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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2001-11-7

7/11/2001

Il modo giusto per la giusta guerra
(Un popolo di guerrieri)

Alla fine l’Italia fa sempre le scelte giuste, ma con modalità sbagliate o ritardi. La battuta è del Prof. Paolo Savona. Vorrei approfondirla, senza peraltro coinvolgere in queste righe lo stimato collega, perché in effetti individua un’anomalia: dal 1948 abbiamo sempre centrato le grandi decisioni di politica estera  (adesione alla Nato, cooperazione europea, impegni militari, ecc.), ma in modi tali da non ricavarne il vantaggio nazionale e la credibilità internazionale che ci saremmo meritati. In particolare, trovo nell’assurdità con la quale trattiamo le questioni belliche un esempio clamoroso di questa anomalia. Poiché il governo Berlusconi ha fatto una scelta giusta nel decidere la nostra partecipazione militarmente attiva nella guerra contro il terrorismo, mi sembra un buon momento per riflettere sul come evitare di comprometterla con modalità sbagliate.

  Ho fatto un calcolo veloce  dal quale risulta che, tra gli occidentali, dopo gli americani sembrano proprio gli italiani ad aver svolto più missioni militari (di mantenimento della pace e anche combattimento) in giro per il mondo, dai primi anni ’60 a oggi. Una mappa li ha visti e li vede dalla Cambogia (carabinieri) al Libano, da Timor Est all’Irak, dal Viet-Nam (recupero dei boat people) ai Balcani, dal Congo all’America centrale, dal Mozambico al Mar Rosso, ecc.. Coraggiosi e freddi sotto il diluvio di bombe in Libano nel 1982. Efficientissimi nella, pur politicamente inconcludente, missione in Somalia dei primi anni ’90. Per inciso, un militare che partecipò a quella operazione mi ha raccontato una scena gustosa: “arriva un reparto corazzato germanico di grande blasone guerriero che deve rischierarsi all’interno del territorio somalo; i tedeschi sono un po’ indecisi; gli italiani lo scortano e proteggono fino alla destinazione”. L’interlocutore ha voluto sottolineare il “sorriso largo quanto la faccia” stampato sui volti dei nostri soldati  mentre facevano da babysitter ai tedeschi, questi piuttosto scuri in volto. In sintesi, l’Italia è nei fatti reali, e da tempo, un Paese primario sia politicamente sia tecnicamente per l’esportazione di sicurezza, ma soffriamo, come noto, di una secondarietà militare e, quindi, geopolitica. Perché? Parte della risposta dipende da un gioco internazionale, soprattutto europeo, in cui non ci è mai stato facile entrare da pari con le altre potenze, fin dal 1861. Un’altra parte deriva dal fatto che la nostra forza militare è limitata. Per svolgere tutte le missioni che ci impegnano attualmente (Balcani e altri luoghi) e la prossima, le nostre Forze Armate devono e dovranno fare, letteralmente, i miracoli vista la scarsità dei mezzi. Tuttavia, pensandoci bene, questi motivi non appaiono quelli principali. Sembra più rilevante il fatto che, pur facendoci tutte le guerre, risulta sempre che vi entriamo o senza voler sparare o con mille reticenze politiche che poi, paradossalmente, “alla fine” non esistono nei fatti reali: infatti spariamo quando è necessario, impegniamo l’impegnabile ed oltre, seriamente e bene. Ma resta prevalente il fatto politico: entriamo in modi disordinati che influiscono sull’immagine più della nostra consistenza nel corso dell’azione. Quindi mi sembra che il problema della secondarietà italiana stia più al nostro interno che fuori. Di anomalie, cercandole, ne troviamo a josa e persino di buffe. Siamo l’unico Paese che si è inventato – sui media ed in parte della politica - il “militare di pace”, cioè legittimo solo se fa la pace e non la guerra. Ridicolo, ovviamente un soldato deve fare la guerra e la legittimità deriva dal tipo di impiego politico della forza non dall’annacquamento della militarità. Anche nei nostri fatti, poi, è così, ma non nelle parole. Il governo D’Alema dichiarò che gli aerei italiani non avrebbero sparato sulla ex-Jugoslavia. Combattemmo, eccome, ma gli alleati presero atto che non volevamo ammetterlo politicamente e ci secondarizzarono. L’anomalia alla fonte di tutte le altre è che, diversamente dalle democrazie alleate, abbiamo una sinistra che non riesce a formulare una dottrina della “guerra giusta” (la Chiesa lo ha fatto da secoli) e quindi a parlare chiaro e tondo di guerra quando è necessario e legittimo. Poi, di fatto, la approva, ma con distinguo e silenzi come se non fosse guerra. Ciò ritarda le decisioni di entrata, rende ambigui i linguaggi politici, aumenta la fatica nel trovare l’unità nazionale, requisito essenziale in situazioni belliche, e suscita enormi problemi di credibilità. Il paradosso, appunto, è che alla fine anche la sinistra si mette in linea. Ma nel frattempo il danno politico è fatto: l’Italia appare imbelle e contraddittoria anche se i suoi soldati agiranno bene – duri ed efficienti -  in guerra. Cosa complicata dal fatto che nelle relazioni internazionali nessuno regala alcunché, anzi, ed ogni minima debolezza viene trasformata in svantaggio geopolitico (e geoeconomico) per l’alleato che la dimostra. Controprova: gli inglesi fanno dieci militarmente, ma ottengono cento politicamente perché entrano “giusti” nelle guerre “giuste”. I francesi fanno militarmente perfino meno di noi, ma grazie ad uno stile politico interno più raffinato del nostro sembrano i salvatori del mondo quando muovono un paio di marmittoni. Noi facciamo dieci, militarmente, e otteniamo due, politicamente, talvolta manco questo (Albania). In conclusione, il punto mi sembra chiaro e qui, mi scusino gli specialisti, lo ho voluto semplificare al massimo: poiché comunque le guerre le facciamo, anche con la benedizione della sinistra, entriamo una dannata volta anche noi “giusti” in una “guerra” giusta. Tutti noi italiani.

(c) 2001 Carlo Pelanda
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