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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2001-5-31

31/5/2001

L’unico vero problema dell’eurozona è la sinistra

L’Unione europea e l’eurozona si trovano in un momento critico. Economia al ribasso, inflazione al rialzo, confusione istituzionale apparentemente senza sbocchi, valore di cambio dell’euro al tappeto, credibilità della Bce sotto zero. Al punto che alcuni osservatori, sottovoce, cominciano a temerne una crisi di sfarinamento. In realtà il caso peggiore, al momento, si può escludere, per due motivi: dall’euro non si può tornare indietro perché il trattato istitutivo non ammette secessioni; i rapporti intraeuropei si basano sul principio  implicito che nessun disaccordo contingente tra nazioni possa comportare l’abbandono del tavolo comunitario. Ciò permette al sistema europeo una forte resistenza formale ed informale contro gli effetti disgregativi delle avversità. D’altra parte la malattia europea è talmente grave da impedire l’esclusione di guai degenerativi nel futuro. Tale preoccupazione rende utile il chiedersi a quali condizioni l’Unione Europea potrebbe rafforzarsi istituzionalmente ed economicamente. Il mio gruppo di ricerca da tempo ha costruito una matrice simulativa allo scopo di individuare cambiando cosa l’Europa potrebbe funzionare. Penso che questo sia un buon momento di riportarne alcuni risultati, anche perché da tale analisi di scenaristica condizionale è emersa un’ipotesi sorprendente: basterebbe veramente “poco” per invertire verso il bello la direzione degli andamenti europei complessivi. Semplifico.

 Le principali distorsioni economiche dell’eurozona sono causate dalla sfortunata coincidenza che, dal 1998, i suoi Paesi più importanti, che ne formano circa il 70% del Pil, sono stati governati da una politica di sinistra irriformata. Questa, per sua natura (assistenzialismo) e per vincoli di rappresentanza degli interessi (sindacati, aree di mercato protetto, burocrazie parassitarie, ecc.) non ha voluto né potuto fare crescita attraverso il metodo della liberalizzazione economica e defiscalizzazione. Il difetto di crescita interna (consumi ed investimenti) è stato compensato da un aumento delle esportazioni ottenuto attraverso – schematizzo – la svalutazione dell’euro. Da una parte, ciò ha permesso effettivamente di generare una certa crescita, nel 1999 e 2000, trainata dall’esuberante import americano. Dall’altra, ha creato un disastro. La dipendenza eccessiva dalla locomotiva statunitense ha riportato in stagnazione la Germania e, per sua via, l’eurozona intera, quando la prima ha rallentato. Il crollo del valore di cambio dell’euro ha incrementato oltre misura l’inflazione importata. Che si è aggiunta a quella interna generata dalla poca concorrenza tipica dei sistemi protetti e non liberalizzati. La Banca centrale europea si è trovata di fronte un sistema economico rigido e poco sensibile alle variazioni dei tassi monetari, con la complicazione di non poterli far scendere quanto necessario in tendenza recessiva per i problemi detti di inflazione. Il risultato è pauroso: tendenza endemica alla stagflazione, fuga continua di capitali, depressione degli investimenti. Ma basterebbe rimuovere il difetto politico di origine per invertire velocemente questo brutto andamento. La simulazione  ipotizza che anche una moderata liberalizzazione in Germania ed Italia – che fanno insieme il 50% del Pil dell’eurozona –  aumenterebbe di circa il 2% il potenziale di crescita interna dell’eurozona (dove le già flessibilizzate Spagna, Irlanda e, parzialmente, Olanda aggiungerebbero qualcosa). Anche favorita, in questa prospettiva, dal ritorno dei capitali sull’euro a favore degli investimenti e consumi interni. Basterebbe “poco”: un cambiamento politico almeno nelle elezioni tedesche del 2002 come quello avvenuto in Italia. Se poi avvenisse lo stesso in Francia nella primavera del prossimo anno, la crescita dell’eurozona, dal 2003, potrebbe prendere ritmi del 4%. E, soprattutto, essere composta principalmente da sviluppi dei consumi ed investimenti interni. Quindi sana, stabile e portatrice di occupazione. L’euro certamente migliorerebbe e si ridurrebbe almeno l’inflazione importata. Non esiste quindi una catastrofe economica europea  ineluttabile, ma “solo” un problema di cambiamento politico. Non impossibile.

 Soprattutto, il problema di rendere funzionante e credibile la Bce – priorità per far tornare la fiducia ed i capitali sull’euro - sarebbe più facilmente risolvibile se iniziasse una liberalizzazione continentale. Un ottimismo sull’euro basato, intanto, sulla svolta politica, lo stabilizzerebbe abbastanza per rilassare i tempi e modi utili per perfezionarne il disegno tecnico e far imparare ai banchieri centrali europei, pur stimabili, un mestiere difficile che ancora non dominano del tutto.

 Ma la “chicca” della simulazione qui sommarizzata è che non occorre cercare di accelerare la costruzione delle istituzioni europee se l’economia riparte. Lo scenario condizionale mostra che le tendenze economiche sono relativamente indipendenti dal livello di integrazione istituzionale dell’eurozona. Nel senso che risentirebbero negativamente solo di una destrutturazione, ma non migliorerebbero granché – nel breve e medio periodo -  in caso di passi integrativi più strutturati. C’è già abbastanza Europa per reggere un pur lento processo di integrazione futura. Non occorre fare strappi, cercando soluzioni di architettura oggi di impossibile consenso. Ritengo rilevante questa ipotesi perché rovescia le percezioni correnti e semplifica l’individuazione del problema che sta disastrando l’eurozona dove questo veramente sembra essere localizzato: mandare a casa la sinistra in Germania e in Francia come abbiamo appena fatto noi. 

(c) 2001 Carlo Pelanda
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