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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2003-4-11

11/4/2003

Altre statue da abbattere

Gli americani e loro alleati hanno donato la libertà agli irakeni. Ma questi, ricevendola con gioia, hanno fatto un regalo perfino più grande all’Occidente confermando la natura giusta della guerra di liberazione e, quindi, del "pensiero forte" che la ha guidata. Ciò mette nell’angolo il "pensiero debole" che ha separato legittimità e giustezza dell’iniziativa al punto da sostenere che la dittatura di Saddam fosse più accettabile della violazione delle regole correnti dell’Onu (sinistra europea e Francia, Germania, Russia). Un’imbecillità morale provata dal senso di liberazione mostrato dagli irakeni danzanti sulla statua abbattuta di Saddam. Tuttavia, tale debolismo continua. La sinistra italiana, con pregevoli eccezioni individuali, continua ad enfatizzare che tale guerra di ordinamento è giuridicamente illegittima come se questo, e non la sostanza della liberazione, fosse il punto principale. Così il ministro degli esteri francese e, con più cautela ed imbarazzo, Schroeder e Putin. Perché "pensiero debole"? Per il fatto che in una contraddizione tra "legittimità formale" e "giustezza sostanziale" si preferisce la difesa nominalistica della prima. Ovviamente lo fanno come copertura di interessi concreti: ripristinare con la scusa dell’Onu una possibilità sia di condizionamento del potere geopolitico americano sia – le sinistre europee - di opposizione al modello statunitense di "liberalismo forte". Perché se vincesse culturalmente spazzerebbe via la sinistra nei sistemi interni o ne farebbe evolvere una nuova, tipo quella blairiana, in cui tanti vecchi dirigenti non troverebbero spazio. Niente da dire sulla loro libertà di perseguire interessi. Ma il metodo scelto per farlo si avvale, appunto, di una moralità e consistenza politica così labili e torbide da portarci ad assimilare il "pensiero debole" alla statua di Saddam. Ambedue simboli da abbattere. La seconda è caduta, ora nella componente europea ed italiana dell’Occidente tocca al primo.

Non me la prendo con i saddamini nostrani e le loro statue. Cioè con chi si è augurato un nuovo Vietnam. Con chi ha strumentalizzato la parola "pace" per fini antagonisti, lordandola al punto da costringere la Chiesa – che non è pacifista, ma pacificatrice – ad impedire che le bandiere arcobaleno sventolassero nelle chiese. Con chi sui media ha voluto terrorizzare attraverso il catastrofismo e l’accusa di avventurismo pasticcione all’Amministrazione Bush. Con i comunisti e no-global, mestatori per mestiere come i loro seguaci manifestanti professionali, sempre quelli. In ogni società c’è e ci sarà sempre una minoranza di antagonisti in base al principio (teoria dei sistemi) della distribuzione della varietà. E non sono quelli detti che mi preoccupano, pur odiosi. Mi preoccupo, invece, della penetrazione del debolismo in coloro che fanno parte della maggioranza buonsensista del Paese, pezzi di sinistra moderata, altri della buona borghesia produttiva. A questi rivolgo l’invito ad abbattere la statua del "pensiero debole" pregandoli di riflettere sulla contraddizione corrente tra legittimità e giustezza e di trovare una nuova coincidenza.

Il punto. Se una fonte di legittimità come l’Onu impedisce un’azione giusta, allora dobbiamo riformare l’Onu stessa o rinunciare all’iniziativa? Molti debolisti di area moderata hanno insistito sul fatto che la guerra sia il male peggiore e per questo la legittimità va valutata come strumento per evitarla, anche se moralmente imbarazzante (la dittatura è brutta, ma la guerra è peggio). I fatti hanno mostrato che una guerra può essere condotta con minimizzazione dei danni e che ciò la rende, se democratizzante, portatrice più di benefici che di mali? A questo i debolisti, tipicamente, rispondono che una guerra ne tira altre. E per questa paura accettano la contraddizione tra legittimità e giustezza. I fortisti hanno due alternative: o dare dell’idiota a chi pensa così oppure tentare il metodo del convincimento razionale per trasformare i deboli in forti. La tentazione di fare la prima cosa è quasi irresistibile, ma è più saggio perseguire la seconda. Non in astratto, ma in termini di formulazione di almeno due pilastri, tra i tanti da costruire, del nuovo ordine mondiale. Su cui far convergere il consenso sia da destra sia da sinistra. Primo, rendere più selettiva la partecipazione delle nazioni all’Onu. Significa: impedire che una dittatura possa influenzare le fonti di legittimità internazionale; vincolare le nazioni al comune impegno di portare la democrazia dove non c’è, pur con il dovuto gradualismo, come strumento essenziale per la sicurezza globale e, di conseguenza, definire una dottrina della "guerra giusta" contro i violatori. Secondo, le guerre hanno conseguenze destabilizzanti o stabilizzanti in base alla forza della coalizione e natura politica della missione ordinatrice. E’ evidente che se l’Europa cooperasse con l’America vi sarebbero sia più scala di risorse sia un orientamento benigno tale da permettere il giusto equilibrio tra bastone e carota per dare ordine al mondo, riducendo le conseguenze negative. In sintesi, invito i debolisti a riflettere su queste due proposte da parte del pensiero forte: cambiare l’Onu per far coincidere meglio forma e sostanza nelle fonti di legittimità; rendere l’Europa convergente, e non divergente come ora, con l’idea una missione euroamericana per la pacificazione globale. Il solo cominciarne a parlare seriamente sarebbe l’abbattimento a casa nostra della statua simil-saddam del pensiero debole.

(c) 2003 Carlo Pelanda
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