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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2001-9-16

16/9/2001

Borse al fronte

Ansia.  Possiamo ricavare da casi precedenti dei lumi per il prossimo futuro? Non ce ne sono molti perché negli ultimi quindici anni l’economia è cambiata al punto da renderla poco comparabile con quella del passato. Ma il caso della guerra contro l’Iraq (autunno 1990 - febbraio 1991) ci può aiutare. Anche perché in quel periodo, come oggi, l’economia americana era già in contrazione e l’avvio della mobilitazione la gettò in recessione: la fiducia dei consumatori si dimezzò in poco tempo, aerei vuoti per paura di atti terroristici, prezzo del petrolio al rialzo, rallentamento degli investimenti, Borse giù. Due lezioni. La prima è ovvia: il rischio bellico non migliora di certo l’umore del mercato. La seconda, invece, è indicativa: la caduta della fiducia dei consumatori (fattore chiave) fu innescata proprio dalla mancata correlazione tra modalità di conduzione della guerra e governo dell’economia. Ci vollero quasi sei mesi per portare mezzo milione di americani nel deserto, tra cui molti riservisti. Evidentemente con tali numeri e tempi della modalità militare il segnale fu troppo ansiogeno. Se si fosse agito in altri modi più rapidi ed incisivi la recessione sarebbe stata evitata. E’ solo teoria, discutibile. Ma è indiscutibile che questo sarà il punto critico principale nel prossimo futuro.

 Altri punti cruciali, infatti, non ce sono. Il patriottismo forse non influirà molto sugli operatori finanziari americani, pur essendoci accordi per limitare le speculazioni ribassiste (short), ma è probabile che ispirerà un buon numero di consumatori: compreranno beni allo scopo di mostrare che il terrorismo non abbatte l’economia americana. Il Congresso, poi, ha approvato una spesa immediata di 40 miliardi di dollari. Metà andranno per compensare i danni, tra cui quelli delle compagnie aeree, e per pompare subito la ricostruzione di Manhattan. E’ una stimolazione non da poco a cui seguiranno altre. Inoltre i titoli azionari sono, mediamente, già sottovalutati per i noti motivi e perfino alla pari, in molti casi, simulando un 2002 portatore di pochi profitti alle aziende quotate. Qualora ci fosse il sentore di un crollo pesante è probabile che Greenspan tagli i tassi alla disperata dando al mercato americano, e per traino al resto del mondo, lo stimolo per tenere e poi tornare rialzista. Quindi lo scenario di breve appare tecnicamente molto buono. Ma prevale, comprensibilmente, l’incertezza irrisolta su due punti chiave: (a) è stata annunciata una guerra lunga e quindi un aumento della possibilità di sorprese negative: (b) non è escludibile un’escalation terroristica, di contro-ritorsione, a livello nucleare e batteriologico, questa si veramente destabilizzante. L’ansia emerge non tanto dal fatto che ci saranno più rischi, ma dal fatto che questi sono incomputabili al momento. Per ridurla c’è un unico modo: che si adatti la conduzione della guerra con i requisiti di fiducia del ciclo del capitale. Ciò, in teoria, significa conflitto breve e sradicamento del rischio terroristico. Ma, in pratica,  l’azione non potrà essere tanto breve né limitata. La lista dei Paesi bersaglio va da un minimo di tre ad un massimo di undici. I loro regimi devono essere abbattuti perché senza uno Stato dietro è impossibile per un terrorista operare ad ampia scala. Complicato. Dobbiamo disperare? No. Il criterio di adattare la conduzione della guerra alla fiducia finanziaria è oggi un requisito meglio capito. Sul piano militare le tecnologie (fuoco e controllo remoti) e i mezzi per attuare conflitti non-classici esistono (operazioni speciali) ed è certa una superiorità incontrastabile sul piano strategico “classico”. La situazione è potenzialmente migliore di quanto si pensi. Ma solo i primi fatti concreti che indicheranno la qualità dell’azione bellica riusciranno a confermare o smentire questa ipotesi. Sarebbe razionale attenderli prima di prendere decisioni di investimento.

(c) 2001 Carlo Pelanda
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