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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2005-2-2

2/2/2005

Il confine morale

La sinistra perde il pelo, ma non il vizio. Sta cercando di salvare la faccia dopo il successo delle elezioni in Irak che ne smentisce nei fatti le posizioni catastrofiste, ritiriste ed antioccidentaliste, oltre a dimostrarne l’inconsistenza e la strumentalità. Con certa sapienza tattica ammette che è necessaria una riflessione: basta ripeterlo per qualche giorno, facendo la figura di un soggetto responsabile che apprende dalla realtà, senza però poi elaborare alcun nuovo contenuto dalla riflessione stessa. Nel frattempo mantiene un linguaggio che non cambia la linea precedente e, semplicemente, la riadatta alle circostanze. Per esempio, ritirare le truppe alleate il prima possibile e sostituirle con altre di Paesi non coinvolti nella guerra sotto un comando Onu. Tutto il resto chissenefrega. Con argomentazioni che non stanno né in cielo né in terra, ma che servono a non dover ammettere a ridosso di elezioni importanti un terribile errore tecnico e morale. Anche utile a tenere incollata la parte più estrema della sinistra basata su un’identità di antagonismo fondamentalista. Posso capire lo strumentalismo, ma è moralmente inaccettabile che questo si spinga al punto di danneggiare una popolazione irachena che ha, almeno per un anno, probabilmente due, ancora bisogno di tutto il nostro aiuto. Che sarebbe potenziato da una convergenza nazionale sull’obiettivo di consolidare le istituzioni democratiche in Irak. Invece è indebolito dal perdurare della divergenza della sinistra. Ho tentato in precedenza di porre la questione della consistenza etica e politica, ed anche analitica, con parole ragionevoli e di “appello”. Ma è inutile, questi non li smuove nessuno. Allora non resta altro che porre  la questione del confine morale.

 Alla fine ha ragione Berlusconi quando insiste sul fatto che si tratti di un conflitto tra il bene ed il male.  Il secondo si manifesta come indifferenza verso i valori della democrazia, come azione politica solo strumentale ad interessi di parte senza valutazione delle conseguenze. E’ male anche la passività quando l’azione politica richiede l’attivismo, per esempio l’opposizione a qualsiasi riforma quando ne è evidente la necessità. E’ male il mettersi sempre contro, comunque e dovunque, e mai per. In sintesi, il male in qualche modo possiamo definirlo ed individuarlo con certa precisione di esempi: stanno tutti a sinistra e dintorni. Quindi, anche se non possiamo fare lo stesso per definire cosa sia il bene, abbiamo, tuttavia, un chiaro criterio per tirare un confine netto: a sinistra c’è il male, dalla nostra parte non è ben chiaro quanto bene ci sia, ma ci siamo più vicini noi che gli altri. E tanto basti. Cosa c’è di nuovo? Un confine ha lo scopo di separare. Significa non concedere più dignità di controparte alla sinistra. Vuol dire costringere ciascuno dei suoi leader maggiori ed intermedi ad un esame preventivo di “cittadinanza” finalizzato a valutare se possiedano le minime caratteristiche per poter partecipare ad una comunità. Sembra esagerato? No, non lo è. Si pensi alla mostruosità di questa gente: di fatto hanno appoggiato i terroristi, chiedendo una forma di pace che li favoriva, fatto il tifo per il fallimento dell’iniziativa democratizzante e, travestiti, continuano a farlo. Posso capire il loro antagonismo sul problema della legittimità dell’intervento in Irak, ma mai potrò accettare la loro indifferenza sostanziale per il risultato democratizzante, sintomo di grave irresponsabilità. Si pensi, poi, all’ostilità con cui questa gente di sinistra si oppone a qualsiasi modernizzazione, danneggiando i più di noi. Si pensi a tutte le altre cose orribili che per anni le cronache su queste pagine hanno loro imputato, dall’uso strumentale della magistratura alla difesa di privilegi opachi  mascherata da tutela di interessi sociali. La lista si è allungata a dismisura. Siamo abituati? Certo, e per questo abbiamo finora rinunciato al confine morale.  Ma è la mancanza di amore per la democrazia emersa dai comportamenti della sinistra che, alla fine, svela la natura incivile di questa gente e della cultura che rappresentano. Soprattutto, ci fa capire che non sono recuperabili dal dialogo. Non è il comunismo vecchia maniera, ma un misto di pensiero gerarchico, collettivista, contrario comunque alle libertà, ostile al realismo economico, aperto a qualsiasi cinismo. Forse noi come individui non siamo tanto diversi dalla brutta gente della sinistra, ma certamente abbiamo nella testa codici che ci vincolano a più responsabilità, al rispetto per le libertà, al riferimento al realismo, alla missione di sostenere e portare agli altri il massimo di bene che il pensiero laico possa concepire in questo periodo storico: la democrazia, il donarla a chi non ce la ha. Con una confusione enorme, ammettiamolo, sui modi, ma con una sincerità e volontà di far bene le cose che a sinistra, in Italia e molte parti d’Europa, non c’è. Non siamo il bene, ma certamente la sinistra e chi vi milita attivamente è la forma concreta più vicina a ciò che nel linguaggio intendiamo come “male”. E allora tracciamo un confine che li lasci fuori, in politica, nella quotidianità, nella cultura. Facciamo una volta tanto pagare alla sinistra il prezzo della sua indegnità, facciamo loro pagare dogana morale.

(c) 2005 Carlo Pelanda
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