questa deve essere limitata. Va rigettata per motivi logici: una soluzione che crei povertà e limiti la libertà agli esseri umani non sarebbe una soluzione: carica di costi ambientali le imprese; non farti la doccia per risparmiare acqua; va a piedi per evitare le emissioni dei motori; non fare figli perché siamo in troppi; ecc. Soluzioni inapplicabili. La missione delle scienze sociali, in questa materia, è quella di trovarne di fattibili e non di liriche. Cioè di rendere compatibili il progresso tecnico e civile con la sua sostenibilità ambientale. E’ possibile? Onestamente non lo si sa ancora. Ma poiché è inaccettabile la soluzione che limiti lo sviluppo non abbiamo altra scelta che tentare di praticare l’ecologia ottimistica. Con quali soluzioni? Energia nucleare per sostituire quella contaminante; e per alimentare a bassi costi enormi impianti di desalinizzazione per portare l’acqua dove non basterà; artificializzazione progressiva degli ambienti, per esempio appartamenti climatizzati per tollerare punte estreme di caldo e di freddo; ingegneria del territorio che lo difenda da fenomeni meteorologici estremi, ecc. In sintesi, si tratta di dare, con più tecnologia, più flessibilità ai sistemi umani in modo che resistano meglio alle variazioni ambientali. Ciò sarà un costo. La scienza economica deve trovare il modo di assorbirlo nel tempo e di trasformarlo in investimento affinché non provochi crisi da deflazione o inflazione per eccesso di costi ambientali. Una sfida gigantesca. Ma non abbiamo altre alternative se non quella di accelerare il progresso. Tale è il fondamento logico – e non solo sentimentale – dell’ “ecologia ottimistica”, parte del più generale “pensiero forte”: la fiducia di trovare soluzioni e di saper correggere in tempo utile gli errori che inevitabilmente faremo nello sperimentare quelle nuove. Per tale motivo al pensiero debole del  Prof. Sartori va contrapposto un più razionale “acceleriamo tutto”. I lettori temano il pensiero debole non il mutamento climatico. Perché il secondo risulterà gestibile se ci libereremo del primo.

(c) 2003 Carlo Pelanda
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