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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2003-8-4

4/8/2003

Il nuovo vento

Finora il governo Berlusconi non ha potuto dispiegare tutto il suo potenziale riformatore a causa del ciclo economico globale negativo iniziato alla fine del 2000 e diventato crisi vera e propria dal settembre 2001 in poi. La buona notizia è che nel 2004 lo potrà fare perché il ciclo sta ora iniziando un’inversione netta verso la ripresa. Lasciatemi usare una metafora nautica. Negli ultimi due anni il governo ha alzato parecchie vele per far correre la barca Italia. Ma non hanno trovato vento perché l’eurozona era stagnante e la locomotiva globale americana a basso regime. Per inciso, l’Ulivo (1996-01) godette di un vento in poppa di eccezionale intensità, ma non alzò alcuna vela, perfino causò l’aprirsi di falle nello scafo. Ora i lavori di riparazione sono finiti, le vele pronte. Il punto: nei recenti dissapori tra le forze della maggioranza ha anche pesato la frustrazione di un’economia che non ripartiva. Come marinai che innervositi dalla lunga bonaccia sono più propensi alla rissa. Spero che l’annuncio del vento all’orizzonte riporti l’equipaggio a riprendere lo spirito di squadra e a mettere le vele nella giusta posizione.

Per questo è importante argomentare bene la previsione di inversione del ciclo. Gli scenari istituzionali già la registrano. L’Ocse, per esempio, prevede che il Pil dell’eurozona possa crescere del 2% nel 2004 dopo i deludenti 0,8 del 2002 e 0,6 atteso per quest’anno. Il ministro del Tesoro americano, Snow, annuncia un balzo del Pil americano oltre il 4% a partire dal 2,4 atteso per il 2003, ora in accelerazione. Qualcosa si muove anche in Germania – fiducia e una timida detassazione - la cui pesantissisma recessione, aggravata dalla gestione di sinistra, ha messo in ginocchio l’eurozona intera e colpito malamente l’Italia (turismo, export). Ma questi ed altri segnali non smuovono ancora lo scetticismo degli analisti tecnici scottati da troppe false ripartenze. Né tantomeno impressionano la gente ancora alle prese con la coda della tendenza recessiva che sta finendo di scaricarsi. In effetti i dati mostrano luci ed ombre, ma le seconde sono esagerate da un eccesso di pessimismo dovuto ai guai emersi nel 2001-2002: implosione della bolla finanziaria 1996-2000; scandali finanziari; scoperta della grande vulnerabilità del mercato globale ai problemi di sicurezza; evidenza della mostruosa crisi di efficienza e competitività dell’eurozona; e, soprattutto, fragilità della locomotiva americana. In sintesi, il disincanto è tale da far sottovalutare i buoni segnali e sovrapesare i problemi. Ma tra i primi ce ne è uno la cui forza è tale da modificare l’intero scenario: la ripresa degli investimenti in America dopo un biennio che la si invocava e mai arrivava. Il quanto, ora, non è importante. Lo è il fatto che tutte le aziende hanno deciso di tarare le previsioni su un pur moderata crescita futura abbandonando quelle precedenti basate su una tendenza stagnante o in contrazione. Questo è il punto di svolta. Perché implica la ricostruzione di maggiori scorte di magazzino, nuove assunzioni, in generale azioni per una crescita più aggressiva. Infatti i capitali tornano sul mercato azionario dopo tre anni di abbandono. Molti colleghi ricercatori, mesi fa, erano d’accordo sul fatto che in America mancava solo la conferma del rilancio degli investimenti, tutto il resto del sistema già predisposto per un rimbalzo veloce: costo del denaro quasi a zero; detassazione robusta che aumenta la capacità di spesa delle famiglie nonostante la relativa stagnazione; inondazione di liquidità anche attraverso un picco di spesa pubblica (programmi difesa); ecc.. Una configurazione complessivamente così stimolativa da perfino far temere uno scoppio improvviso dell’inflazione. Ma per mesi non ha stimolato nuovi investimenti. Perché? Piuttosto semplice: il disincanto ha creato una crisi di fiducia e ci vuole un certo tempo tecnico senza disastri per far tornare l’ottimismo. La notizia: tale tempo è passato e l’umore è cambiato, le aziende ed i risparmiatori tornano a scommettere su un futuro espansivo. Ci saranno ancora delle "altalene" in autunno, ma la locomotiva americana è di fatto ripartita. Forse non sarà così veloce da riassorbire presto la disoccupazione e favorire la rielezione di Bush (auguri), ma certamente basterà per migliorare il tempo nell’eurozona. Questa non ha forza motrice propria e la sua crescita, fino a che non si faranno le riforme di efficienza, dipende dal traino di quella americana (export, dollaro alto, ecc.). Si attende un vento moderato, ma capace di gonfiare a sufficienza le vele di chi le ha alzate. Germania e Francia poco, ma l’Italia molto: si potrà puntare, quindi, ad una detassazione più ardita perché l’economia sarà più orientata alla crescita e quindi a fornire più gettito. Un nuovo ottimismo, nel 2004, favorirà altre politiche di riforma competitiva e gli investimenti. Insisto sulla solidità di questa previsione in base ai dati correnti. Spero che i politici trovino i motivi per controllarla e cercare conferme in modo da usarla per ispirare, in autunno, una legge finanziaria ottimistica ed espansiva con meno litigi. Cioè di mettere le vele nella posizione giusta per prendere bene i primi refoli del nuovo vento. Già da settembre.

(c) 2003 Carlo Pelanda
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