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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2001-8-6

6/8/2001

Mezzo miracolo avverrà, per l’altra metà bisognerà reindustrializzare il Paese

 Il governo Berlusconi ha promesso di mandare l’Italia in boom economico nel corso della nuova legislatura che terminerà – formalmente - nella primavera del 2006. Da una parte, tale promessa è credibile proprio per l’inusuale forza politica della coalizione: il governo può contare su una maggioranza robustissima e, diversamente dall’Ulivo nel quinquennio precedente, molto coesa. Ciò significa che il governo potrà far approvare i provvedimenti che vuole senza troppi intralci dall’opposizione (che, infatti, dovrà spostarsi sulle piazze per poter contare qualcosa, come già tentato a Genova). Dall’altra, il rilancio di un’economia è anche un fatto tecnico, complicatissimo sia per la dipendenza dal ciclo dell’economia internazionale - andamenti globali e competitività in relazione ad altre nazioni -  sia per il fatto che l’Italia ha ceduto molta sovranità economica all’Unione Europea, cosa che ne vincola molto le politiche. Impostiamo lo scenario per capirne meglio i punti critici.

 Prima di tutto vediamo l’obiettivo che si è prefisso il governo, nelle cifre date da Tremonti in sede di Dpef (documento di impegno programmatico). Il carico fiscale complessivo, quindi la spesa pubblica, dovrà scendere dal 42% del Pil nel 2002 al 38% circa nel 2006. Si tratta, in sostanza, di tagliare spesa e tasse di più di centomila miliardi di lire (cioè più di 50 miliardi di euro). Tale manovra sarà facilitata se il Pil potrà crescere quanto sperato, cioè costantemente attorno al 3% dal 2002 in poi. Perché più aumenta questo, meno urgente sarà perseguire l’obiettivo con tagli sofferti alla spesa pubblica. Ma questi hanno comunque un’agenda stringente dettata dal Patto di stabilità dell’euro: entro il 2003, di fatto nell’anno finanziario 2004, dovrà essere raggiunto il pareggio di bilancio, cioè l’azzeramento del deficit annuo. Che per l’Italia significa ottenere ogni anno un avanzo primario – cioè un surplus delle entrate statali sulle uscite – di circa il 5,5% costante per abbattere gradualmente la montagna del debito pubblico. Una riduzione del deficit di circa centomila miliardi è stata già ottenuta dal 1992 in poi. Ma ciò è avvenuto sia alzando le tasse sia grazie alla riduzione dei tassi monetari, cioè della spesa annuale per interessi (“servizio del debito”), e ben poco via tagli alla spesa e, appunto per la crisi competitiva dovuta alle tasse elevate, aumenti del Pil (denominatore). L’orientamento del governo è quello di avvalersi esclusivamente di incrementi della crescita e di tagli alla spesa pubblica, senza usare aumenti fiscali. Quindi, questa volta, bisognerà veramente fare le cosiddette “riforme strutturali” e allo stesso tempo stimolare la crescita economica, entro il rigoroso rispetto dei vincoli di pareggio di bilancio. Il tutto parte in un 2001 che mostra tendenze recessive. Sarà difficile rispettare gli impegni? Molto, ma non è impossibile.

 Il punto più critico, apparentemente, sarà quello di reinquadrare i costi della sanità e delle pensioni. Mettere sotto controllo i primi è meno ostico di quanto appare perché la quantità di sprechi nel sistema sanitario pubblico è enorme. Si può risparmiare molto senza intaccare la qualità del servizio (comunque da migliorare). Per il sistema pensionistico, rispettando i diritti acquisiti, ovviamente, si tratta per lo più di posporre per alcune categorie l’età pensionabile e di renderla facoltativa, incentivando la continuazione dell’attività lavorativa. Per il futuro, poi, bisognerà aggiungere i fondi pensionistici privati. Non è difficilissimo, tecnicamente. Lo è politicamente, ma la forza politica del governo è sulla carta tale da superare eventuali mobilitazioni della sinistra conservatrice o comunque da negoziare con questa accordi non conflittuali. Si vedrà, ma comunque le prospettive sono buone, anche se tutti dicono che la complessità politica renderà quasi impossibile questa parte del “manovrone”.

  Penso, invece, che sarà tecnicamente più difficile, ottenere la stimolazione della crescita, cioè aumentare il Pil. Il rilancio delle opera pubbliche sarà un motore eccezionale, ma comincerà a produrre effetti tra un paio d’anni. Tremonti, nel breve periodo, punta sulla ripresa immediata degli investimenti (defiscalizzazione stimolativa), sull’emersione del nero (1/3 della nostra economia) e sul ritorno dei capitali usciti clandestinamente dall’Italia (enormi) per sfuggire al fisco oppressivo. In parte questo effetto avverrà, ma sarà limitato o posposto sia dal ciclo globale ed europeo basso sia dal fatto che la bonifica delle illegalità, per produrre effetti reali ed immediati, richiede condoni non facili da far passare politicamente ed eticamente. Nel medio periodo, la prospettiva di riduzione delle tasse “strutturali” è buona, ma non necessariamente risolutiva. E’ stata tarata, infatti, in base alla fattibilità interna e non sulla scorta di un’analisi di concorrenzialità fiscale globale. Altri Paesi saranno più competitivi. Inoltre l’Italia, negli ultimi dieci anni, ha perso buona parte della sua capacità industriale nelle alte tecnologie e le sue piccole imprese non hanno la scala per concorrere globalmente, in numero sufficiente. Questo vuol dire, in conclusione, che bisognerà stimolare molto di più di quanto ora si pensi l’espansione e la competitività della base industriale italiana. Questo è il nodo più critico che ancora non si è ben inquadrato pur in una strategia coraggiosa e lungimirante. Perché? Tutti noi abbiamo mitizzato la vitalità economica del Paese, senza analizzarla freddamente e spietatamente in relazione alla nuova concorrenza internazionale ed alla crisi di deindustrializzazione cha abbiamo subito nell’ultimo decennio. E i dati in materia non sono meravigliosi: poca tecnologia, troppi settori maturi esposti alla concorrenza dei paesi emergenti, grave ritardo complessivo di modernità. Questo è il nodo principale che dobbiamo individuare meglio per poterlo sciogliere. Nell’attesa, si può dire che mezzo miracolo potrà avvenire, ma per l’altra metà bisognerà reindustrializzare completamente il Paese. Questa è la vera sfida.   

(c) 2001 Carlo Pelanda
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