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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2001-9-14

14/9/2001

La nuova incertezza chiama un nuovo ordine mondiale

Ora il mercato globale è alle prese con un problema senza precedenti: quale ne sarà il futuro dopo che è stata scossa la fiducia sull’invulnerabilità degli Usa e quindi sulla solidità del sistema finanziario mondiale di cui sono il pilastro.

Le prime reazioni lasciano ben sperare. Immediatamente, nel martedì nero, tutte le banche centrali  hanno sia sostenuto il dollaro sia, soprattutto, immesso liquidità nei mercati per contrastare eventuali fenomeni di panico. Questi ci sono stati, ma non in misura grave o troppo duratura: il prezzo del petrolio è subito rientrato da un’impennata, così l’oro. Dopo qualche ora i prezzi dei titoli di Stato  su cui si erano precipitati gli investitori spaventati, si sono riequilibrati. Il mercato azionario mondiale, pur in ribasso, non ha avuto il crollo che molti temevano, finora. Due considerazioni: (a) il grado di cooperazione tra le principali istituzioni finanziarie (e governi) dell’Occidente appare tale da mantenere stabile – e liquido - il sistema anche in caso di shock pesanti; (b) il mercato ha comunque esibito una spontanea diversità di opinioni che ha reso solo parziale l’ondata di pessimismo. Il sistema è forte. Ma due altri fattori, uno di breve e l’altro di lungo termine, potrebbero indebolirlo se non ben governati. 

A breve. Prima dell’attentato l’economia statunitense era in caduta per le note tendenze di ciclo. Il consenso tra gli economisti prevedeva che, se non ci fossero stati shock imprevisti, gli Usa avrebbero evitato una recessione vera a propria, che il peggio si sarebbe sfogato tra settembre ed ottobre, preparando un rimbalzo dell’economia reale verso fine anno o i primi mesi del 2002, anticipabile dalle Borse già verso novembre, quelle americane già vicine a valori di “pavimento”. Ma lo shock è arrivato, in una modalità che colpisce direttamente la fiducia del sistema finanziario. Ciò potrebbe ritardare l’effetto Borsa detto sopra, prolungando ed aggravando la discesa. Tale evento a livello finanziario innescherebbe una recessione reale con impatto depressivo globale. Non possiamo nasconderci che tale ipotesi potrà realizzarsi. Nel 1990 - preparazione della guerra contro l’Irak e prezzo del petrolio alle stelle – la fiducia dei consumatori e degli investitori americani precipitò trasformando in recessione la contrazione economica in atto. Ma non possiamo neanche escludere che vi sia un effetto psicologico (soprattutto in America) spinto dalla voglia di reagire all’attentato dimostrando fiducia ed ottimismo. Ci sono segnali che l’”effetto orgoglio” potrebbe svilupparsi. Inoltre l’economia americana resta comunque robusta. Quindi la situazione di breve appare governabile. Se si confermerà la grande cooperazione internazionale, se l’autorità monetaria americana calibrerà bene i tassi monetari alla situazione, ed appare probabile, il sistema non solo terrà, ma  si riprenderà, pur inevitabili delle turbolenze.

Medio-lungo termine. Il mercato ha registrato che l’America –  parole di Bush sicuramente non dette a caso - ha dichiarato guerra non “ai terroristi” , ma al “terrorismo”. La differenza è sostanziale. Sarà un conflitto lungo e ampio e non una ritorsione breve e selettiva, quindi una situazione di belligeranza che, anche se non in forme classiche, sospenderà la normalità. Agli occhi del mercato significa che vi potranno essere più sorprese negative e rischi. Tra cui quella di ulteriori attacchi agli Usa dimostratisi vulnerabili, o agli alleati ancora più indifesi. Con non-escludibili azioni, in risposta all’offensiva americana, di terrorismo nucleare e batteriologico. Questo sì veramente destabilizzante. E se non così, o prima di ciò, le tensioni nell’area islamica che è fonte probabile del terrorismo, renderanno instabile il prezzo del petrolio, variabile critica. Tali prospettive sono in effetti potenzialmente capaci di deprimere il ciclo della liquidità mondiale, la circolazione sanguigna dell’economia globale. Evidentemente fino a che non si troverà un modo per azzerare tale rischio, il mercato non potrà evitare di scontarlo. Pertanto la salute dell’economia mondiale implica un’architettura politica internazionale che credibilmente riesca ad annullarne la nuova fonte di incertezza. Questo il nuovo requisito di stabilità. Alcuni suoi elementi sono già individuabili, in generale: bonificare gli Stati che sostengono direttamente o indirettamente il terrorismo, per lo più musulmani, sostenere i regimi islamici moderati contro la mobilitazione dell’estremismo interno, presidiare le risorse petrolifere, rafforzare la Nato e darle capacità globali, creare un sistema unico di sicurezza del mondo libero e democratico, cooptare la Russia, stabilizzare i rapporti con la Cina, aumentare la convergenza politica tra Usa e Ue. Poi bisognerebbe trovare un modo per rendere compatibili i sistemi di sicurezza interna antiterrorismo che rallentano i commerci, riducono l’efficienza e la privacy con i requisiti del mercato e della civiltà democratica, sia in America sia nei Paesi alleati. In sintesi, è un nuovo ordine mondiale complessivo più organizzato e vasto di quello attuale che darebbe al mercato il segnale di stabilità futura.  Da una parte, la complessità di una simile evoluzione toglie il respiro. Dall’altra, è ciò che si deve fare, che molti governi hanno già capito che dovrà essere fatto quando dichiarano che dopo l’attentato la vita sarà diversa per tutti. Se anche noi cittadini, fonti del consenso democratico, capiremo che questa è la via, allora verrà certamente costruita e su di essa continuerà la crescita. E’ tempo di pensiero forte.

(c) 2001 Carlo Pelanda
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