I dati relativi all’azione di bonifica dell’Iraq, pur questa solo all’inizio, sono ormai sufficienti per tentare uno scenario realistico dei possibili sviluppi. Cercherò di sintetizzare i punti essenziali.

E’ evidente nei fatti che l’azione militare sia ispirata dalla priorità di lasciare il più possibile intatto il territorio iracheno, cioè le sue strutture produttive ed infrastrutture, nonché di minimizzare le perdite civili. Tale finalità strategica è ovvia in quanto l’obiettivo è quello di rimuovere un regime e non di distruggere l’Iraq. Come è ovvio che il liberatore abbia tutto l’interesse che il Paese rimanga il più possibile funzionante nell’ambito di un ampio consenso locale. Ma trovare conferma di tale ovvietà serve a dimostrare l’infondatezza di tutte quelle voci che urlano alla guerra distrutttiva e spietata, il suo orrore. Fesserie. La superiorità tecnologica viene usata per aumentare la selettività dell’azione militare rendendone gli impatti circoscritti solo a ciò che è strettamente necessario. Con una precisione, come ci ha tenuto a ribadire il generale Franks, mai vista in precedenza. Ovviamente saranno possibili incidenti con vittime civili (anche creati ad arte dal regime agonizzante), ma ciò non deve oscurare il fatto che gli alleati stiano facendo tutto il possibile per evitarli. E solo chi è in malafede può negarlo in base ai fatti.

Un elemento a ulteriore conferma di tale orientamento, poco noto perché non catturato dalle televisioni, riguarda la probabile mossa di reinquadrare – dopo un periodo di controlli - le unità militari che si arrendono in un nuovo esercito iracheno che sia in grado di garantire l’integrità della nazione ed il controllo del territorio. Ciò, oltre a quanto detto sopra, è un indizio concreto sulla sincerità da parte degli Alleati di rendere il prima possibile il nuovo Iraq capace di autogoverno e non un "protettorato". Si pregano i demonizzatori antiamericani di rendersene conto e quindi di usare argomenti polemici meno astrusi.

Come proseguirà l’azione militare? Si basa su una pianificazione flessibile pronta a cogliere i cambiamenti di circostanze. Per esempio, se il regime crolla o mostra comunque di stare per farlo, allora le brigate aviotrasportate punteranno diritte su Baghdad per finire velocemente il lavoro. Se il regime, invece, resiste, non si potrà stabilizzare con quindicimila-ventimila paracadusti una città con quattro milioni di abitanti e si aspetterà l’arrivo via terra di maggiori risorse. Premendo comunque per la dissoluzione del regime attraverso l’incentivo delle defezioni e la decapitazione delle sue teste. Quest’ultima è l’azione principale anche perché minimizza la probabilità di dover combattere, o troppo duramente, nei centri urbani. Ed è anche la scommessa su cui si basa tutta la conduzione della guerra.

Gli analisti, infatti, ne stanno valutando la consistenza. Perché l’idea di puntare sulla caduta rapida del regime ha fatto iniziare le azioni prima che il dispositivo di forza fosse dispiegato completamente. Ciò rende l’offensiva più simile ad un "blitz" (guerra lampo) basato sullo sfruttamento delle opportunità, della velocità e flessibilità che ad una avanzata lenta basata sulla distruzione progressiva delle linee nemiche una ad una. Riuscirà? Gli indizi mostrano che lo scioglimento in atto del gruppo di Saddam, anche qualora non fosse completo, risulterà comunque sufficiente per evitare una opposizione eccessiva in alcune aree critiche (urbane). E che la presa del regime sull’apparato militare e civile iracheno è in ogni caso già dissolta. Quindi sembra che il comando alleato abbia interpretato realisticamente la situazione del nemico ed adottato una strategia adeguata. Non priva di rischi, ma contenibili. La sensazione è che tale logica avrà successo, facendo stimare tra i dieci ed i venti giorni ancora la durata delle operazioni.

Questa previsione ottimistica potrebbe essere smentita da un colpo di coda di Saddam, cioè da un lancio di armi chimiche o batteriologiche (Saddam è riuscito a tenere nascosti 24 Scud con testata biochimica). Gli indizi in materia segnalano che una quantità sufficiente di truppe speciali ed azioni segrete stiano cercando di tenere sotto controllo tale eventualità. Non lo sapremo fino all’ultimo, ma il rischio sembra contenuto.

Più elevato è quello di una crisi tra turchi e curdi nel nord del Paese. Ma truppe americane si stanno precipitando nell’area per evitare una guerra nella guerra.

Un rischio molto evocato dai catastrofisti riguarda la mobilitazione delle masse islamiche indignate contro i crociati, di scala tale da destabilizzare i regimi arabi moderati. La realtà mostra che tale mobilitazione è circa cinque volte inferiore a quella prevista, quindi controllabile. La temuta offensiva terroristica non sembra prendere piede. Le condanne da parte delle nazioni ostili all’azione sembrano generiche e rituali. Anche perché vedono i dati citati e quindi prevedono che l’azione alleata avrà conseguenze più stabilizzanti che destabilizzanti.

Infatti questa è la direzione dello scenario. Vedremo, ma per intanto la guerra giusta – perché di liberazione - mostra di avere una conduzione altrettanto giusta.

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E’ evidente nei fatti che l’azione militare sia ispirata dalla priorità di lasciare il più possibile intatto il territorio iracheno, cioè le sue strutture produttive ed infrastrutture, nonché di minimizzare le perdite civili. Tale finalità strategica è ovvia in quanto l’obiettivo è quello di rimuovere un regime e non di distruggere l’Iraq. Come è ovvio che il liberatore abbia tutto l’interesse che il Paese rimanga il più possibile funzionante nell’ambito di un ampio consenso locale. Ma trovare conferma di tale ovvietà serve a dimostrare l’infondatezza di tutte quelle voci che urlano alla guerra distrutttiva e spietata, il suo orrore. Fesserie. La superiorità tecnologica viene usata per aumentare la selettività dell’azione militare rendendone gli impatti circoscritti solo a ciò che è strettamente necessario. Con una precisione, come ci ha tenuto a ribadire il generale Franks, mai vista in precedenza. Ovviamente saranno possibili incidenti con vittime civili (anche creati ad arte dal regime agonizzante), ma ciò non deve oscurare il fatto che gli alleati stiano facendo tutto il possibile per evitarli. E solo chi è in malafede può negarlo in base ai fatti.

Un elemento a ulteriore conferma di tale orientamento, poco noto perché non catturato dalle televisioni, riguarda la probabile mossa di reinquadrare – dopo un periodo di controlli - le unità militari che si arrendono in un nuovo esercito iracheno che sia in grado di garantire l’integrità della nazione ed il controllo del territorio. Ciò, oltre a quanto detto sopra, è un indizio concreto sulla sincerità da parte degli Alleati di rendere il prima possibile il nuovo Iraq capace di autogoverno e non un "protettorato". Si pregano i demonizzatori antiamericani di rendersene conto e quindi di usare argomenti polemici meno astrusi.

Come proseguirà l’azione militare? Si basa su una pianificazione flessibile pronta a cogliere i cambiamenti di circostanze. Per esempio, se il regime crolla o mostra comunque di stare per farlo, allora le brigate aviotrasportate punteranno diritte su Baghdad per finire velocemente il lavoro. Se il regime, invece, resiste, non si potrà stabilizzare con quindicimila-ventimila paracadusti una città con quattro milioni di abitanti e si aspetterà l’arrivo via terra di maggiori risorse. Premendo comunque per la dissoluzione del regime attraverso l’incentivo delle defezioni e la decapitazione delle sue teste. Quest’ultima è l’azione principale anche perché minimizza la probabilità di dover combattere, o troppo duramente, nei centri urbani. Ed è anche la scommessa su cui si basa tutta la conduzione della guerra.

Gli analisti, infatti, ne stanno valutando la consistenza. Perché l’idea di puntare sulla caduta rapida del regime ha fatto iniziare le azioni prima che il dispositivo di forza fosse dispiegato completamente. Ciò rende l’offensiva più simile ad un "blitz" (guerra lampo) basato sullo sfruttamento delle opportunità, della velocità e flessibilità che ad una avanzata lenta basata sulla distruzione progressiva delle linee nemiche una ad una. Riuscirà? Gli indizi mostrano che lo scioglimento in atto del gruppo di Saddam, anche qualora non fosse completo, risulterà comunque sufficiente per evitare una opposizione eccessiva in alcune aree critiche (urbane). E che la presa del regime sull’apparato militare e civile iracheno è in ogni caso già dissolta. Quindi sembra che il comando alleato abbia interpretato realisticamente la situazione del nemico ed adottato una strategia adeguata. Non priva di rischi, ma contenibili. La sensazione è che tale logica avrà successo, facendo stimare tra i dieci ed i venti giorni ancora la durata delle operazioni.

Questa previsione ottimistica potrebbe essere smentita da un colpo di coda di Saddam, cioè da un lancio di armi chimiche o batteriologiche (Saddam è riuscito a tenere nascosti 24 Scud con testata biochimica). Gli indizi in materia segnalano che una quantità sufficiente di truppe speciali ed azioni segrete stiano cercando di tenere sotto controllo tale eventualità. Non lo sapremo fino all’ultimo, ma il rischio sembra contenuto.

Più elevato è quello di una crisi tra turchi e curdi nel nord del Paese. Ma truppe americane si stanno precipitando nell’area per evitare una guerra nella guerra.

Un rischio molto evocato dai catastrofisti riguarda la mobilitazione delle masse islamiche indignate contro i crociati, di scala tale da destabilizzare i regimi arabi moderati. La realtà mostra che tale mobilitazione è circa cinque volte inferiore a quella prevista, quindi controllabile. La temuta offensiva terroristica non sembra prendere piede. Le condanne da parte delle nazioni ostili all’azione sembrano generiche e rituali. Anche perché vedono i dati citati e quindi prevedono che l’azione alleata avrà conseguenze più stabilizzanti che destabilizzanti.

Infatti questa è la direzione dello scenario. Vedremo, ma per intanto la guerra giusta – perché di liberazione - mostra di avere una conduzione altrettanto giusta.

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E’ evidente nei fatti che l’azione militare sia ispirata dalla priorità di lasciare il più possibile intatto il territorio iracheno, cioè le sue strutture produttive ed infrastrutture, nonché di minimizzare le perdite civili. Tale finalità strategica è ovvia in quanto l’obiettivo è quello di rimuovere un regime e non di distruggere l’Iraq. Come è ovvio che il liberatore abbia tutto l’interesse che il Paese rimanga il più possibile funzionante nell’ambito di un ampio consenso locale. Ma trovare conferma di tale ovvietà serve a dimostrare l’infondatezza di tutte quelle voci che urlano alla guerra distrutttiva e spietata, il suo orrore. Fesserie. La superiorità tecnologica viene usata per aumentare la selettività dell’azione militare rendendone gli impatti circoscritti solo a ciò che è strettamente necessario. Con una precisione, come ci ha tenuto a ribadire il generale Franks, mai vista in precedenza. Ovviamente saranno possibili incidenti con vittime civili (anche creati ad arte dal regime agonizzante), ma ciò non deve oscurare il fatto che gli alleati stiano facendo tutto il possibile per evitarli. E solo chi è in malafede può negarlo in base ai fatti.

Un elemento a ulteriore conferma di tale orientamento, poco noto perché non catturato dalle televisioni, riguarda la probabile mossa di reinquadrare – dopo un periodo di controlli - le unità militari che si arrendono in un nuovo esercito iracheno che sia in grado di garantire l’integrità della nazione ed il controllo del territorio. Ciò, oltre a quanto detto sopra, è un indizio concreto sulla sincerità da parte degli Alleati di rendere il prima possibile il nuovo Iraq capace di autogoverno e non un "protettorato". Si pregano i demonizzatori antiamericani di rendersene conto e quindi di usare argomenti polemici meno astrusi.

Come proseguirà l’azione militare? Si basa su una pianificazione flessibile pronta a cogliere i cambiamenti di circostanze. Per esempio, se il regime crolla o mostra comunque di stare per farlo, allora le brigate aviotrasportate punteranno diritte su Baghdad per finire velocemente il lavoro. Se il regime, invece, resiste, non si potrà stabilizzare con quindicimila-ventimila paracadusti una città con quattro milioni di abitanti e si aspetterà l’arrivo via terra di maggiori risorse. Premendo comunque per la dissoluzione del regime attraverso l’incentivo delle defezioni e la decapitazione delle sue teste. Quest’ultima è l’azione principale anche perché minimizza la probabilità di dover combattere, o troppo duramente, nei centri urbani. Ed è anche la scommessa su cui si basa tutta la conduzione della guerra.

Gli analisti, infatti, ne stanno valutando la consistenza. Perché l’idea di puntare sulla caduta rapida del regime ha fatto iniziare le azioni prima che il dispositivo di forza fosse dispiegato completamente. Ciò rende l’offensiva più simile ad un "blitz" (guerra lampo) basato sullo sfruttamento delle opportunità, della velocità e flessibilità che ad una avanzata lenta basata sulla distruzione progressiva delle linee nemiche una ad una. Riuscirà? Gli indizi mostrano che lo scioglimento in atto del gruppo di Saddam, anche qualora non fosse completo, risulterà comunque sufficiente per evitare una opposizione eccessiva in alcune aree critiche (urbane). E che la presa del regime sull’apparato militare e civile iracheno è in ogni caso già dissolta. Quindi sembra che il comando alleato abbia interpretato realisticamente la situazione del nemico ed adottato una strategia adeguata. Non priva di rischi, ma contenibili. La sensazione è che tale logica avrà successo, facendo stimare tra i dieci ed i venti giorni ancora la durata delle operazioni.

Questa previsione ottimistica potrebbe essere smentita da un colpo di coda di Saddam, cioè da un lancio di armi chimiche o batteriologiche (Saddam è riuscito a tenere nascosti 24 Scud con testata biochimica). Gli indizi in materia segnalano che una quantità sufficiente di truppe speciali ed azioni segrete stiano cercando di tenere sotto controllo tale eventualità. Non lo sapremo fino all’ultimo, ma il rischio sembra contenuto.

Più elevato è quello di una crisi tra turchi e curdi nel nord del Paese. Ma truppe americane si stanno precipitando nell’area per evitare una guerra nella guerra.

Un rischio molto evocato dai catastrofisti riguarda la mobilitazione delle masse islamiche indignate contro i crociati, di scala tale da destabilizzare i regimi arabi moderati. La realtà mostra che tale mobilitazione è circa cinque volte inferiore a quella prevista, quindi controllabile. La temuta offensiva terroristica non sembra prendere piede. Le condanne da parte delle nazioni ostili all’azione sembrano generiche e rituali. Anche perché vedono i dati citati e quindi prevedono che l’azione alleata avrà conseguenze più stabilizzanti che destabilizzanti.

Infatti questa è la direzione dello scenario. Vedremo, ma per intanto la guerra giusta – perché di liberazione - mostra di avere una conduzione altrettanto giusta.

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2003-3-23

23/3/2003

La guerra buona

I dati relativi all’azione di bonifica dell’Iraq, pur questa solo all’inizio, sono ormai sufficienti per tentare uno scenario realistico dei possibili sviluppi. Cercherò di sintetizzare i punti essenziali.

E’ evidente nei fatti che l’azione militare sia ispirata dalla priorità di lasciare il più possibile intatto il territorio iracheno, cioè le sue strutture produttive ed infrastrutture, nonché di minimizzare le perdite civili. Tale finalità strategica è ovvia in quanto l’obiettivo è quello di rimuovere un regime e non di distruggere l’Iraq. Come è ovvio che il liberatore abbia tutto l’interesse che il Paese rimanga il più possibile funzionante nell’ambito di un ampio consenso locale. Ma trovare conferma di tale ovvietà serve a dimostrare l’infondatezza di tutte quelle voci che urlano alla guerra distrutttiva e spietata, il suo orrore. Fesserie. La superiorità tecnologica viene usata per aumentare la selettività dell’azione militare rendendone gli impatti circoscritti solo a ciò che è strettamente necessario. Con una precisione, come ci ha tenuto a ribadire il generale Franks, mai vista in precedenza. Ovviamente saranno possibili incidenti con vittime civili (anche creati ad arte dal regime agonizzante), ma ciò non deve oscurare il fatto che gli alleati stiano facendo tutto il possibile per evitarli. E solo chi è in malafede può negarlo in base ai fatti.

Un elemento a ulteriore conferma di tale orientamento, poco noto perché non catturato dalle televisioni, riguarda la probabile mossa di reinquadrare – dopo un periodo di controlli - le unità militari che si arrendono in un nuovo esercito iracheno che sia in grado di garantire l’integrità della nazione ed il controllo del territorio. Ciò, oltre a quanto detto sopra, è un indizio concreto sulla sincerità da parte degli Alleati di rendere il prima possibile il nuovo Iraq capace di autogoverno e non un "protettorato". Si pregano i demonizzatori antiamericani di rendersene conto e quindi di usare argomenti polemici meno astrusi.

Come proseguirà l’azione militare? Si basa su una pianificazione flessibile pronta a cogliere i cambiamenti di circostanze. Per esempio, se il regime crolla o mostra comunque di stare per farlo, allora le brigate aviotrasportate punteranno diritte su Baghdad per finire velocemente il lavoro. Se il regime, invece, resiste, non si potrà stabilizzare con quindicimila-ventimila paracadusti una città con quattro milioni di abitanti e si aspetterà l’arrivo via terra di maggiori risorse. Premendo comunque per la dissoluzione del regime attraverso l’incentivo delle defezioni e la decapitazione delle sue teste. Quest’ultima è l’azione principale anche perché minimizza la probabilità di dover combattere, o troppo duramente, nei centri urbani. Ed è anche la scommessa su cui si basa tutta la conduzione della guerra.

Gli analisti, infatti, ne stanno valutando la consistenza. Perché l’idea di puntare sulla caduta rapida del regime ha fatto iniziare le azioni prima che il dispositivo di forza fosse dispiegato completamente. Ciò rende l’offensiva più simile ad un "blitz" (guerra lampo) basato sullo sfruttamento delle opportunità, della velocità e flessibilità che ad una avanzata lenta basata sulla distruzione progressiva delle linee nemiche una ad una. Riuscirà? Gli indizi mostrano che lo scioglimento in atto del gruppo di Saddam, anche qualora non fosse completo, risulterà comunque sufficiente per evitare una opposizione eccessiva in alcune aree critiche (urbane). E che la presa del regime sull’apparato militare e civile iracheno è in ogni caso già dissolta. Quindi sembra che il comando alleato abbia interpretato realisticamente la situazione del nemico ed adottato una strategia adeguata. Non priva di rischi, ma contenibili. La sensazione è che tale logica avrà successo, facendo stimare tra i dieci ed i venti giorni ancora la durata delle operazioni.

Questa previsione ottimistica potrebbe essere smentita da un colpo di coda di Saddam, cioè da un lancio di armi chimiche o batteriologiche (Saddam è riuscito a tenere nascosti 24 Scud con testata biochimica). Gli indizi in materia segnalano che una quantità sufficiente di truppe speciali ed azioni segrete stiano cercando di tenere sotto controllo tale eventualità. Non lo sapremo fino all’ultimo, ma il rischio sembra contenuto.

Più elevato è quello di una crisi tra turchi e curdi nel nord del Paese. Ma truppe americane si stanno precipitando nell’area per evitare una guerra nella guerra.

Un rischio molto evocato dai catastrofisti riguarda la mobilitazione delle masse islamiche indignate contro i crociati, di scala tale da destabilizzare i regimi arabi moderati. La realtà mostra che tale mobilitazione è circa cinque volte inferiore a quella prevista, quindi controllabile. La temuta offensiva terroristica non sembra prendere piede. Le condanne da parte delle nazioni ostili all’azione sembrano generiche e rituali. Anche perché vedono i dati citati e quindi prevedono che l’azione alleata avrà conseguenze più stabilizzanti che destabilizzanti.

Infatti questa è la direzione dello scenario. Vedremo, ma per intanto la guerra giusta – perché di liberazione - mostra di avere una conduzione altrettanto giusta.

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