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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2002-3-22

22/3/2002

La giusta direzione

 Permesso, ci sarebbe anche il punto di vista del popolo produttivo liberista al riguardo della giusta direzione da prendere nella situazione corrente. Non lo vedo ben rappresentato sui media e tento qui di sintetizzarne i punti, mantenendo i toni “da strada” – mi scuso con coloro a cui appaiono brutali - sentiti da centinaia di voci in convegni, sollecitazioni ricevute, particolarmente negli ultimi giorni: (a) della mobilitazione sindacale ce ne infischiamo altamente; (b) il terrorismo è un fatto di polizia e non “sociale”; (c) si da troppa importanza alla sinistra e pochissima alle nostre ragioni, mentre la prima è un costo per l’Italia e noi ne siamo, invece, il profitto; (d) ribilanciamo la politica in base al secondo; (e) se scontro deve essere, allora lo si faccia con determinazione, lo si vinca una volta per tutte. Così mi hanno detto, e tanti chiesto di scriverlo pari pari: artigiani, piccoli e medi imprenditori, operai che aspettano solo il momento buono per diventare imprenditori essi stessi, lavoratori dipendenti che non credono più a tutele diverse dalla crescita dell’azienda, manager, professionisti, consulenti, venditori,  commercianti, ecc. E’ un popolo che vive di mercato concorrenziale, senza tutele e, soprattutto, che non le cerca. Perché sa che non esistono al di fuori del successo competitivo. Per tale motivo chiede un sistema economico finalmente libero, meno tasse, zero rigidità, più soldi fiscali impiegati per dare efficienza al territorio, e quindi più giro di denaro e opportunità per i loro specifici affari, invece che per finanziare la pigrizia. Queste voci sono un campione della maggioranza dell’Italia lavoratrice. Maggioranza? Certo, se calcolate i lavoratori indipendenti o assimilabili e aggiungete quelli dipendenti che non si iscrivono al sindacato per disinteresse. Con questo non voglio dire che tale maggioranza – non di voto, ma di posizione nel mercato - la pensi esattamente come le voci dette sopra. Ma sicuramente vuole più libertà economica e un modello sociale più pragmatico, svelto e moderno. E’ rilevabile in tanti dati di ricerca che indicano con notevole chiarezza quanto la società italiana sia molto cambiata in pochi anni. Come se gli italiani fossero già liberalizzati, ma l’Italia politica e culturale ancora no. 

Ciò va segnalato perché i sindacati, la sinistra non ancora riformata, e la “cultura delle tutele” non rappresentano il “senso comune” prevalente nel paese.. Questo è stato spostato da una nuova maggioranza di interessi.  E ciò comporta conseguenze che ancora non appaiono nel linguaggio dei media, forse perché ancorato al “politically correct” del mondo che fu oppure fortino della retroguardia, ma che sono già delle ovvietà in quello “di strada”. Prima: i sindacati non rappresentano più un concetto di tutela sentito dalla maggioranza degli italiani. Non si capisce quindi perché dovremmo riconoscere loro tanto potere. Forse per la loro capacità di blocco? Francamente,  un milione di persone in gita, in tempi di trasporti di massa, non fa grande impressione. A Vicenza mi hanno suggerito una battuta da riferire qui: speriamo che il popolo produttivo non si arrabbi perché se questo smettesse di lavorare per un giorno allora il danno al Pil sarebbe 50 volte superiore a quello prodotto da uno di sciopero generale dei sindacalizzati. Non succederà perché l’artigiano un giorno vuoto lo pagherebbe molto più duramente di un dipendente, ma serve a dare l’idea delle vere e nuove proporzioni. Seconda: il solidarismo ideologico non incanta più. Lo dico brutalmente come lo ho sentito da tanti, ma sottovoce per paura di essere considerati troppo cattivi: se non hai un lavoro, se non guadagni abbastanza datti da fare di più. Studia la notte, lavora 16 ore al giorno. Esattamente come fa il popolo produttivo quando serve. Il fatto che questo sia ora maggioritario rende difficile menarla con la solidarietà come s’è fatto per decenni. Verrà data a chi è veramente inabile. Altri non potranno più invocarla, magari con ricatti morali,  per il semplice fatto che ormai troppi sanno arrangiarsi e riescono a farlo. Evidentemente la realtà funziona con meno solidarismo economico di quanto si pensasse. Anzi, meno ce ne è e meglio va per tutti. In questa evoluzione realistica della società perché dovremmo avere problemi etici a togliere articoli 18 e tutte le ruggini simili? Non servono più, non piacciono più a tanti italiani. Terza: la nuova cultura è più pratica ed essenziale. La mobilitazione di sinistra può favorire nuovi reclutamenti dei terroristi? Pazienza, mica dovremmo far perdurare un sistema inefficiente solo perché qualche disgraziato si brigatizza. Meglio finanziare di più la polizia e si risparmierà tempo e denaro, anche se qualcuno di noi ci resterà secco. Capita, rischi del mestiere. In conclusione, la “giusta direzione” detta sopra dal popolo produttivo non è una semplificazione irriflessiva di “una realtà molto più complessa” (sinistrese). E’ lo specchio di una nuova Italia più forte che tratta la realtà per quello che è, che parla chiaro e mira al sodo. Il governo che ne è espressione e la rappresenta ne tenga conto, aprendo le finestre anche su questo lato della strada.

(c) 2002 Carlo Pelanda
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