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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2001-12-2

2/12/2001

Il Nuovo Stato sociale

Il governo, come da mandato elettorale, ha finalmente iniziato il processo di riforma dello Stato sociale per alleggerirlo dall’eccesso di garanzie protezionistiche che lo rendono insostenibile e che caricano di inefficienza l’economia. I sindacati e la sinistra conservatrice, ovviamente, si oppongono. In ambedue, tuttavia, appare chiara la volontà di non arrivare allo scontro totale. Evidentemente è in atto la ricerca di un terreno comune su cui generare un nuovo compromesso. L’interesse di tutta la comunità nazionale è che questo venga trovato in tempi ragionevolmente brevi e con contenuti il più moderni possibile. Lo scenario realistico, tuttavia, rende più probabile un’agenda lunga, negoziati sofferti e un tasso di innovazione inferiore a quanto sarebbe necessario. Perché i sindacati percepiscono di non riuscire a far accettare ai loro associati una riduzione delle garanzie esistenti e temono che il tentarlo porti alla nascita di una sinistra estrema contrapposta ad una centrista, un caos peggiore di quello attuale. Esasperato dal fatto che la storia sta impietosamente massacrando tutte le idee di sinistra dimostrandone l’irrealismo. E’ comprensibile che, frastornati, si arrocchino. Per sbloccarli ci vorrebbe un Tony Blair italiano capace di  riformare sinistre e sindacati in senso pragmatico. Ma non se ne vede l’ombra. Ciò lascia tre opzioni: rassegnarci ad una riforma troppo blanda con conflittualità che possono scappare di mano; riformare con la forza (quella parlamentare c’è); fare uno sforzo concettuale e politico per costruire una piattaforma più raffinata di nuovo Stato sociale, capace sia di generare una veloce riforma competitiva del Paese sia di essere accettabile per la sinistra, almeno per gli aspetti di fondo. La terza sarebbe quella più razionale. 

Ne abbiamo un’idea? Certamente, piuttosto nuova e robusta per pragmatismo. Non più come ricerca di un giusto mix tra tutele ed efficienza rivelatosi un’impossibile quadratura del cerchio (modello renano). Nemmeno come concetto astratto senza corrispondenza reale (la Terza via). Ma come ricerca di nuove garanzie che sostituiscano quelle vecchie. Spinta dall’economia tecnica che vuole una società meglio attrezzata per la crescita economica, irrilevanti le ideologie non controllate dal realismo. La nuova economia altamente finanziarizzata e in via di globalizzazione richiede, per non crollare, incrementi costanti della ricchezza diffusa e della produttività. Ciò implica la transizione dal capitalismo per pochi a quello di massa e, soprattutto, il passaggio dalle garanzie redistributive (e dalle tutele rigide) a quelle dinamiche. Le seconde intese come investimento su ciascun singolo individuo affinché ne venga massimizzata la competenza a praticare il libero mercato. Per esempio, se un individuo non accede alla miglior istruzione, iniziale e continua, sarà un lavoratore sottopagato, un consumatore gracile, poco mobile intellettualmente e geograficamente. Inoltre, poiché debole, chiederà una tutela collettivistica e assistenziale. Cosa che, se in numeri elevati, porta un sistema economico al suicidio per eccessive tasse, rigidità e sottocapitalizzazione dei consumatori.  Quindi è ovvio interesse del mercato che ogni individuo goda di una garanzia fortissima  che lo doti di tutte le condizioni per farne un soggetto economico attivo, indipendente e mobile. Qui c’è stata la svolta concettuale: è proprio l’economia tecnica liberista che chiede nuove garanzie di massa, ovviamente più efficaci di quelle redistributive e rigide ora in vigore. In tale visione lo Stato, se innovato, ed il mercato diventano alleati in quanto il primo è il mezzo tutoriale primario per costruire e qualificare il “capitale sociale” utile alla crescita del secondo. Un esempio di Nuovo Welfare: dare più garanzie di transizione ad un lavoratore che deve o vuole cambiare occupazione (per dire, due anni di salario più formazione spesata, detassazione completa e facilitazioni in caso cambi area geografica per inseguire nuove opportunità) e meno in termini di difesa rigida di una posizione sul mercato o di lavoro pubblico fornito solo per scopi assistenziali. In sintesi la teoria del Nuovo Welfare più compatibile con l’efficienza economica non richiede la compressione delle tutele, ma un loro ridisegno affinché risultino più  efficaci a minori costi, tasse e rigidità. Poiché è tecnicamente possibile sarebbe sciocco non esplorarne la fattibilità politica. Spero non sia d’ostacolo al dialogo il fatto che questa bozza di dottrina venga da ambienti liberisti.  Su il Giornale – sintesi di tante ricerche svolte fin dai primi anni ’90 - l’avete già sentita da me, da Adornato e da altri colleghi sotto il nome di “liberismo sociale”. In realtà non occorrerebbe aggiungere il “sociale” perché il Nuovo Welfare ha lo scopo di rendere di massa la possibilità di poter stare con soddisfazione nel libero mercato. Ma l’aggettivo era ed è un invito sincero alla sinistra e sindacati ad esplorare questa opzione di innovazione del sistema delle garanzie. Comprendiamo, signori sindacalisti e della sinistra, che non potete dire alla vostra base che si toglieranno garanzie senza poterne annunciare di nuove e migliori. Al punto da prestarvi, anzi regalarvi, volentieri la teoria del Nuovo Welfare che le propone concretamente. Resto a disposizione per i riferimenti bibliografici. 

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