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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2004-4-25

25/4/2004

Il chiarimento europeo

Un atto dovuto, sul piano dei sentimenti europei, è quello di far sapere ai soldati spagnoli che non li accuseremo mai di vigliaccheria e tradimento a causa del loro ritiro dall’Iraq. Gli sfottò ed il disprezzo stanno già circolando e ne feriscono la dignità. Ma qui la difendiamo, ricordando che hanno svolto con coraggio la loro missione. Devono obbedire all’ordine di un governo democraticamente eletto di cui non sono personalmente responsabili. Tra l’altro, come mi ha detto disperato un alto ufficiale a Madrid, questi soldati sanno benissimo che il loro ritiro aumenta enormemente il rischio per gli italiani: avendo la medesima divisione politica interna, il successo nel caso spagnolo ha incentivato al Qaeda a triplicare gli sforzi contro di noi per sortire il medesimo effetto. Ma, ripeto, non imputeremo mai a voi soldati spagnoli i nostri morti, eventualmente. Proprio noi vi diciamo: il vostro onore, Brigada, è intatto. E nemmeno li imputeremo a Osama Zapatero: un politico inesperto e debole, spaventato da una responsabilità più grande di lui, che i leader più robusti del Psoe hanno candidato solo perché convinti che perdesse le elezioni, lanciandolo in una campagna dove le parole servivano a limitare la sconfitta e non ad anticipare veri impegni di governo. Infatti il punto non è un qualche incidente che porti uno sprovveduto al governo di un Paese europeo, ma il fatto che non ci sia una Unione che regoli l’incidente stesso mantenendo una direzione politica coerente. Questo, e non Zapatero, deve essere l’oggetto principale e generale di un chiarimento intraeuropeo. 

Anzi, di tre. Primo, poiché noi italiani siamo in prima linea, globalmente, nella guerra contro le èlite emergenti - al Qaeda ed il suo braccio politico entro il movimento wahabita -  che vogliono costruire il grande califfato panislamico fondamentalista ed usano il terrorismo come strumento bellico, vorremmo sapere quali europei hanno deciso di difendere la loro sicurezza affrontando il nemico per eliminarlo prima che divenga incontenibile e veramente pericoloso, assumendo capacità nucleari e biochimiche,  e quali, invece, sperano che una posizione neutrale li salvi. La risposta di Francia e Germania, infatti, all’offerta da parte di bin Laden di una tregua in cambio del neutralismo è stata ferma a parole, ma ambigua nei fatti. In particolare, Parigi non ha incanalato Zapatero entro un sentiero neutralista modulabile, come poteva fare dato l’annuncio di questi di accodarsi alla politica estera francese, ma lo ha mandato avanti come l’utile idiota per indebolire l’accordo all’Onu sull’Iraq. Questa, signori, è stata brutta, bruttissima: un partner che si comporta come un nemico. Ancor più brutto è il fatto che l’Unione europea non richieda di riempire con impegni chiari, comuni e concreti il rifiuto nominale all’offerta di bin Laden. Per questo Roma può e deve pretendere di sapere su chi può contare e su chi no. Così potrà allearsi e condividere lo sforzo con chi non la pugnala alle spalle.     

Secondo, l’ambiguità dell’Unione dimostra quanto non sia compreso il fatto che ci sia una “guerra” in corso. In guerra, dove noi occidentali, così come i regimi islamici moderati, siamo gli aggrediti indipendentemente dagli errori iniziali veri o presunti compiuti nel rispondere all’aggressione, si da priorità a tutte le cose necessarie per vincerla e per  minimizzare i danni. Per questo bisogna cambiare registro: va chiarito se l’Unione possa essere un luogo di alleanza che rafforza la sicurezza delle nazioni o uno che la indebolisce. Ora non è chiaro. L’arte diplomatica consiglia di non tentare di chiarirlo perché ciò potrebbe esplicitare le fratture intraeuropee e portare ad una frammentazione ancor più devastante E’ una posizione comprensibile. Ma si sta rivelando controproducente sotto l’attacco di un nemico dotato di rimarchevole capacità politica. Perché gli offre un fianco debole nel quale può sperare di penetrare. Per tale motivo l’unità va condizionata al rispetto di un comune criterio di sicurezza basica. Stabilito questo, cosa che per esempio avrebbe moderato la divergenza di Zapatero, poi le altre differenze possono restare senza creare gravi guai. Per esempio, la Germania combatte, e lo sta facendo bene, in Afghanistan, ma non vuole impegnarsi in Iraq. Nessun problema se, in base ad un concetto condiviso europeo di sicurezza, non delegittima noi che facciamo anche questo. Andrebbe ottenuta, con chiarezza, almeno una soluzione del genere.

Terzo. L’Unione europea non vuole impegnarsi sul serio nella politica di stabilizzazione del Mediterraneo. Questa richiede inclusioni dei regimi islamici moderati in un sistema comune di area, molti soldi di aiuti allo sviluppo e l’impegno militare per garantirne la sicurezza. Italia, Regno Unito ed Usa stanno facendo queste cose. La Francia, invece, agisce nel teatro come se fosse un nemico e non un partner. La Germania ostacola la nostra proposta di includere meglio Turchia ed altri. Nessuno vuole metterci dei soldi. Poiché per noi la costruzione e difesa di una Ekumene mediterranea è interesse vitale, anche geoeconomico, dobbiamo capire se possiamo farlo sotto l’ombrello politico dell’Unione o rafforzando l’alleanza con gli Usa per tale scopo. Questo è il chiarimento più urgente con le conseguenze più importanti e sostanziali.

(c) 2004 Carlo Pelanda
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