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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2004-10-31

31/10/2004

Oro alla Patria

 Mia moglie, Paola Mazza: “se la politica non riesce a tagliare le tasse tocca a noi cittadini fare qualcosa per salvare l’Italia, il futuro di tutti. Lancia l’idea di un fondo che raccolga i soldi di chi vuole, e può, donarli per aiutare la riforma fiscale. E per dare l’esempio prendiamo dai nostri risparmi di famiglia 30mila euro, che è quello che possiamo ora ragionevolmente permetterci, ed impegnati pubblicamente ad inviarli a tale fondo quando e se verrà fatto. Studia il come, basta parole che non producono effetto: fai”. Sissignora.

 Obbedisco perché la donna ha un istinto per le cose che contano che è migliore di qualsiasi analisi tecnica. In particolare, percepisce con più acutezza la minaccia alla stabilità della casa: “guarda, marito, che la lenta decadenza di un’Italia che non riesce a sbloccarsi poi ci arriverà dentro casa in forma di degrado della strada che risalirà per i muri e farà marcire l’interno. Non lo si vede ancora, ma la puzza si comincia sentire. Ed è inutile perdere tempo a criticare la politica e chiederle cose che evidentemente non riesce a fare. E’ più pratico andare, e subito, al nocciolo del problema: se servono più soldi allo Stato per fare un taglio delle tasse che stimoli veramente, e non per finta, la creazione della ricchezza, allora glieli daremo volontariamente noi cittadini più facoltosi, anche se non ricchi, del ceto produttivo. Senza pretendere nulla in cambio eccetto che quei soldi dovranno servire alla riforma fiscale e a niente altro”.  Il concetto è sensato anche in termini tecnici di investimento. Poniamo, nel caso migliore, di riuscire a mettere insieme un due o tre miliardi di euro da aggiungere ai miserelli 5,5 oggi disponibili per la riduzione delle tasse entro il vincolo di deficit di bilancio imposto dal Patto di stabilità. Lo stimolo fiscale sarebbe più forte. Pur “una tantum”, nei due anni successivi questo produrrebbe una maggiore crescita del Pil in relazione, ovviamente, al ciclo economico esterno. E tutti gli italiani ne godrebbero in forma di maggior reddito o più opportunità o più sicurezza del posto di lavoro. Ma anche chi ha dato il contributo volontario - oltre a recuperarlo negli anni successivi per la minore tassazione sulle persone fisiche - avrebbe più speranza di ricchezza e di inversione del degrado del sistema su cui è insediato il patrimonio di famiglia, rivalorizzandolo. Quindi non sarebbe un atto romantico, pur determinante l’emozione di responsabilità attiva, ma di investimento, un buon business. E se si raccogliessero solo poche centinaia di milioni? Basterebbe, perché il solo fatto che il ceto medio produttivo italiano dia oro alla Patria permetterebbe alla parte più modernizzante della politica, ora minoritaria, di avere una leva simbolica per sfondare i blocchi. Per esempio, se i cittadini che possono si autotassano, allora la politica riceverà una maggiore pressione morale per eliminare gli sprechi pubblici. E dai 25 ai 12 miliardi verrebbero fuori da questa via, ora stranamente non praticata con sufficiente determinazione, grazie alla nostra azione. Ma quale criterio, eventualmente, dovrebbe usare una famiglia del ceto medio produttivo per decidere la somma da conferire al fondo di detassazione? Quello che potete -  mille, 10mila, 50mila - ma stando attenti a non ridurre i vostri consumi perché ciò toglierebbe al Pil quello che donate per alzarlo nel futuro. Qualcuno accoglierà questa proposta? A me sembra solida e assumo l’impegno in quanto co-proprietario, e non affittuario, della mia Patria. La moglie mi ha dato un altro ordine: “scrivi che i soldi li diamo al fondo solo se Berlusconi, oltre ad attivarlo, ne garantirà personalmente l’impiego”. Poi è scoppiata a ridere: “immaginati la faccia della sinistra quando vedranno che a Berlusconi diamo non solo voti, ma anche soldi”. Appunto, nelle case della libertà c’è responsabilità preoccupata, attivismo fattivo, ma anche allegria. Presidente, chieda oro e glielo daremo.

(c) 2004 Carlo Pelanda
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