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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2001-8-19

19/8/2001

Il rimbalzo americano

 Le sorti dell’economia statunitense ci interessano da vicino perché è la locomotiva globale da cui dipende buona parte della nostra ricchezza. Proprio in queste settimane l’America è sospesa tra recessione e ripresa. Con il particolare piccante che tutto quello che il governo e l’autorità monetaria potevano fare per contenere la caduta e stimolare il rimbalzo l’hanno già fatto: riduzione retroattiva delle tasse, aumento della spesa pubblica sia federale sia locale e un taglio molto aggressivo dei tassi monetari. Quasi senza più munizioni aspettano che l’economia reagisca. Reagirà? Se sì, quando e con quale intensità? Tali domande sono il tormentone di questi giorni. I dati correnti sono misti e la maggioranza degli analisti li interpreta come motivo di crescente pessimismo. Pur questo non ingiustificato, io invece vedo vicina, nei dati che tratto, la fine del tunnel.

 La strategia di Bush e Greenspan, quando si sono accorti che la caduta in alcuni settori  era fuori controllo (dicembre 2000), è stata quella di contenerla prima che si trasformasse in crisi generalizzata tale da aumentare la disoccupazione ed abbattere la fiducia dei consumatori, questo il fattore decisivo. Ciò spiega perché nella prima parte dell’anno hanno sparato con frenesia tante munizioni anticrisi. Ma la manovra non è ancora riuscita perché due settori portanti dell’economia americana si sono trovati in un tipo di crisi “intrinseca”, cioè non modificabile velocemente. Il settore manifatturiero ha peggiorato la contrazione, iniziata nel 1999, perché penalizzato da un valore di cambio troppo elevato del dollaro. La maggior parte dei licenziamenti, negli ultimi mesi, sono venuti da lì. Anche la crisi del settore tecnologico non è risultata contenibile dalle manovre dette. In parte perché il mercato era saturo e non assorbiva nuove offerte, in parte perché il settore si è trovato sopravvalutato in Borsa ed alla fine è crollato. Tale crisi settoriale ha generato, per contagio, un effetto depressivo generale che abbatte i profitti delle aziende quotate ed i nuovi investimenti. Le famiglie non incassano più la rendita borsistica del passato e cominciano a ridurre  i consumi, pur ancora sostenuti. Anche perché i venditori attuano sconti e così tengono alti i volumi di affari, ma i guadagni scendono. E qui è cominciata la concatenazione di eventi che in effetti potrebbe portare ad una “recessione del consumatore”. Si è ad un pelo dall’innescarla.

 Quali altre munizioni potrebbero evitarla? Come detto sopra, sono già state sparate. Resta in arsenale un sostanziale abbassamento del dollaro, per risollevare il manifatturiero. Ma non è facile governarlo e quindi non verrà perseguito esplicitamente. Inoltre il dollaro scenderà un poco, ma non moltissimo o per molto tempo, perché comunque resta – in assenza di prove eclatanti contrarie - un rifugio per gli investitori globali data la debolezza strutturale delle economie sottostanti all’euro e allo yen. La crisi del settore tecnologico reale e finanziario va vista come una bolla che si sgonfia e non c’è niente da fare fino a che non finisce di farlo. Quindi? La cura dei due focolai di infezione dipende più dalle capacità reattive intrinseche del sistema che non dalle politiche stimolative. E qui ci sono buone notizie. Le aziende manifatturiere si stanno adattando alla poca competitività valutaria riducendo i costi e, purtroppo, il personale. Ma il numero dei licenziamenti sta diminuendo, fatto che indica il raggiungimento di un nuovo equilibrio e un (auto)contenimento della crisi settoriale. Lo stimolo della concorrenza sta risollevando la domanda di nuova tecnologia, anche se non ai livelli del passato. Pertanto si vede la prospettiva di una stabilizzazione nelle due aree critiche. Altri dati di fondo sono ottimi. L’inflazione è scesa sostanzialmente e la produttività continua a crescere. In numeri, ciò significa che nel 2002 l’economia americana avrà uno spazio di crescita non inflazionistica del Pil attorno al 3,5%. Tale prospettiva permetterà di tagliare ancora di più i tassi, fino al 3%, perfino sotto, dal 3,75% attuale, se necessario.

 Tentiamo di fare il punto e di rispondere alle domande con delle ipotesi precise. Le conseguenze della manovra stimolativa sono in ritardo per la crisi “impermeabile” dei settori detti. Ma questa si sta autorisolvendo e l’allentarsi della sua stretta depressiva renderà di nuovo reattiva l’economia complessiva agli stimoli stessi. Quando? Bush promette per fine anno, ma è più probabile l’inizio del 2002. Quale tipo di rimbalzo? Se i tassi scendono ancora, quando il mercato percepirà che i focolai di infezione detti sono in via di guarigione, ci potrebbe essere un riavvio iniziale che tenterà il boom per poi ripiegare – momento delicatissimo di regolazione monetaria – verso andamenti moderati, ma di crescita robusta. E le Borse? Volatili, lente a risalire, ma poi stabilmente rialziste (meglio nel 2003). Fattori trainanti? Di nuovo, come nel periodo 1996-2000, il settore tecnologico perché nonostante la crisi la “nuova economia” non ha smesso di evolvere e sta rigenerandosi.  Quali condizioni potrebbero smentire questa previsione? Due, principali: una riduzione eccessiva del surplus di bilancio americano, ora usato a piene mani dal governo per pompare gli stimoli, che potrebbe indebolire il dollaro e quindi decapitalizzare la ripresa oltre a provocare un devastante rialzo dei tassi; una crisi profonda di sfiducia del consumatore americano. Probabilità? La prima non è escludibile, ma è bassa. La seconda è del tutto improbabile. Ciò mi fa scommettere in direzione dell’ottimismo.

(c) 2001 Carlo Pelanda
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