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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2002-12-26

26/12/2002

Non è guerra ma azione di polizia globale

C’è una differenza sostanziale tra guerra per fini di potenza e uso della forza per scopi di ordinamento. La mobilitazione contro il regime di Saddam Hussein è del secondo tipo: assimilabile ad un’azione di polizia contro un criminale. Come se i nostri bravi carabinieri  combattessero contro una banda armata. In tal caso nessuno si sognerebbe di porre un problema di legittimità dell’azione se chiari colpa e colpevole. L’iniziativa internazionale a guida statunitense contro il dittatore iracheno ha la stessa natura. E propongo di darle consenso e partecipazione non certo per filoamericanismo, come con “pensiero corto” accusano gli antagonisti,  ma perché si tratta di una questione di ordine interno della società globale. Approfondiamo con metodo di “pensiero lungo” il concetto che sostiene questa posizione

Globalizzazione significa che quanto succede in un territorio crea conseguenze in tutti gli altri. In tale situazione la sovranità di una nazione deve essere sempre più condizionata al rispetto di standard di comportamento “convergenti”. Non ci può più essere spazio per dittatori con sogni di potenza in quanto l’effetto della loro azione aggressiva causerebbe guai globali e non più solo locali. Tale requisito della “sovranità convergente” rende ogni problema di sicurezza non più “internazionale” od “esterno”, ma – appunto - questione di “ordine interno” nel sistema globale. E ciò definisce una nuova missione di “polizia internazionale”: l’uso della forza per far tornare convergenti le sovranità divergenti quando è necessario. La novità è che si applica la legittimità tipica delle azioni ordinative interne, cioè derivate da un diritto tipico della forma statuale, all’intero campo mondiale. In tal senso la “guerra”, se condotta per fini ordinativi, oltre che necessità pratica di sicurezza, diviene “giusta” e non violenza sregolata ed immorale. 

Per noi italiani questa distinzione è importante perché la nostra costituzione vieta la guerra come strumento  politico. Ma l’uso della forza per scopi ordinativi, come definiti sopra, non rientra nella categoria vietata in quanto iniziativa utile ad applicare un diritto e non a violarlo.  Quindi sarebbe un errore appellarsi alla carta fondativa per argomentare una posizione neutrale. E risulta inconsistente, perché fuori bersaglio, l’opposizione pacifista: è una questione di polizia, non di conquista.

Il punto centrale del concetto riguarda la definizione del sistema globale come un oggetto unico di ordinamento. Tale teoria è già consolidata e condivisa? No, ma è in veloce formazione proprio per gestire con efficacia i tanti e nuovi disordini. Quindi nel valutare il caso dell’Irak dobbiamo anche essere consapevoli che esprimeremo un’opinione sul modo di costruzione di un sistema di governo mondiale. Infatti è tra i primi esempi, sotto bandiera Onu, di applicazione più stringente dei requisiti di convergenza delle sovranità e relative sanzioni. La carta dell’Onu stabilisce dei principi di buon comportamento delle nazioni e delega al Consiglio di sicurezza poteri di guerra in casi estremi di divergenza. Ma è molto imprecisa in merito ai requisiti di convergenza. Pertanto l’azione di polizia contro un Saddam che non da garanzie credibili di sicurezza per la comunità internazionale va vista anche come un passo di specificazione sostanziale di un futuro nuovo diritto globale. Il che ci pone la domanda più difficile: noi siamo tra le grandi nazioni del pianeta per scala economica, ma quanto vogliamo contribuire alla formazione di un codice ordinativo planetario e riempirlo di sostanza operativa? Personalmente, invoco una posizione che veda l’Italia all’avanguardia della costruzione del nuovo ordine delle “sovranità convergenti”. E’ una posizione guerrafondaia? Penso, al contrario, sia una chiamata alla responsabilità: se per mantenere sicurezza ed ordine nel mondo è necessario usare la forza, allora è nostro dovere impiegarla in proporzione alle nostre risorse.

Vorrei spingermi oltre. Possiamo lasciare la sovranità a dittatori che affamano i loro governati, che comprano armi piuttosto che cibo? Ci sono circa 50 Paesi al mondo che sono in condizioni disperate per malgoverno. Hanno questi diritto all’indipendenza o dobbiamo condizionarne i regimi dall’esterno, sostituendoli nei casi estremi, per salvare quelle popolazioni? E’ questione morale, ma anche pratica: le malattie che nascono dalla povertà arrivano fino a noi; la cultura irrazionale che si forma nei Paesi poverissimi crea soldati o terroristi che poi ci spareranno o peggio. Sinceramente, penso che dovremo contribuire a riordinare tutti questi Paesi sia sanzionandoli sia offrendo più risorse per il loro sviluppo, ma le due azioni non più separabili. Mi rendo conto che questo potrebbe essere un pensiero lungo troppo “forte” in relazione al terzomondismo del recente passato ed a ciò che è considerato politicamente corretto nel presente. Ma lasciatemi anticipare che - più prima che poi - si porrà il seguente dilemma: se vorremo un mercato globale con il suo portato di ricchezza e modernizzazione diffuse dovremo intervenire attivamente per dare ordine alle sue parti disordinate. Ne parleremo, ma desidero sottolineare che l’azione di polizia contro Saddam è già parte di questo scenario e come tale va valutata. 

(c) 2002 Carlo Pelanda
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