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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2002-1-29

29/1/2002

Nonostante il caso Enron la fiducia del mercato continuerà a dipendere più dalla crescita che non dalla bontà delle regole

Il crack della Enron sta realmente causando una crisi di fiducia sull’affidabilità del mercato finanziario americano? Il presidente della commissione senatoriale di indagine, Jim Greenwood, lo ha dipinto così: “Enron ha svaligiato la banca, Andersen – società di revisione dei conti – ha fornito l’auto per scappare”. Significa che un’azienda quotata – tra le prime dieci per capitalizzazione – può falsificare i bilanci per anni (dal 1997), con la complicità dei certificatori, senza essere beccata dagli analisti, nascondere i debiti alle banche creditrici (possibile?) e sfuggire ai controlli della Sec. Preso alla lettera, un tale segnale consiglierebbe a qualsiasi investitore razionale di abbandonare il sistema statunitense perché troppo disordinato. Ma i dati reali mostrano che nessuno lo sta facendo, anzi. E c’è un piccante divario tra chi invoca con emozione la necessità di riforme molto restrittive per ripristinare la fiducia incrinata ed un mercato che va avanti come se niente fosse. Perché? In generale, un mercato determina il grado di fiducia non in base alla perfezione delle regole e dei controlli, ma in relazione ad un criterio pratico: fino a che la maggioranza degli attori spunta profitti e/o ritiene di poterlo fare nel futuro, allora tutto va bene. Per esempio, negli ultimi trent’anni vi sono stati innumerevoli disordini, imbrogli, crack, grandi e piccoli. Eppure la fiducia complessiva non è mai stata scossa, appunto, perché la maggioranza dei risparmiatori ha comunque trovato profitto crescente, e solo una minoranza ha subito danni. Questo pare essere il fondamento realistico della fiducia: un mercato crescente ne assorbe il disordine. Che chiama la domanda: ma quanto ordine è necessario per avere un mercato crescente? Se troppo creerebbe un paradosso. Ciò che vieta gli imbrogli ostacola anche le innovazioni. Se troppo poco comprometterebbe la crescita per eccesso di incertezza ed inefficienza (monopoli, bolle, crisi bancarie, ecc.). Quindi la condizione di  “perfezione” del mercato non è un massimo di ordine, ma una situazione di disordine entro limiti. Per questo si può ipotizzare che il caso Enron produrrà certamente qualche miglioramento della trasparenza e tutela dei risparmiatori, ma niente di così giustizialista come i commenti a caldo lasciano intendere. E il mercato Usa resterà, come ora, il miglior punto di equilibrio tra ordine e disordine, ambedue necessari per la crescita. A chi ritiene troppo cinica la positività del secondo (se entro limiti) ne va ricordato un altro vantaggio: educa il mercato a saper governare i rischi piuttosto che a illudersi che le regole possano evitarli.

(c) 2002 Carlo Pelanda
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