ENGLISH VERSION


 VITA
  Biografia    Gallery     Interviste    Premi     CPTV

 PUBBLICAZIONI

  Libri    Saggi    Ricerche
  Articoli dal 1998

 LETTERE

  Scrivi a CP
  Leggi le lettere    Archivio

 CERCA


Carlo A. Pelanda
menu
fb Tw g+ print

il Giornale

2001-1-19

19/1/2001

Il sindacato “frenatori”

Tutte le persone razionali, penso, siano d’accordo sul fatto che dobbiamo assolutamente evitare lo scontro sociale, cioè una stagione di mobilitazioni di piazza e scioperi. Perché sarebbe un costo per tutti. Ma, stabilito questo principio di buon senso (e di interesse nazionale), è anche ora di colpire a fondo sul piano concettuale il conservatorismo economico dei sindacati. Non solo per i noti e triti motivi di “terrapiattismo”. Il loro non voler aprirsi al “terrarotondismo” ritarda la ricerca del modello per la riforma competitiva del Paese. La novità è che non basta la sola liberalizzazione, ora combattuta dai sindacati anche nei primi timidi – per giusta prudenza – tentativi del governo. Ci vuole qualcosa in più, cioè costruire  la capacità di un territorio di attrarre capitali di investimento dall’estero nonché di fornire alle aziende residenti un substrato di cultura, infrastrutture e regole economiche che facciano loro vincere la concorrenza con tutte le altre del mondo. In sintesi, il mercato globale impone di aggiungere alla politica orizzontale di liberalizzazione una strategia verticale di riforma competitiva per vincere nel mercato globale. La critica ai sindacati  è che opponendosi ottusamente alla prima ritardano la ricerca della seconda.

Che è di una priorità indiscutibile.  L’Italia, se non cambia in fretta, resterà presto schiacciata a sandwich tra due forze competitive crescenti. La prima è quella di Paesi molto evoluti il cui sistema nazionale è predisposto per sviluppare bene, meglio di noi, la competitività tecnologica, cioè un’economia trainata dalla conoscenza. Questi sono l’America, sia liberalizzata sia governata per avere il primato scientifico e tecnologico,  ma anche altri Paesi europei che, quando verranno liberalizzati, entro cinque o dieci anni, faranno esplodere il loro potenziale concorrenziale sul piano tecnologico, oggi migliore del nostro. A parità monetaria non reggeremo la concorrenza entro l’Europa. Nel mercato globale saremo compressi verso il basso. Sull’altro fronte saremo aggrediti dall’ondata dei Paesi emergenti che, senza democrazia e relativi costi sociali, offrono alle loro imprese la possibilità di produrre tecnologie basse  e medie a prezzi impossibili per le imprese residenti in territori con i costi di uno Stato sociale. Se le nostre aziende restano intrappolate a questo livello tecnologico dovranno competere per prezzi decrescenti, cioè ridurre i salari e le garanzie finanziate dal fisco. Per questo motivo non basta più solo liberalizzare. Dobbiamo anche darci un programma di riforma competitiva che usi il potenziale della liberalizzazione per sviluppare una competitività tecnologica tale da farci sopravvivere alla concorrenza con il gruppo dei Paesi più evoluti e così evitare la trappola di dover fare i conti con i secondi. Lasciatemelo dire nel modo più semplice possibile, terrarotondisticamente. Se, nel futuro, vogliamo salari più alti e lavori qualificati per tutti dovremo avere  centinaia di migliaia di aziende supertecnologiche sia a livello dei processi di produzione di beni tradizionali sia in termini di nuovi tecnoprodotti. In caso contrario le nostre aziende dovranno competere a livelli inferiori con quelle dei Paesi emergenti e potranno sopravvivere o comprimendo i prezzi e quindi i salari, oltre alla qualità del lavoro, oppure delocalizzando e riducendo così le opportunità occupazionali. Ritengo impossibile o terrapiattista non essere d’accordo su questo punto. Controprova: nel mio lavoro di ricerca, in America, proprio i colleghi della sinistra economica premevano anni fa per rielaborare il liberismo in modo tale che si desse una direzionalità maggiore verso una configurazione di alta tecnologia che assicurasse la possibilità di evitare la competizione con i Paesi emergenti e mantenere alta l’occupazione, crescenti i salari, senza inflazione (per l’effetto di aumento della produttività), lasciando anche spazio di mercato sulle tecnologie medie e basse a chi era in via di sviluppo, per aiutarlo. Inizialmente fui ostile al costruttivismo di sinistra che per un liberista è il demonio. Ma il liberalismo impone l’apertura mentale e, quindi, il terrarotondismo. Non diventai certo dirigista, ma accettai l’idea “direzionalista” di dover governare i sistemi economici verso più tecnologia. Perché vedevo nei dati che il solo liberalismo puro non necessariamente assicurava questo esito evolutivo pur essendone premessa essenziale. Infatti il sistema americano, piuttosto liberista, non si fece, né si fa scrupolo, di governare pesantemente l’evoluzione tecnologica. Ed è concetto bipartisan.

Andiamo al punto. Nel decennio passato i diversi governi di centrosinistra in combinazione con l’oscurantismo sindacale hanno fatto esattamente il contrario del realismo in nome di una teoria volontariamente sbagliata: è la stabilità, intesa come statalismo diffuso, e non l’effervescenza del capitalismo tecnologico ad essere il fattore principale di competitività. Risultato: nella graduatoria mondiale di questa siamo caduti in pochi anni agli ultimi posti. Ora chiedo ai sindacati: (a) di capire l’emergenza della crisi della tecnologia e della competitività in Italia; (b) di accettare che la liberalizzazione sia una premessa per incentivare il capitalismo tecnologico; (c) che la direzione verso più tecnologia è l’unico modo per salvare la ricchezza e la qualità di vita dei loro tutelati e di tutti noi; (d) di contribuire a fare tutte quelle cose che smuovano ed accelerino la rivoluzione tecnologica e la futurizzazione del Paese. Più tecnologia è il vero articolo 18, sciagurati. Ma come io accettai un’analisi seria di sinistra potranno questi accettare un’analisi liberista altrettanto seria?

(c) 2001 Carlo Pelanda
FB TW G+

(c) 1999 Carlo Pelanda
Contacts: public@carlopelanda.com
website by: Filippo Brunelli