Berlusconi sarà in Terra santa dal 9 giugno. Questa data segna l’inizio di un ruolo primario, prolungato e diretto dell’Italia per la pacificazione dell’area. Con sia una volontà sia una possibilità di realmente influenzarne il processo come mai successo in precedenza. Per la combinazione di tre motivi. Prima di tutto la ridefinizione in senso interventista del nostro interesse nazionale: è vitale per lo sviluppo italiano ed in particolare del Meridione che cada il muro del Mediterraneo, di cui il conflitto arabo-israeliano è la colonna portante. Noi siamo al centro di un futuro sistema geoconomico, cerniera naturale tra mercato europeo e quello mediorientale, con potenzialità enormi ed è evidente l’interesse nostro a stare anche nel suo "centro" geopolitico in formazione. Tempo fa parlai su queste pagine di "svolta" perché il precedente governo dell’Ulivo trattò la questione con una teoria diversa che valutava contrastanti gli interessi ad essere un centro attivo del Mediterraneo e contemporaneamente un pezzo integrato del sistema europeo. Per questo la politica italiana fino al 2001 fu molto passiva sulla questione mediorientale; appiattita su una posizione europea influenzata dall’interesse tedesco a non farsi coinvolgere "a sud" e da quello francese a farlo in modo sbilanciato a favore degli islamici. Ora il governo Berlusconi ha preso una direzione più lungimirante e vantaggiosa: Italia più equilibrata e più attiva anche nel trainare gli europei. Con – secondo motivo – un’opportunità realistica di farlo in base alla responsabilità della presidenza di turno dell'Unione Europea. Tale ruolo non da poteri reali di indirizzo, ma può influenzare il giusto contributo europeo (ora inesistente) alla pacificazione. Con l’ulteriore occasione – terzo motivo – di poter far convergere Usa ed Ue sulla materia attraverso l’azione di Berlusconi. Ruolo di mediazione attiva riconosciuto esplicitamente da Bush. In sintesi, il nostro Presidente del Consiglio, e con lui l’Italia intera, si trovano in prima linea sul fronte della pacificazione. Va sottolineato perché da decenni non siamo abituati a svolgere ruoli primari sulla scena internazionale. E lo si nota nei commenti: per lo più se ne parla come se fossimo spettatori. La novità da capire è che siamo protagonisti. Considerazione che la sinistra dovrebbe tramutare in nuovo senso di responsabilità per le sue posizioni interne che influenzano la politica estera. Non voglio essere lirico, ma devo ricordare che qui si tratta di pace sul serio, e non per finta come nei cortei o nelle dichiarazioni politichesi, con elementi di tragicità che tolgono il respiro: sia Sharon sia Abu Mazen sono personalmente convinti che alla fine saranno assassinati dai rispettivi estremisti più procederanno verso la pace, come successo ai predecessori che l’hanno tentata. Ma vanno avanti lo stesso. Lo facciano tutti gli altri con altrettanta serietà e responsabilità

Detto questo, prende per noi priorità il capire quali siano i buchi ancora esistenti nella Road Map (carta con le tappe del percorso di pacificazione) per contribuire a colmarli. Quello più noto e pericoloso riguarda la mancanza di un interlocutore con pieni poteri dalla parte palestinese. Abu Mazen (Primo ministro) è emerso forzatamente perché Israele ed Usa non hanno più riconosciuto la credibilità di Arafat (Presidente della Anp). Qualsiasi accordo siglato dal primo può essere sabotato dal secondo e questi si è adattato solo temporaneamente, e tatticamente, alla secondarietà. Quindi prima o poi la questione di Arafat dovrà essere risolta perché fino a che resterà in posizione ricattatoria una frana improvvisa potrà ostruire la strada faticosamente costruita. Tema delicatissimo, i suoi termini non trattabili nello spazio di un articolo. Ma almeno l’Unione Europea potrebbe smettere l’assurda politica (rinnovata recentemente da Solana e da De Villepen) di considerare Arafat come un interlocutore. Solo questo darebbe un contributo formidabile alle prospettive di pacificazione. L’altro buco è la mancanza di una "Road Map 2" utile a rinforzare la prima. Il punto riguarda la pacificazione tra Siria ed Israele e la bonifica del Libano – dominato dalla prima – dalle basi di guerriglia. Tale pacificazione parallela è, per Israele, perfino più cruciale di quella relativa ai palestinesi. Perché le toglierebbe l’ultimo e più pericoloso nemico esterno ravvicinato e le darebbe la possibilità di raccordi terrestri con la Turchia ed il nuovo Irak, essenziali per lo sviluppo economico (anche dei siriani e libanesi). Un’azione su questo piano renderebbe Israele molto più morbida sull’altro. L’enorme impegno ordinatore degli Usa nell’area va in questa direzione. Ma tale sbocco ha bisogno di un sostegno maggiore da parte degli europei. Così come tra israeliani e palestinesi c’è bisogno di un mediatore attivo in più. L’Italia è riconosciuta da ambedue come interlocutore credibile ed affidabile. Ed è di valore storico la decisione di Israele – che prenderà forma pubblica nei prossimi mesi - di considerare il nostro Paese come "la" nazione europea di riferimento senza che ciò modifichi i nostri tradizionali ottimi rapporti con i Paesi arabi. Questo è già stato un primo grande successo del governo Berlusconi nella nuova politica mediterranea, equilibrata, ma attiva. Non è un problema di tasso di piaggeria nel volerlo riconoscere o meno, ma di comprensione delle nuove responsabilità italiane. Se ce ne fosse di più riusciremmo a fare perfino meglio.

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Detto questo, prende per noi priorità il capire quali siano i buchi ancora esistenti nella Road Map (carta con le tappe del percorso di pacificazione) per contribuire a colmarli. Quello più noto e pericoloso riguarda la mancanza di un interlocutore con pieni poteri dalla parte palestinese. Abu Mazen (Primo ministro) è emerso forzatamente perché Israele ed Usa non hanno più riconosciuto la credibilità di Arafat (Presidente della Anp). Qualsiasi accordo siglato dal primo può essere sabotato dal secondo e questi si è adattato solo temporaneamente, e tatticamente, alla secondarietà. Quindi prima o poi la questione di Arafat dovrà essere risolta perché fino a che resterà in posizione ricattatoria una frana improvvisa potrà ostruire la strada faticosamente costruita. Tema delicatissimo, i suoi termini non trattabili nello spazio di un articolo. Ma almeno l’Unione Europea potrebbe smettere l’assurda politica (rinnovata recentemente da Solana e da De Villepen) di considerare Arafat come un interlocutore. Solo questo darebbe un contributo formidabile alle prospettive di pacificazione. L’altro buco è la mancanza di una "Road Map 2" utile a rinforzare la prima. Il punto riguarda la pacificazione tra Siria ed Israele e la bonifica del Libano – dominato dalla prima – dalle basi di guerriglia. Tale pacificazione parallela è, per Israele, perfino più cruciale di quella relativa ai palestinesi. Perché le toglierebbe l’ultimo e più pericoloso nemico esterno ravvicinato e le darebbe la possibilità di raccordi terrestri con la Turchia ed il nuovo Irak, essenziali per lo sviluppo economico (anche dei siriani e libanesi). Un’azione su questo piano renderebbe Israele molto più morbida sull’altro. L’enorme impegno ordinatore degli Usa nell’area va in questa direzione. Ma tale sbocco ha bisogno di un sostegno maggiore da parte degli europei. Così come tra israeliani e palestinesi c’è bisogno di un mediatore attivo in più. L’Italia è riconosciuta da ambedue come interlocutore credibile ed affidabile. Ed è di valore storico la decisione di Israele – che prenderà forma pubblica nei prossimi mesi - di considerare il nostro Paese come "la" nazione europea di riferimento senza che ciò modifichi i nostri tradizionali ottimi rapporti con i Paesi arabi. Questo è già stato un primo grande successo del governo Berlusconi nella nuova politica mediterranea, equilibrata, ma attiva. Non è un problema di tasso di piaggeria nel volerlo riconoscere o meno, ma di comprensione delle nuove responsabilità italiane. Se ce ne fosse di più riusciremmo a fare perfino meglio.

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Detto questo, prende per noi priorità il capire quali siano i buchi ancora esistenti nella Road Map (carta con le tappe del percorso di pacificazione) per contribuire a colmarli. Quello più noto e pericoloso riguarda la mancanza di un interlocutore con pieni poteri dalla parte palestinese. Abu Mazen (Primo ministro) è emerso forzatamente perché Israele ed Usa non hanno più riconosciuto la credibilità di Arafat (Presidente della Anp). Qualsiasi accordo siglato dal primo può essere sabotato dal secondo e questi si è adattato solo temporaneamente, e tatticamente, alla secondarietà. Quindi prima o poi la questione di Arafat dovrà essere risolta perché fino a che resterà in posizione ricattatoria una frana improvvisa potrà ostruire la strada faticosamente costruita. Tema delicatissimo, i suoi termini non trattabili nello spazio di un articolo. Ma almeno l’Unione Europea potrebbe smettere l’assurda politica (rinnovata recentemente da Solana e da De Villepen) di considerare Arafat come un interlocutore. Solo questo darebbe un contributo formidabile alle prospettive di pacificazione. L’altro buco è la mancanza di una "Road Map 2" utile a rinforzare la prima. Il punto riguarda la pacificazione tra Siria ed Israele e la bonifica del Libano – dominato dalla prima – dalle basi di guerriglia. Tale pacificazione parallela è, per Israele, perfino più cruciale di quella relativa ai palestinesi. Perché le toglierebbe l’ultimo e più pericoloso nemico esterno ravvicinato e le darebbe la possibilità di raccordi terrestri con la Turchia ed il nuovo Irak, essenziali per lo sviluppo economico (anche dei siriani e libanesi). Un’azione su questo piano renderebbe Israele molto più morbida sull’altro. L’enorme impegno ordinatore degli Usa nell’area va in questa direzione. Ma tale sbocco ha bisogno di un sostegno maggiore da parte degli europei. Così come tra israeliani e palestinesi c’è bisogno di un mediatore attivo in più. L’Italia è riconosciuta da ambedue come interlocutore credibile ed affidabile. Ed è di valore storico la decisione di Israele – che prenderà forma pubblica nei prossimi mesi - di considerare il nostro Paese come "la" nazione europea di riferimento senza che ciò modifichi i nostri tradizionali ottimi rapporti con i Paesi arabi. Questo è già stato un primo grande successo del governo Berlusconi nella nuova politica mediterranea, equilibrata, ma attiva. Non è un problema di tasso di piaggeria nel volerlo riconoscere o meno, ma di comprensione delle nuove responsabilità italiane. Se ce ne fosse di più riusciremmo a fare perfino meglio.

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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2003-6-7

7/6/2003

L’Italia protagonista della Pax mediterranea

Berlusconi sarà in Terra santa dal 9 giugno. Questa data segna l’inizio di un ruolo primario, prolungato e diretto dell’Italia per la pacificazione dell’area. Con sia una volontà sia una possibilità di realmente influenzarne il processo come mai successo in precedenza. Per la combinazione di tre motivi. Prima di tutto la ridefinizione in senso interventista del nostro interesse nazionale: è vitale per lo sviluppo italiano ed in particolare del Meridione che cada il muro del Mediterraneo, di cui il conflitto arabo-israeliano è la colonna portante. Noi siamo al centro di un futuro sistema geoconomico, cerniera naturale tra mercato europeo e quello mediorientale, con potenzialità enormi ed è evidente l’interesse nostro a stare anche nel suo "centro" geopolitico in formazione. Tempo fa parlai su queste pagine di "svolta" perché il precedente governo dell’Ulivo trattò la questione con una teoria diversa che valutava contrastanti gli interessi ad essere un centro attivo del Mediterraneo e contemporaneamente un pezzo integrato del sistema europeo. Per questo la politica italiana fino al 2001 fu molto passiva sulla questione mediorientale; appiattita su una posizione europea influenzata dall’interesse tedesco a non farsi coinvolgere "a sud" e da quello francese a farlo in modo sbilanciato a favore degli islamici. Ora il governo Berlusconi ha preso una direzione più lungimirante e vantaggiosa: Italia più equilibrata e più attiva anche nel trainare gli europei. Con – secondo motivo – un’opportunità realistica di farlo in base alla responsabilità della presidenza di turno dell'Unione Europea. Tale ruolo non da poteri reali di indirizzo, ma può influenzare il giusto contributo europeo (ora inesistente) alla pacificazione. Con l’ulteriore occasione – terzo motivo – di poter far convergere Usa ed Ue sulla materia attraverso l’azione di Berlusconi. Ruolo di mediazione attiva riconosciuto esplicitamente da Bush. In sintesi, il nostro Presidente del Consiglio, e con lui l’Italia intera, si trovano in prima linea sul fronte della pacificazione. Va sottolineato perché da decenni non siamo abituati a svolgere ruoli primari sulla scena internazionale. E lo si nota nei commenti: per lo più se ne parla come se fossimo spettatori. La novità da capire è che siamo protagonisti. Considerazione che la sinistra dovrebbe tramutare in nuovo senso di responsabilità per le sue posizioni interne che influenzano la politica estera. Non voglio essere lirico, ma devo ricordare che qui si tratta di pace sul serio, e non per finta come nei cortei o nelle dichiarazioni politichesi, con elementi di tragicità che tolgono il respiro: sia Sharon sia Abu Mazen sono personalmente convinti che alla fine saranno assassinati dai rispettivi estremisti più procederanno verso la pace, come successo ai predecessori che l’hanno tentata. Ma vanno avanti lo stesso. Lo facciano tutti gli altri con altrettanta serietà e responsabilità

Detto questo, prende per noi priorità il capire quali siano i buchi ancora esistenti nella Road Map (carta con le tappe del percorso di pacificazione) per contribuire a colmarli. Quello più noto e pericoloso riguarda la mancanza di un interlocutore con pieni poteri dalla parte palestinese. Abu Mazen (Primo ministro) è emerso forzatamente perché Israele ed Usa non hanno più riconosciuto la credibilità di Arafat (Presidente della Anp). Qualsiasi accordo siglato dal primo può essere sabotato dal secondo e questi si è adattato solo temporaneamente, e tatticamente, alla secondarietà. Quindi prima o poi la questione di Arafat dovrà essere risolta perché fino a che resterà in posizione ricattatoria una frana improvvisa potrà ostruire la strada faticosamente costruita. Tema delicatissimo, i suoi termini non trattabili nello spazio di un articolo. Ma almeno l’Unione Europea potrebbe smettere l’assurda politica (rinnovata recentemente da Solana e da De Villepen) di considerare Arafat come un interlocutore. Solo questo darebbe un contributo formidabile alle prospettive di pacificazione. L’altro buco è la mancanza di una "Road Map 2" utile a rinforzare la prima. Il punto riguarda la pacificazione tra Siria ed Israele e la bonifica del Libano – dominato dalla prima – dalle basi di guerriglia. Tale pacificazione parallela è, per Israele, perfino più cruciale di quella relativa ai palestinesi. Perché le toglierebbe l’ultimo e più pericoloso nemico esterno ravvicinato e le darebbe la possibilità di raccordi terrestri con la Turchia ed il nuovo Irak, essenziali per lo sviluppo economico (anche dei siriani e libanesi). Un’azione su questo piano renderebbe Israele molto più morbida sull’altro. L’enorme impegno ordinatore degli Usa nell’area va in questa direzione. Ma tale sbocco ha bisogno di un sostegno maggiore da parte degli europei. Così come tra israeliani e palestinesi c’è bisogno di un mediatore attivo in più. L’Italia è riconosciuta da ambedue come interlocutore credibile ed affidabile. Ed è di valore storico la decisione di Israele – che prenderà forma pubblica nei prossimi mesi - di considerare il nostro Paese come "la" nazione europea di riferimento senza che ciò modifichi i nostri tradizionali ottimi rapporti con i Paesi arabi. Questo è già stato un primo grande successo del governo Berlusconi nella nuova politica mediterranea, equilibrata, ma attiva. Non è un problema di tasso di piaggeria nel volerlo riconoscere o meno, ma di comprensione delle nuove responsabilità italiane. Se ce ne fosse di più riusciremmo a fare perfino meglio.

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