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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2002-8-19

19/8/2002

La ricerca della giusta formula per la riforma dell’europatto

Il processo di revisione del Patto europeo di stabilità deve in ogni caso trovare un bilanciamento tra due criteri opposti: (a) la rigidità della formula iniziale (1997) deprime la crescita, risulta vulnerabile in fasi di economia calante, e va quindi flessibilizzata; (b) d’altra parte ciò non deve portare a spazi di indisciplina contabile nei bilanci degli Stati perché salterebbe l’euro. Su questo, mi sembra, sono d’accordo tutti coloro che propongono aggiustamenti. La posizione di chi nega la necessità di farli, per esempio l’ulivista Enrico Letta, è facilmente liquidabile con un dato di fatto: l’architettura originaria del Patto non prevedeva il finanziamento delle detassazioni e, in generale, degli investimenti utili alle riforme di efficienza economica  perché ispirata da una logica statalista allora europrevalente. Peggiorata dall’eccesso di rigorismo  imposto  da una Germania a quei tempi in ansia per la sostituzione della certezza del marco con un euro vago. Ma  oggi, attutito il secondo problema, è evidente il limite allo sviluppo posto dal Patto e che sarebbe pericoloso non correggerlo in fretta. Senza imprudenze, ma con  scelte forti e responsabili. Quali?   

La risposta, prima di tutto, dipende dal “chi” e dal “quando”, cioè dalla politica e non certo da pensamenti astratti. I governi di centrodestra, che ora hanno sostituito quelli di sinistra nel governo delle principali nazioni europee, hanno già deciso riservatamente – ma non troppo e quindi non è un segreto - che il Patto andrà modificato perché impedisce sia di finanziare le riforme di efficienza sia di gestire le fasi di economia calante. Nel vertice di Siviglia hanno corretto, pur  con sole misure tampone (sostituzione del vincolo al pareggio matematico di bilancio con una approssimazione), una parte del secondo difetto. Che, per inciso, imporrebbe tagli di spesa pubblica proprio nei momenti in cui il ciclo economico globale è recessivo. Una fesseria deflazionistica socialmente devastante. Ma per risolvere meglio questo problema e, strutturalmente, il secondo,  bisognerà aspettare che il quadro dei governi riformatori venga completato dalla sperata vittoria elettorale, in autunno, dei centristi riformatori di Stoiber. Il punto politico è che solo la totale convergenza di Germania, Francia, Italia e Spagna avrà la credibilità di modificare il Patto senza produrre incertezza nel mercato, la posizione della prima quella più importante. Infatti i governi hanno tutti messo in calendario novembre come data in cui inizierà il vero negoziato riformatore. 

Simuliamo lo scenario migliore, cioè la vittoria dei liberalizzanti tedeschi. Apre tre ipotesi di rielaborazione del Patto. La prima – “flessibilità di contingenza” implica una serie di piccoli aggiustamenti ad hoc senza modificare il trattato iniziale (far slittare un pochino le date del pareggio, differenziarle per Paesi, ammorbidire i parametri, ecc.). La seconda – “flessibilità strutturale” - porterebbe ad una  riscrittura del trattato che incorpori geneticamente più libertà di manovre nazionali. La terza – “flessibilità per le riforme” - rinvia il rispetto del Patto non modificato sostanzialmente (importando parte della prima soluzione) attraverso un programma pluriannuale di deroghe finalizzato a far crescere di più le economie e così metterle in grado tra cinque o tre anni di poter star dentro facilmente al sacrosanto parametro di pareggio di bilancio.  

Valutazione. La prima contiene il rischio che cumuli di varianti decise in base alle contingenze portino ad un eccesso di disordine. Quindi non è la migliore, pur necessaria una maggiore flessibilità di contingenza. La seconda è un’illusione. Il Patto è stato siglato in forma di automatismo restrittivo perché unica soluzione di stabilizzazione monetaria in assenza di una funzione governativa paneuropea centralizzata. Fino a che quest’ultima non verrà costruita qualsiasi nuovo trattato dovrà per forza replicare in qualche modo quello originario. E non sembra, al momento, credibile prevedere un governo paneuropeo prima di dieci anni. Se lo fosse, comunque, la seconda sarebbe la migliore. Tuttavia il realismo consiglia di esplorare più a fondo la terza.  Si tratta di accettare per almeno cinque o tre anni  un deficit temporaneo del bilancio annuo degli Stati esclusivamente dedicato a coprire l’eventualità di minore gettito nel progetto di defiscalizzazione. Sarebbe un deficit provvisorio da trattarsi come un tipico investimento. Infatti, dopo una cura defiscalizzante il gettito crescerà pur a tasse minori grazie alla maggior crescita complessiva così stimolata. In sintesi, è altissima la probabilità che con un programma di finanziamento straordinario della liberalizzazione gli Stati saranno in grado di rispettare il pareggio di bilancio perché avranno una struttura economica più efficiente. Mentre è evidente nei fatti che senza tale flessibilità ci sarà meno spazio per le riforme e quindi il rispetto del Patto sarà un incubo impoverente. Il mercato apprezzerebbe tale soluzione. La credibilità dell’euro è basata sui vincoli di bilancio, ma anche sulle prospettive di crescita dell’eurozona. Se i primi soffocano le seconde la moneta sarà comunque a rischio. Se, invece, le sosterrà avremo sia stabilità sia ricchezza. Propongo al dibattito di approfondire questa formula.

(c) 2002 Carlo Pelanda
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