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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2002-6-20

20/6/2002

Il passato serve a finanziare il futuro

 

Secondo me il problema non è che il governo comunichi male la propria vocazione modernizzante, ma il fatto che nel Paese i portatori di una cultura passatista siano ancora tanto forti da produrre un effetto barriera. Ricavo tale sensazione da molti casi, ma quello delle polemiche suscitate dall’innovativo piano di rivalutazione del patrimonio pubblico è il più vistoso. Poiché è anche il progetto (precursore) più importante per il rilancio complessivo dell’Italia propongo, una volta tanto, di rovesciare l’imputabilità: non è il futurizzante e liberalizzante che deve difendere la consistenza delle proprie idee, ma tocchi al moralista, statalista, sinistrista e roba simile il doverlo fare. Per esempio, sulla questione del mercato del lavoro ci siamo chiusi in difesa, lasciando ai terrapiattisti il vantaggio morale dell’attacco accusatorio. Con la conseguenza di aver costretto chi sostiene che la Terra sia rotonda  quasi a scusarsi di osare tanto. Equivalente, nella materia qui oggetto, al fatto che il bravo Tremonti abbia dovuto difendersi dall’accusa idiota di voler svendere il Colosseo. Invertiamo: accuso di inconsistenza la dottrina statalista sia di gestione dei beni storici e artistici sia di definizione di cosa sia un “bene pubblico”.

Se i fatti contano, allora la questione è presto risolta. Basta fotografare i beni immobili storici ora posseduti da Stato ed enti locali. Ho fatto una prova a Verona, da dove vi scrivo. Castello sopra la città (Re Teodorico): grande, vista stupenda, vuoto e cadente. Annoto: albergo, nessun problema per l’eventuale gestore a rispettare i vincoli di salvaguardia e coprire i costi di restauro perché la prospettiva di business è promettente. Arsenale (caserma dismessa), a un passo da Piazza Bra, bell’esempio di architettura militare austriaca, ampi giardini interni. Semicadente, proprietà pubblica, qualche triste tentativo di farne parco giochi o luogo di club locali, in sostanza lasciato andare. Annoto: campus universitario residenziale perfetto oppure centro studi di aziende avanzate tipo Microsoft. In breve: tre ore in bici, più di quindici annotazioni come quelle riportate. Morale. E’ evidente che la proprietà pubblica non riesce a definire gestioni per tali manufatti importanti e che senza queste gli immobili si sfarinano. Gli statoteoreti rispondano a questa accusa. E’ facile documentarla, provate per gioco a fare lo stesso giro in bici nella vostra città e dintorni: centinaia di migliaia di beni in rovina o comunque vuoti che, paradossalmente, se privatizzati farebbero prendere due piccioni con una fava: manutenzione e più affari per il territorio. E’ da sciagurati far durare questa situazione. E fa capire che la dottrina corretta riguarda una buona interazione tra Stato (enti locali) e mercato nella missione di tutela combinata con quella di sviluppo. Il primo deve dare regole non gestioni dirette, il secondo creare valore entro i vincoli dati. Questa è la teoria giusta e fattibile, l’altra, antiprivatizzante, sbagliata, con tanto di fotoprove.

 La cooperazione tra Stato e mercato detta sopra può essere applicata a un bene artistico o storico anche se inalienabile. In questo caso si tratterà di incentivare il mercato a comprare una concessione di sfruttamento del bene e non il bene stesso. Per esempio, la gestione pubblica di un museo genera valore dai biglietti e dall’effetto di attrazione turistica. Un imprenditore concessionario saprebbe aumentare ambedue i ricavi, pur rispettando sia i vincoli di accesso a basso costo per le famiglie sia la tutela dei beni. Oggi tale opportunità non viene sfruttata per l’idea che una cosa sia la cultura e un’altra l’economia. Ciò distorce il concetto di bene pubblico in quanto lo definisce solo come costo. E conseguentemente restringe di fatto sia la possibilità di tutela culturale del bene perché non ne prevede il finanziamento sia il valore di sviluppo per il territorio contiguo. Questa è la triste conseguenza della sbagliata teoria statalista dei beni pubblici.

Far vincere la teoria giusta in questa materia è di importanza vitale per l’Italia. Ho scritto sopra che il progetto di rivalutazione del nostro patrimonio è il precursore più importante per tutte le altre riforme. Tanti ne hanno parlato, ma va precisato nella sua logica complessiva, per altro già anticipata circa cinque anni fa su queste pagine. Siamo pieni di debito, mezzi deindustrializzati, con un modello politico esaurito sia per l’eccesso di costi sia perché respinge il capitale invece di attrarlo. Senza più la possibilità di ricorrere al deficit per accendere investimenti a causa del Patto di stabilità. Dove diavolo andiamo a prendere i soldi per finanziare le riforme e le infrastrutture in queste condizioni? L’unico posto dove ci sono è proprio nel patrimonio, se rivalutato. Mezzo per tre fini: (a) garanzia finanziaria a sostegno di nuovi investimenti in modi tali da non violare il Patto; (b) flusso prolungato di entrate straordinarie attraverso alienazioni e concessioni di sfruttamento; (c) incremento della crescita economica attraverso un uso più efficiente delle nostre enormi risorse storiche (turismo, ecc.). Questa è l’operazione, ma va sostenuta da un’evoluzione culturale di cui voi, lettori, siete i protagonisti: riorganizzare il passato a favore del futuro perché un bene pubblico è vero “valore” se li incorpora ambedue e non solo il primo. Appunto, futurizzazione.

(c) 2002 Carlo Pelanda
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