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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2002-12-7

7/12/2002

Scossone salutare

Bush ha deciso di cambiare il team di conduzione dell’economia statunitense. Nei giorni scorsi ha invitato con ferma cortesia il ministro del Tesoro, Paul O’Neil, e il consigliere economico della Casa Bianca, Lawrence Lindsey, a dare le dimissioni. E questi le hanno date ieri. Con uno stile non polemico di grande lealtà verso il presidente e di ammirevole responsabilità verso la nazione. Molti osservatori stanno indagando sulle cause di questa rimozione, di cui si parla da mesi, ma venuta a sorpresa. E stanno cercando storie piccanti, per esempio i collegamenti tra O’Neil ed il caso Enron, sotto il tappeto. Oppure vedono in tale mossa l’inizio di un ciclone. Per esempio, O’Neil iniziò la sua carriera politica nell’Amministrazione Ford dove lavorò insieme a Dick Cheney, attuale influentissimo Vicepresidente degli Usa, ed Alan Greenspan, presidente semidivinizzato dell’autorità monetaria (Fed). Proprio Cheney, spalleggiato dal secondo, fu lo sponsor di O’Neil per la posizione al Tesoro. E’ in vista un ribaltone più ampio alla testa dell’Impero? No, niente del genere. Il motivo è più semplice. I dimissionari, pur persone di grande capacità, non si sono dimostrati adeguati al compito di guidare l’economia statunitense nel particolare frangente in cui si trova. Vorrei esaminare questo aspetto che fornisce l’occasione per un’analisi sistemica, al di fuori dei pettegolezzi.

L’economia reale americana non può dirsi in crisi, anzi. La crescita del Pil nel 2002 sarà superiore al 2%, l’incremento della produttività, cioè dell’efficienza industriale, è sorprendentemente costante ed elevato (ritmi doppi se non tripli di quella europea). L’economia finanziaria, pur ancora scossa, ha visto dai primi di ottobre un recupero notevole dei valori azionari. Ma nei pilastri del sistema c’è qualcosa che comincia a marcire. Gli investimenti in nuove avventure industriali non partono, sono fermi da più di due anni, in un Paese da sempre caratterizzato da un capitalismo effervescente. La mancanza di tale spinta riduce le nuove opportunità di occupazione per coloro che vengono licenziati dalle aziende che stanno tagliando i costi per adeguarsi ad un futuro incerto. E, pur lentamente ed ancora entro limiti non preoccupanti, la disoccupazione cresce. Dal 5,8% è passata al 6%. Ma se la crisi degli investimenti non sarà risolta, allora queste cifre potranno aumentare e generare un effetto destabilizzante. Con il rischio di minare la fiducia dei consumatori, creando in loro un’incertezza che ancora non li ha toccati proprio per la convinzione diffusa che il capitalismo americano tende a creare più posti di lavoro di quelli che distrugge. Tale pericolo è anche segnalato da un mutamento strutturale nei portafogli delle famiglie. Circa dieci anni fa il 70% del capitale di risparmio veniva indirizzato verso investimenti nel mercato mobiliare (azioni, obbligazioni, ecc.) mentre solo il 30% veniva impiegato per acquistare beni immobili. Ora è l’esatto contrario. E ciò segnala una preoccupante contrazione dell’ottimismo di massa in relazione alle prospettive di maggiore ricchezza futura. Noi diremmo: l’americano medio sente puzza e tira i remi in barca. Se ciò succedesse veramente gli Usa prenderebbero un assetto stagnante se non peggio. Quindi Bush si trova di fronte non tanto ad un problema di contingenza quanto ad uno di mutamento strutturale in negativo. Solo agli inizi, ma in una tendenza che se non viene invertita rischia di compromettere seriamente la crescita futura. Per questo motivo ha deciso una mossa d’emergenza: ci vuole un segnale forte agli americani che adesso le cose cambieranno. E le dimissioni dei due, insieme a quelle precedenti del presidente della Sec (l’equivalente della Consob), Harvey Pitt, lo sono state. Lo scossone, “shake up”, che ci voleva. Ovviamente i commenti sui media alludono alla preoccupazione di Bush di compromettere la campagna elettorale per il secondo mandato a causa di un’economia che potrebbe stentare a riprendersi se non la si prende in mano prima che precipiti. Vero, ma va anche segnalata la responsabilità di cercare di non indebolire la nazione nel mezzo di una difficilissima e globale guerra contro le fonti del terrore.

Quale il disegno di Bush e, quindi le missioni da affidare a nuovi collaboratori? Sono tre, più di “gestione simbolica” che di conduzione tecnica: (a) convincere gli americani che il sistema è sano, dopo gli scandali; (b) aumentare la credibilità delle istituzioni, cioè dire la verità senza abbellimenti o ambiguità; (c) mostrare che c’è un governo con mano fermissima dell’economia. Questi tre requisiti sono stati fissati da più di un anno, ma la personalità di chi si è dimesso non si è rivelata adeguata a tali compiti anche “psicologici”. Ciò definisce le caratteristiche di chi sarà scelto per sostituirli: persone capaci di ricostruire la fiducia nel capitalismo americano. Il nostro interesse di italiani è che la locomotiva statunitense riparta il prima possibile con un nuovo carburante ottimistico. Per questo, pur cronache apparentemente lontane dalla nostra quotidianità, è un buon segnale che Bush abbia deciso di intervenire con determinazione per rinnovare la guida economica del sistema. Sarà utile anche a noi.

(c) 2002 Carlo Pelanda
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