Non è pensabile che l’Amministrazione Bush modifichi l’obiettivo di disarmare l’Irak, sostituendo con la forza Saddam Hussein, dopo averlo annunciato, confermato, ribadito e predisposto in termini di mobilitazione dell’apparato militare utile allo scopo. Perderebbe credibilità e darebbe un segnale che il potere regolatore globale è debole, innescando così più disordine nel pianeta e la conseguente necessità di maggiori costi e rischi futuri per sanarlo. D’altra parte è anche impensabile che il governo statunitense non sia preoccupato del rischio di spaccare l’Occidente e di delegittimare l’Onu. Pertanto il tentativo di combinare i due criteri comporta un breve rinvio dell’azione con il solo scopo di ricucire in extremis i dissensi e negoziare una più ampia coalizione di supporto. Questo è il succo del messaggio dato da Colin Powell, in linea con tutte le altre dichiarazioni sia pubbliche sia riservate fatte dall’Amministrazione Bush in questi giorni. Ed è la realtà: gli americani tenteranno fino all’ultimo, e perfino un qualcosa in più, di operare entro un quadro il più consensuale possibile. Poi andranno e bonificheranno, anche da soli se necessario.

Il punto, secondo me, da chiarire e capire realisticamente è che gli Usa non possono tornare indietro. La conseguenza, lasciate stare quanto agghiacciante, è che la valutazione del cosa pensare e fare si semplifica: o di qua o di la perché comunque si va. Di dubbi sulle modalità dell’azione americana ce ne possono essere tanti: scenario conclusivo ambiguo, rischi non calcolabili, ecc. Ma non ci possono essere dubbi sul merito. La rimozione di un dittatore ossessionato dalla politica di potenza e spietato nel controllo interno via repressione e ricatto è un atto sacrosanto. Poi non è accettabile il rischio che Saddam fornisca a reti terroristiche armamenti nucleari o, più probabilmente, biochimici. Perché un solo colpo riuscito di distruzione di massa (si parla di milioni di morti ad evento) getterebbe in depressione duratura, a causa di una crisi di fiducia strutturale, l’intero mercato globale. Molti di voi perderebbero il lavoro senza sperare di trovarne altro a breve, rileggetevi le cronache della grande depressione mondiale degli anni ’30. E un solo colpo avrebbe tale effetto non solo se fosse lanciato contro l’America o l’Europa, ma in una qualsiasi parte del mondo. Per questo non è possibile usare metodi difensivi o, più tecnicamente, di solo "contenimento" contro il terrorismo. Non c’è altra via che quella di tentare di eliminare il pericolo alla fonte, in tre modi: (a) eliminare i gruppi guerriglieri dovunque; (b) riordinare o prendere il controllo dei Paesi disordinati affinché lì non possano insediarsi basi logistiche del terrore, per esempio l’Afghanistan; (c) eliminare o mettere sotto briglia i regimi aggressivi e proliferanti che potrebbero alimentare o usare le organizzazioni terroristiche. Tale via si chiama dottrina della "guerra preventiva". Forse non sarà moralmente giusta secondo categorie astratte, ma è nei fatti l’unico modo di difesa che abbiamo. Per questo non ci devono essere dubbi sul merito. Sono giustificate le perplessità sui modi? Nella primavera del 2002 ebbe temporaneamente influenza nell’Amministrazione Bush l’idea di un’azione unilaterale di bonifica dell’Irak, e altro, perché i rischi si stavano facendo più incombenti e l’analisi tecnica mostrava che non c’era difesa se non preventiva e con modalità di "blitz". Israele, inoltre, disperata perché accerchiata, devastata e senza un briciolo di solidarietà dal resto del mondo, anzi, America e pochi altri a parte, con la complicazione del ritorno di un feroce antisemitismo in Europa, comunicava riservatamente che temeva un colpo nucleare o chimico. E avvertiva: o bonificate voi o lo facciamo noi. Gli analisti americani, con i capelli ritti, scrivevano rapporti isterici ai politici: se Israele – con la capacità tecnologica di annichilire dieci Irak in un solo giorno - agisce perché non si sente protetta allora l’incendio sarà totale, regimi islamici moderati rovesciati dai fondamentalisti, guerra santa dappertutto. Quindi è comprensibile che qualcuno abbia pensato razionale il muoversi subito unilateralmente per non lasciare un vuoto di presidio e così calmare anche Gerusalemme. Poi, fortunatamente, le cose sono state prese in mano da una gestione saggia che puntava alla priorità della sicurezza, ma senza frammentare l’Occidente e delegittimare l’Onu. E si è accettato il rischio di dare un notevole vantaggio a Saddam (tempo) pur di ottenerlo. Posso ammettere che molte perplessità nascano dal vedere un’America che ha già deciso comunque di fare una cosa, ma che vuole farlo con il consenso degli altri senza averlo concordato bene prima. Posso ammettere che il concetto di guerra preventiva sia indigesto, soprattutto, a chi non ha per suo mestiere le informazioni tecniche che la giustificano. Ed infine posso ammettere che l’Amministrazione Bush non sia stata perfetta nel montare il caso, nel rivestirlo di buonismo e nel dare subito i prezzi chiesti da Francia (petrolio), Germania (vantaggi geoeconomici), Russia (più zone d’influenza) e Cina (peso maggiore negli affari asiatici) per dare il consenso. Queste le imperfezioni. Ma pesano molto meno della "fatica di Atlante": una nazione condannata a presidiare da sola la sicurezza del pianeta intero. Gli dovremmo chiedere anche la perfezione? Siamo seri, nella scelta netta sostengo il gigante affaticato, ma grazie a Dio coraggioso.

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Il punto, secondo me, da chiarire e capire realisticamente è che gli Usa non possono tornare indietro. La conseguenza, lasciate stare quanto agghiacciante, è che la valutazione del cosa pensare e fare si semplifica: o di qua o di la perché comunque si va. Di dubbi sulle modalità dell’azione americana ce ne possono essere tanti: scenario conclusivo ambiguo, rischi non calcolabili, ecc. Ma non ci possono essere dubbi sul merito. La rimozione di un dittatore ossessionato dalla politica di potenza e spietato nel controllo interno via repressione e ricatto è un atto sacrosanto. Poi non è accettabile il rischio che Saddam fornisca a reti terroristiche armamenti nucleari o, più probabilmente, biochimici. Perché un solo colpo riuscito di distruzione di massa (si parla di milioni di morti ad evento) getterebbe in depressione duratura, a causa di una crisi di fiducia strutturale, l’intero mercato globale. Molti di voi perderebbero il lavoro senza sperare di trovarne altro a breve, rileggetevi le cronache della grande depressione mondiale degli anni ’30. E un solo colpo avrebbe tale effetto non solo se fosse lanciato contro l’America o l’Europa, ma in una qualsiasi parte del mondo. Per questo non è possibile usare metodi difensivi o, più tecnicamente, di solo "contenimento" contro il terrorismo. Non c’è altra via che quella di tentare di eliminare il pericolo alla fonte, in tre modi: (a) eliminare i gruppi guerriglieri dovunque; (b) riordinare o prendere il controllo dei Paesi disordinati affinché lì non possano insediarsi basi logistiche del terrore, per esempio l’Afghanistan; (c) eliminare o mettere sotto briglia i regimi aggressivi e proliferanti che potrebbero alimentare o usare le organizzazioni terroristiche. Tale via si chiama dottrina della "guerra preventiva". Forse non sarà moralmente giusta secondo categorie astratte, ma è nei fatti l’unico modo di difesa che abbiamo. Per questo non ci devono essere dubbi sul merito. Sono giustificate le perplessità sui modi? Nella primavera del 2002 ebbe temporaneamente influenza nell’Amministrazione Bush l’idea di un’azione unilaterale di bonifica dell’Irak, e altro, perché i rischi si stavano facendo più incombenti e l’analisi tecnica mostrava che non c’era difesa se non preventiva e con modalità di "blitz". Israele, inoltre, disperata perché accerchiata, devastata e senza un briciolo di solidarietà dal resto del mondo, anzi, America e pochi altri a parte, con la complicazione del ritorno di un feroce antisemitismo in Europa, comunicava riservatamente che temeva un colpo nucleare o chimico. E avvertiva: o bonificate voi o lo facciamo noi. Gli analisti americani, con i capelli ritti, scrivevano rapporti isterici ai politici: se Israele – con la capacità tecnologica di annichilire dieci Irak in un solo giorno - agisce perché non si sente protetta allora l’incendio sarà totale, regimi islamici moderati rovesciati dai fondamentalisti, guerra santa dappertutto. Quindi è comprensibile che qualcuno abbia pensato razionale il muoversi subito unilateralmente per non lasciare un vuoto di presidio e così calmare anche Gerusalemme. Poi, fortunatamente, le cose sono state prese in mano da una gestione saggia che puntava alla priorità della sicurezza, ma senza frammentare l’Occidente e delegittimare l’Onu. E si è accettato il rischio di dare un notevole vantaggio a Saddam (tempo) pur di ottenerlo. Posso ammettere che molte perplessità nascano dal vedere un’America che ha già deciso comunque di fare una cosa, ma che vuole farlo con il consenso degli altri senza averlo concordato bene prima. Posso ammettere che il concetto di guerra preventiva sia indigesto, soprattutto, a chi non ha per suo mestiere le informazioni tecniche che la giustificano. Ed infine posso ammettere che l’Amministrazione Bush non sia stata perfetta nel montare il caso, nel rivestirlo di buonismo e nel dare subito i prezzi chiesti da Francia (petrolio), Germania (vantaggi geoeconomici), Russia (più zone d’influenza) e Cina (peso maggiore negli affari asiatici) per dare il consenso. Queste le imperfezioni. Ma pesano molto meno della "fatica di Atlante": una nazione condannata a presidiare da sola la sicurezza del pianeta intero. Gli dovremmo chiedere anche la perfezione? Siamo seri, nella scelta netta sostengo il gigante affaticato, ma grazie a Dio coraggioso.

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Il punto, secondo me, da chiarire e capire realisticamente è che gli Usa non possono tornare indietro. La conseguenza, lasciate stare quanto agghiacciante, è che la valutazione del cosa pensare e fare si semplifica: o di qua o di la perché comunque si va. Di dubbi sulle modalità dell’azione americana ce ne possono essere tanti: scenario conclusivo ambiguo, rischi non calcolabili, ecc. Ma non ci possono essere dubbi sul merito. La rimozione di un dittatore ossessionato dalla politica di potenza e spietato nel controllo interno via repressione e ricatto è un atto sacrosanto. Poi non è accettabile il rischio che Saddam fornisca a reti terroristiche armamenti nucleari o, più probabilmente, biochimici. Perché un solo colpo riuscito di distruzione di massa (si parla di milioni di morti ad evento) getterebbe in depressione duratura, a causa di una crisi di fiducia strutturale, l’intero mercato globale. Molti di voi perderebbero il lavoro senza sperare di trovarne altro a breve, rileggetevi le cronache della grande depressione mondiale degli anni ’30. E un solo colpo avrebbe tale effetto non solo se fosse lanciato contro l’America o l’Europa, ma in una qualsiasi parte del mondo. Per questo non è possibile usare metodi difensivi o, più tecnicamente, di solo "contenimento" contro il terrorismo. Non c’è altra via che quella di tentare di eliminare il pericolo alla fonte, in tre modi: (a) eliminare i gruppi guerriglieri dovunque; (b) riordinare o prendere il controllo dei Paesi disordinati affinché lì non possano insediarsi basi logistiche del terrore, per esempio l’Afghanistan; (c) eliminare o mettere sotto briglia i regimi aggressivi e proliferanti che potrebbero alimentare o usare le organizzazioni terroristiche. Tale via si chiama dottrina della "guerra preventiva". Forse non sarà moralmente giusta secondo categorie astratte, ma è nei fatti l’unico modo di difesa che abbiamo. Per questo non ci devono essere dubbi sul merito. Sono giustificate le perplessità sui modi? Nella primavera del 2002 ebbe temporaneamente influenza nell’Amministrazione Bush l’idea di un’azione unilaterale di bonifica dell’Irak, e altro, perché i rischi si stavano facendo più incombenti e l’analisi tecnica mostrava che non c’era difesa se non preventiva e con modalità di "blitz". Israele, inoltre, disperata perché accerchiata, devastata e senza un briciolo di solidarietà dal resto del mondo, anzi, America e pochi altri a parte, con la complicazione del ritorno di un feroce antisemitismo in Europa, comunicava riservatamente che temeva un colpo nucleare o chimico. E avvertiva: o bonificate voi o lo facciamo noi. Gli analisti americani, con i capelli ritti, scrivevano rapporti isterici ai politici: se Israele – con la capacità tecnologica di annichilire dieci Irak in un solo giorno - agisce perché non si sente protetta allora l’incendio sarà totale, regimi islamici moderati rovesciati dai fondamentalisti, guerra santa dappertutto. Quindi è comprensibile che qualcuno abbia pensato razionale il muoversi subito unilateralmente per non lasciare un vuoto di presidio e così calmare anche Gerusalemme. Poi, fortunatamente, le cose sono state prese in mano da una gestione saggia che puntava alla priorità della sicurezza, ma senza frammentare l’Occidente e delegittimare l’Onu. E si è accettato il rischio di dare un notevole vantaggio a Saddam (tempo) pur di ottenerlo. Posso ammettere che molte perplessità nascano dal vedere un’America che ha già deciso comunque di fare una cosa, ma che vuole farlo con il consenso degli altri senza averlo concordato bene prima. Posso ammettere che il concetto di guerra preventiva sia indigesto, soprattutto, a chi non ha per suo mestiere le informazioni tecniche che la giustificano. Ed infine posso ammettere che l’Amministrazione Bush non sia stata perfetta nel montare il caso, nel rivestirlo di buonismo e nel dare subito i prezzi chiesti da Francia (petrolio), Germania (vantaggi geoeconomici), Russia (più zone d’influenza) e Cina (peso maggiore negli affari asiatici) per dare il consenso. Queste le imperfezioni. Ma pesano molto meno della "fatica di Atlante": una nazione condannata a presidiare da sola la sicurezza del pianeta intero. Gli dovremmo chiedere anche la perfezione? Siamo seri, nella scelta netta sostengo il gigante affaticato, ma grazie a Dio coraggioso.

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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2003-1-27

27/1/2003

La Fatica di Atlante

Non è pensabile che l’Amministrazione Bush modifichi l’obiettivo di disarmare l’Irak, sostituendo con la forza Saddam Hussein, dopo averlo annunciato, confermato, ribadito e predisposto in termini di mobilitazione dell’apparato militare utile allo scopo. Perderebbe credibilità e darebbe un segnale che il potere regolatore globale è debole, innescando così più disordine nel pianeta e la conseguente necessità di maggiori costi e rischi futuri per sanarlo. D’altra parte è anche impensabile che il governo statunitense non sia preoccupato del rischio di spaccare l’Occidente e di delegittimare l’Onu. Pertanto il tentativo di combinare i due criteri comporta un breve rinvio dell’azione con il solo scopo di ricucire in extremis i dissensi e negoziare una più ampia coalizione di supporto. Questo è il succo del messaggio dato da Colin Powell, in linea con tutte le altre dichiarazioni sia pubbliche sia riservate fatte dall’Amministrazione Bush in questi giorni. Ed è la realtà: gli americani tenteranno fino all’ultimo, e perfino un qualcosa in più, di operare entro un quadro il più consensuale possibile. Poi andranno e bonificheranno, anche da soli se necessario.

Il punto, secondo me, da chiarire e capire realisticamente è che gli Usa non possono tornare indietro. La conseguenza, lasciate stare quanto agghiacciante, è che la valutazione del cosa pensare e fare si semplifica: o di qua o di la perché comunque si va. Di dubbi sulle modalità dell’azione americana ce ne possono essere tanti: scenario conclusivo ambiguo, rischi non calcolabili, ecc. Ma non ci possono essere dubbi sul merito. La rimozione di un dittatore ossessionato dalla politica di potenza e spietato nel controllo interno via repressione e ricatto è un atto sacrosanto. Poi non è accettabile il rischio che Saddam fornisca a reti terroristiche armamenti nucleari o, più probabilmente, biochimici. Perché un solo colpo riuscito di distruzione di massa (si parla di milioni di morti ad evento) getterebbe in depressione duratura, a causa di una crisi di fiducia strutturale, l’intero mercato globale. Molti di voi perderebbero il lavoro senza sperare di trovarne altro a breve, rileggetevi le cronache della grande depressione mondiale degli anni ’30. E un solo colpo avrebbe tale effetto non solo se fosse lanciato contro l’America o l’Europa, ma in una qualsiasi parte del mondo. Per questo non è possibile usare metodi difensivi o, più tecnicamente, di solo "contenimento" contro il terrorismo. Non c’è altra via che quella di tentare di eliminare il pericolo alla fonte, in tre modi: (a) eliminare i gruppi guerriglieri dovunque; (b) riordinare o prendere il controllo dei Paesi disordinati affinché lì non possano insediarsi basi logistiche del terrore, per esempio l’Afghanistan; (c) eliminare o mettere sotto briglia i regimi aggressivi e proliferanti che potrebbero alimentare o usare le organizzazioni terroristiche. Tale via si chiama dottrina della "guerra preventiva". Forse non sarà moralmente giusta secondo categorie astratte, ma è nei fatti l’unico modo di difesa che abbiamo. Per questo non ci devono essere dubbi sul merito. Sono giustificate le perplessità sui modi? Nella primavera del 2002 ebbe temporaneamente influenza nell’Amministrazione Bush l’idea di un’azione unilaterale di bonifica dell’Irak, e altro, perché i rischi si stavano facendo più incombenti e l’analisi tecnica mostrava che non c’era difesa se non preventiva e con modalità di "blitz". Israele, inoltre, disperata perché accerchiata, devastata e senza un briciolo di solidarietà dal resto del mondo, anzi, America e pochi altri a parte, con la complicazione del ritorno di un feroce antisemitismo in Europa, comunicava riservatamente che temeva un colpo nucleare o chimico. E avvertiva: o bonificate voi o lo facciamo noi. Gli analisti americani, con i capelli ritti, scrivevano rapporti isterici ai politici: se Israele – con la capacità tecnologica di annichilire dieci Irak in un solo giorno - agisce perché non si sente protetta allora l’incendio sarà totale, regimi islamici moderati rovesciati dai fondamentalisti, guerra santa dappertutto. Quindi è comprensibile che qualcuno abbia pensato razionale il muoversi subito unilateralmente per non lasciare un vuoto di presidio e così calmare anche Gerusalemme. Poi, fortunatamente, le cose sono state prese in mano da una gestione saggia che puntava alla priorità della sicurezza, ma senza frammentare l’Occidente e delegittimare l’Onu. E si è accettato il rischio di dare un notevole vantaggio a Saddam (tempo) pur di ottenerlo. Posso ammettere che molte perplessità nascano dal vedere un’America che ha già deciso comunque di fare una cosa, ma che vuole farlo con il consenso degli altri senza averlo concordato bene prima. Posso ammettere che il concetto di guerra preventiva sia indigesto, soprattutto, a chi non ha per suo mestiere le informazioni tecniche che la giustificano. Ed infine posso ammettere che l’Amministrazione Bush non sia stata perfetta nel montare il caso, nel rivestirlo di buonismo e nel dare subito i prezzi chiesti da Francia (petrolio), Germania (vantaggi geoeconomici), Russia (più zone d’influenza) e Cina (peso maggiore negli affari asiatici) per dare il consenso. Queste le imperfezioni. Ma pesano molto meno della "fatica di Atlante": una nazione condannata a presidiare da sola la sicurezza del pianeta intero. Gli dovremmo chiedere anche la perfezione? Siamo seri, nella scelta netta sostengo il gigante affaticato, ma grazie a Dio coraggioso.

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