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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2005-5-3

3/5/2005

Bisogno di chiarezza

 I lettori vogliono conoscere  la verità su quello che sta succedendo nella Casa e sapere se possono sperare che nelle elezioni del 2006 possa ancora vincere l’Italia delle libertà. Il punto essenziale lo ha anticipato, da tempo e ripetutamente, Maurizio Belpietro: una parte dei leder della Casa, più apertamente quelli dell’Udc, vogliono liberarsi di Berlusconi, dando alla sua sostituzione una priorità superiore a quella di realizzare il programma di governo e, perfino, di vincere le elezioni del 2006. Ma è così incredibile una tale volontà di suicidio - scrivono molti lettori - che risulta difficile capirne i motivi. Svisceriamoli, allora, con spietata chiarezza.   

 Pur osservando fin dalla fine del 2001 il formarsi di cordate, silenziosamente anche dentro Forza Italia, che si preparavano già allora al post-Berlusconi, fino a qualche giorno fa io ero tra quelli che non avevano capito bene cosa stesse bollendo in pentola. Pensavo, infatti, che fosse il tipico gioco delle ambizioni e degli interessi che caratterizza la politica, ma che potesse restare entro il limite della razionalità. Nel novembre del 2004 mi venne il primo sospetto che tale limite fosse saltato quando Berlusconi dovette minacciare le dimissioni per far accettare un minimo di detassazione agli alleati. Ma interpretai quella tensione come interesse dei partiti con elettorati più sensibili alle tutele a distinguersi dal programma liberalizzante a ridosso delle elezioni regionali. Anche perché i sondaggi mostravano il crescere dell’incertezza economica e della domanda di protezioni. Sembrava un dissidio razionale, pur autolesionista. Ma la strana crisi di governo dopo le elezioni regionali rese lampante che la rottura entro la Casa era più profonda, anche se mascherata. Chiesi ai protagonisti o a chi era vicino a loro, in privato ed incalzandoli, cosa diavolo stesse facendo impazzire la maionese. Risposta: i leader della Casa non si sopportano più l’uno con l’altro, visceralmente; c’è un’ostilità perfino fisica – con l’eccezione, temporanea, di Bossi – nei confronti di Berlusconi. E viceversa. La professionalità politica non ha reso estrema ed esplicita tale rottura tra le persone e ciò ha generato l’ambiguità percepita dai lettori - ma situazione ben nota alle èlite - sui veri motivi della crisi di coesione nella Casa. Anche perché i lettori sanno che in politica non è insolito detestarsi, anzi, ed allo stesso tempo cooperare per un progetto di interesse comune. Ma la verità chiarificatrice è che nei confronti di Berlusconi gli altri politici hanno sviluppato un livore assoluto, e non solo relativo, perché il suo stile di leadership carismatica toglie agli altri lo spazio per “fare politica”. Fino a che era forte hanno ingoiato invidia e bile, sforzandosi di sorridere. Appena hanno colto la possibilità di metterlo in difficoltà questi si sono scatenati per sabotarne la credibilità e l’immagine. Alla fine riuscendoci con il blocco del programma di governo, dal gennaio del 2003 in poi, e attraverso una guerriglia continua. Che ha contribuito alla sconfitta elettorale delle regionali minando la fiducia sulla capacità del governo e del leader di risolvere i problemi. E che ora sta montando in affondo finale: via Berlusconi. Che è l’esatto significato del termine “discontinuità” usato recentemente dall’Udc, dell’annuncio della fine del berlusconismo sul giornale di An, ecc. La verità, quindi, è che c’è un fenomeno di rigetto viscerale di un leader anomalo, per doti e stile, da parte della classe dei politici “normali”. Che si congiunge - in alcuni casi direttamente, in altri solo di fatto - con la concentrazione di poteri (banche, grandi industriali e loro giornali) interessati a difendere il loro potere oligarchico messo a rischio dal riformismo liberalizzante. In sintesi, il Palazzo politico ed economico fa di tutto per sfrattare Berlusconi, ma questi resta forte a sufficienza per resistere sia per la sua abilità personale sia perché, comunque, mantiene la fiducia dell’elettorato che è il nucleo di qualsiasi centrodestra possa emergere nel futuro. Ma è un forza contrastata sempre più aggressivamente da chi spera di mandarlo in pensione o facendolo cadere ad ottobre oppure puntando ad una sconfitta elettorale. Qui siamo, qui il malessere da ambiguità percepito dai lettori.

 Se questa è la verità, e penso lo sia in buona parte, cosa dovremmo fare noi interessati a cambiare in senso modernizzante e liberalizzante l’Italia? Secondo me un Berlusconi che riuscisse a vincere le elezioni, cosa possibile se meno sabotato, sarebbe un’enorme opportunità per l’Italia. Si confronterebbe solo con la storia in un ultimo mandato. Avrebbe, pertanto, tutto l’interesse a chiudere la transizione politica che dura dal 1992 consolidando un bipartitismo, stabilizzante e di per se modernizzante. E, soprattutto, avrebbe l’impulso per completare le riforme economiche. Certamente è una figura politica anomala, ma in tutte le nazioni emergono leader d’eccezione nei momenti in cui bisogna cambiare. Quindi facciamogli compiere la sua missione. Poi lascerà un’Italia messa a posto a leader più normali. Per capire se tale scenario sia possibile va risolta subito l’ambiguità: ciascuno deve prendere una posizione netta e aperta sulla leadership di Berlusconi. Per le ragioni dette mi schiero con lui, con il progetto di un grande partito unitario delle libertà, con il sogno di modernizzare l’Italia. Si schierino anche gli altri, pro o contro, ma con altrettanta chiarezza.

(c) 2005 Carlo Pelanda
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