www.taxireland.ie. Per esempio, lo “Schema 10%” permette di limitare a questo livello minimo di tassazione i profitti derivati da alcune attività, quali: riparazione di navi ed aerei, imprese cinematografiche, molti settori manifatturieri, trattamento di prodotti ittici, attività informatiche, ecc. In particolare, godono di regime privilegiato i servizi finanziari offerti a non residenti, collocati in una zona speciale – offshore - di Dublino. Simuliamo un analogo privilegio per Cagliari e Palermo. Certamente ci sarebbero più istituti finanziari e relativi addetti di quanti ce ne sono ora. Più cantieri di riparazione navale e di aerei. Forse più film girati in zona e aziende alimentari con maggiori profitti. L’Irlanda, negli ultimi anni, ha avuto continue crescite del Pil, con picchi fino al 9%. La disoccupazione è sparita. Sicilia e Sardegna sono stagnanti con una disoccupazione endemica che supera il 20%. Appunto a quasi parità di denari assistenziali, oltre alla flessibilità interna del mercato del lavoro è mancata la seconda leva della defiscalizzazione competitiva, cioè quel differenziale di attrazione che incentiva un attore economico a sopportare costi maggiori per investire in un’isola remota. Di chi è la colpa?

 Non mi sembra sia di Bruxelles, ma dei nostri governi: non c’è traccia di negoziati con la UE per la competitività fiscale delle isole. Vediamo altri indizi. La richiesta, fatta agli inizi degli anni ’90, di avere un blandissimo  offshore a Trieste – necessario per ridarle competitività economica in una situazione di svantaggio confinario – non è stata successivamente sostenuta dall’Ulivo e ora è di fatto cassata. Poche settimane fa il governo Amato ha fatto solo finta di sottoporre alla Commissione una proposta, sollecitata dal mondo confindustriale, di permettere sconti fiscali alle aziende meridionali. Quindi è Roma a non aver premuto abbastanza per ottenere la “seconda leva” a favore dei nostri territori svantaggiati. Probabilmente perché i governi di sinistra l’hanno vista come contraria ai loro interessi, cioè quelli di mantenere il monopolio della “prima leva”, l’assistenzialismo centralista orientato dalla discrezionalità politica. Tale volontaria perdita di opportunità allo scopo di mantenere il controllo sul bottino, secondo me, è assimilabile ad un tradimento.

 Comunque è più urgente, pragmaticamente, chiedersi se siamo ancora in tempo per poter recuperare qualcosa. L’Unione Europea vuole chiudere i regimi speciali. Tuttavia non potrà annullarli del tutto. Per esempio, nel 2005 e nel 2010 l’Irlanda verrà privata di alcuni privilegi, ma non sarà possibile abbandonare il principio di compensazione delle aree periferiche e qualche vantaggio di competitività fiscale resterà. Il Lussemburgo non ha alcuna intenzione di mollare segreto bancario e detassazione dei profitti finanziari. Lo stanno pressando, ma ha ottenuto che se ne  riparli nel 2010. In certe aree depresse del Regno Unito un imprenditore può ottenere di pagare non più del 20% di tasse sui redditi di impresa, anche meno. Dubito che Londra vi rinuncerà. E che a Madeira e nelle Azzorre (Portogallo) venga cancellato lo status di paradiso fiscale. Cosa altro resterebbe a questi? Le isole Canarie (Spagna) mantengono formidabili privilegi fiscali (“Arbitrio insular”) scritti nel loro statuto di autonomia. Non credo Bruxelles voglia suscitare una rivolta. In sintesi, lo scenario più probabile indica che l’Europa dovrà mantenere per parecchio tempo una certa, pur decrescente, flessibilità sul piano dei privilegi fiscali compensativi. Inoltre gli impegni per l’allargamento ad Est comporteranno una disponibilità minore di risorse comunitarie per l’aiuto diretto alle aree sottosviluppate occidentali e meridionali, evidentemente da compensare in altro modo.  Entro questo spazio Sicilia e Sardegna potrebbero legittimamente aspirare almeno ad un regime fiscale speciale a termine, tipo lo “Schema 10%” detto sopra. Anche rinunciando al più problematico offshore finanziario, sarebbe la chiave semplice e pulita, di mercato e non assistenzialistica, per far piovere migliaia di miliardi di capitale privato che altrimenti non sarebbero incentivati ad arrivare fin lì. Se gli amici sardi e siciliani vorranno iniziare ad istruire una proposta lungo queste linee penso che molti altri italiani saranno al loro fianco.

" /> www.taxireland.ie. Per esempio, lo “Schema 10%” permette di limitare a questo livello minimo di tassazione i profitti derivati da alcune attività, quali: riparazione di navi ed aerei, imprese cinematografiche, molti settori manifatturieri, trattamento di prodotti ittici, attività informatiche, ecc. In particolare, godono di regime privilegiato i servizi finanziari offerti a non residenti, collocati in una zona speciale – offshore - di Dublino. Simuliamo un analogo privilegio per Cagliari e Palermo. Certamente ci sarebbero più istituti finanziari e relativi addetti di quanti ce ne sono ora. Più cantieri di riparazione navale e di aerei. Forse più film girati in zona e aziende alimentari con maggiori profitti. L’Irlanda, negli ultimi anni, ha avuto continue crescite del Pil, con picchi fino al 9%. La disoccupazione è sparita. Sicilia e Sardegna sono stagnanti con una disoccupazione endemica che supera il 20%. Appunto a quasi parità di denari assistenziali, oltre alla flessibilità interna del mercato del lavoro è mancata la seconda leva della defiscalizzazione competitiva, cioè quel differenziale di attrazione che incentiva un attore economico a sopportare costi maggiori per investire in un’isola remota. Di chi è la colpa?

 Non mi sembra sia di Bruxelles, ma dei nostri governi: non c’è traccia di negoziati con la UE per la competitività fiscale delle isole. Vediamo altri indizi. La richiesta, fatta agli inizi degli anni ’90, di avere un blandissimo  offshore a Trieste – necessario per ridarle competitività economica in una situazione di svantaggio confinario – non è stata successivamente sostenuta dall’Ulivo e ora è di fatto cassata. Poche settimane fa il governo Amato ha fatto solo finta di sottoporre alla Commissione una proposta, sollecitata dal mondo confindustriale, di permettere sconti fiscali alle aziende meridionali. Quindi è Roma a non aver premuto abbastanza per ottenere la “seconda leva” a favore dei nostri territori svantaggiati. Probabilmente perché i governi di sinistra l’hanno vista come contraria ai loro interessi, cioè quelli di mantenere il monopolio della “prima leva”, l’assistenzialismo centralista orientato dalla discrezionalità politica. Tale volontaria perdita di opportunità allo scopo di mantenere il controllo sul bottino, secondo me, è assimilabile ad un tradimento.

 Comunque è più urgente, pragmaticamente, chiedersi se siamo ancora in tempo per poter recuperare qualcosa. L’Unione Europea vuole chiudere i regimi speciali. Tuttavia non potrà annullarli del tutto. Per esempio, nel 2005 e nel 2010 l’Irlanda verrà privata di alcuni privilegi, ma non sarà possibile abbandonare il principio di compensazione delle aree periferiche e qualche vantaggio di competitività fiscale resterà. Il Lussemburgo non ha alcuna intenzione di mollare segreto bancario e detassazione dei profitti finanziari. Lo stanno pressando, ma ha ottenuto che se ne  riparli nel 2010. In certe aree depresse del Regno Unito un imprenditore può ottenere di pagare non più del 20% di tasse sui redditi di impresa, anche meno. Dubito che Londra vi rinuncerà. E che a Madeira e nelle Azzorre (Portogallo) venga cancellato lo status di paradiso fiscale. Cosa altro resterebbe a questi? Le isole Canarie (Spagna) mantengono formidabili privilegi fiscali (“Arbitrio insular”) scritti nel loro statuto di autonomia. Non credo Bruxelles voglia suscitare una rivolta. In sintesi, lo scenario più probabile indica che l’Europa dovrà mantenere per parecchio tempo una certa, pur decrescente, flessibilità sul piano dei privilegi fiscali compensativi. Inoltre gli impegni per l’allargamento ad Est comporteranno una disponibilità minore di risorse comunitarie per l’aiuto diretto alle aree sottosviluppate occidentali e meridionali, evidentemente da compensare in altro modo.  Entro questo spazio Sicilia e Sardegna potrebbero legittimamente aspirare almeno ad un regime fiscale speciale a termine, tipo lo “Schema 10%” detto sopra. Anche rinunciando al più problematico offshore finanziario, sarebbe la chiave semplice e pulita, di mercato e non assistenzialistica, per far piovere migliaia di miliardi di capitale privato che altrimenti non sarebbero incentivati ad arrivare fin lì. Se gli amici sardi e siciliani vorranno iniziare ad istruire una proposta lungo queste linee penso che molti altri italiani saranno al loro fianco.

"/> www.taxireland.ie. Per esempio, lo “Schema 10%” permette di limitare a questo livello minimo di tassazione i profitti derivati da alcune attività, quali: riparazione di navi ed aerei, imprese cinematografiche, molti settori manifatturieri, trattamento di prodotti ittici, attività informatiche, ecc. In particolare, godono di regime privilegiato i servizi finanziari offerti a non residenti, collocati in una zona speciale – offshore - di Dublino. Simuliamo un analogo privilegio per Cagliari e Palermo. Certamente ci sarebbero più istituti finanziari e relativi addetti di quanti ce ne sono ora. Più cantieri di riparazione navale e di aerei. Forse più film girati in zona e aziende alimentari con maggiori profitti. L’Irlanda, negli ultimi anni, ha avuto continue crescite del Pil, con picchi fino al 9%. La disoccupazione è sparita. Sicilia e Sardegna sono stagnanti con una disoccupazione endemica che supera il 20%. Appunto a quasi parità di denari assistenziali, oltre alla flessibilità interna del mercato del lavoro è mancata la seconda leva della defiscalizzazione competitiva, cioè quel differenziale di attrazione che incentiva un attore economico a sopportare costi maggiori per investire in un’isola remota. Di chi è la colpa?

 Non mi sembra sia di Bruxelles, ma dei nostri governi: non c’è traccia di negoziati con la UE per la competitività fiscale delle isole. Vediamo altri indizi. La richiesta, fatta agli inizi degli anni ’90, di avere un blandissimo  offshore a Trieste – necessario per ridarle competitività economica in una situazione di svantaggio confinario – non è stata successivamente sostenuta dall’Ulivo e ora è di fatto cassata. Poche settimane fa il governo Amato ha fatto solo finta di sottoporre alla Commissione una proposta, sollecitata dal mondo confindustriale, di permettere sconti fiscali alle aziende meridionali. Quindi è Roma a non aver premuto abbastanza per ottenere la “seconda leva” a favore dei nostri territori svantaggiati. Probabilmente perché i governi di sinistra l’hanno vista come contraria ai loro interessi, cioè quelli di mantenere il monopolio della “prima leva”, l’assistenzialismo centralista orientato dalla discrezionalità politica. Tale volontaria perdita di opportunità allo scopo di mantenere il controllo sul bottino, secondo me, è assimilabile ad un tradimento.

 Comunque è più urgente, pragmaticamente, chiedersi se siamo ancora in tempo per poter recuperare qualcosa. L’Unione Europea vuole chiudere i regimi speciali. Tuttavia non potrà annullarli del tutto. Per esempio, nel 2005 e nel 2010 l’Irlanda verrà privata di alcuni privilegi, ma non sarà possibile abbandonare il principio di compensazione delle aree periferiche e qualche vantaggio di competitività fiscale resterà. Il Lussemburgo non ha alcuna intenzione di mollare segreto bancario e detassazione dei profitti finanziari. Lo stanno pressando, ma ha ottenuto che se ne  riparli nel 2010. In certe aree depresse del Regno Unito un imprenditore può ottenere di pagare non più del 20% di tasse sui redditi di impresa, anche meno. Dubito che Londra vi rinuncerà. E che a Madeira e nelle Azzorre (Portogallo) venga cancellato lo status di paradiso fiscale. Cosa altro resterebbe a questi? Le isole Canarie (Spagna) mantengono formidabili privilegi fiscali (“Arbitrio insular”) scritti nel loro statuto di autonomia. Non credo Bruxelles voglia suscitare una rivolta. In sintesi, lo scenario più probabile indica che l’Europa dovrà mantenere per parecchio tempo una certa, pur decrescente, flessibilità sul piano dei privilegi fiscali compensativi. Inoltre gli impegni per l’allargamento ad Est comporteranno una disponibilità minore di risorse comunitarie per l’aiuto diretto alle aree sottosviluppate occidentali e meridionali, evidentemente da compensare in altro modo.  Entro questo spazio Sicilia e Sardegna potrebbero legittimamente aspirare almeno ad un regime fiscale speciale a termine, tipo lo “Schema 10%” detto sopra. Anche rinunciando al più problematico offshore finanziario, sarebbe la chiave semplice e pulita, di mercato e non assistenzialistica, per far piovere migliaia di miliardi di capitale privato che altrimenti non sarebbero incentivati ad arrivare fin lì. Se gli amici sardi e siciliani vorranno iniziare ad istruire una proposta lungo queste linee penso che molti altri italiani saranno al loro fianco.

" />



 ENGLISH VERSION


 VITA
  Biografia    Gallery     Interviste    Premi     CPTV

 PUBBLICAZIONI

  Libri    Saggi    Ricerche
  Articoli dal 1998

 LETTERE

  Scrivi a CP
  Leggi le lettere    Archivio

 CERCA


Carlo A. Pelanda
menu
fb Tw g+ print

il Giornale

2001-3-6

6/3/2001

Economia isolata

 Apriamo un altro capitolo sulle opportunità per la riforma competitiva del Mezzogiorno: le isole. L’Unione Europea si basa sul principio di minimizzare progressivamente quelle differenze fiscali tra territori che costituiscono una concorrenza sleale entro il mercato unico. Ma anche su quello di compensare le aree penalizzate per essere geograficamente periferiche in relazione al centro europeo.  Perché l’Irlanda può godere sia di aiuti comunitari diretti sia di privilegi fiscali mentre a Sardegna e Sicilia – egualmente remote e provenienti da un grave sottosviluppo - i secondi sono negati? Se le nostre isole maggiori avessero le stesse opportunità dell’Irlanda certamente aumenterebbero le loro potenzialità residenti di sviluppo. E si ridurrebbe il fabbisogno assistenziale in questi due sud, con soddisfazione di tutti, sardi e siciliani per primi. Cerchiamo di capire perché i governi dell’Ulivo non hanno mai tentato di negoziare seriamente con Bruxelles questo cruciale vantaggio per le nostre aree insulari e per l’Italia intera. E se abbiamo uno spazio futuro per poterlo fare.

L’Irlanda, da quando è entrata nell’Unione, ha potuto godere di due leve esterne di sviluppo: soldi da Bruxelles e permesso (a termine) di attrarre capitali di investimento ed attività finanziarie  grazie a vantaggi fiscali speciali. Vediamone qualche dettaglio, che potete approfondire su www.taxireland.ie. Per esempio, lo “Schema 10%” permette di limitare a questo livello minimo di tassazione i profitti derivati da alcune attività, quali: riparazione di navi ed aerei, imprese cinematografiche, molti settori manifatturieri, trattamento di prodotti ittici, attività informatiche, ecc. In particolare, godono di regime privilegiato i servizi finanziari offerti a non residenti, collocati in una zona speciale – offshore - di Dublino. Simuliamo un analogo privilegio per Cagliari e Palermo. Certamente ci sarebbero più istituti finanziari e relativi addetti di quanti ce ne sono ora. Più cantieri di riparazione navale e di aerei. Forse più film girati in zona e aziende alimentari con maggiori profitti. L’Irlanda, negli ultimi anni, ha avuto continue crescite del Pil, con picchi fino al 9%. La disoccupazione è sparita. Sicilia e Sardegna sono stagnanti con una disoccupazione endemica che supera il 20%. Appunto a quasi parità di denari assistenziali, oltre alla flessibilità interna del mercato del lavoro è mancata la seconda leva della defiscalizzazione competitiva, cioè quel differenziale di attrazione che incentiva un attore economico a sopportare costi maggiori per investire in un’isola remota. Di chi è la colpa?

 Non mi sembra sia di Bruxelles, ma dei nostri governi: non c’è traccia di negoziati con la UE per la competitività fiscale delle isole. Vediamo altri indizi. La richiesta, fatta agli inizi degli anni ’90, di avere un blandissimo  offshore a Trieste – necessario per ridarle competitività economica in una situazione di svantaggio confinario – non è stata successivamente sostenuta dall’Ulivo e ora è di fatto cassata. Poche settimane fa il governo Amato ha fatto solo finta di sottoporre alla Commissione una proposta, sollecitata dal mondo confindustriale, di permettere sconti fiscali alle aziende meridionali. Quindi è Roma a non aver premuto abbastanza per ottenere la “seconda leva” a favore dei nostri territori svantaggiati. Probabilmente perché i governi di sinistra l’hanno vista come contraria ai loro interessi, cioè quelli di mantenere il monopolio della “prima leva”, l’assistenzialismo centralista orientato dalla discrezionalità politica. Tale volontaria perdita di opportunità allo scopo di mantenere il controllo sul bottino, secondo me, è assimilabile ad un tradimento.

 Comunque è più urgente, pragmaticamente, chiedersi se siamo ancora in tempo per poter recuperare qualcosa. L’Unione Europea vuole chiudere i regimi speciali. Tuttavia non potrà annullarli del tutto. Per esempio, nel 2005 e nel 2010 l’Irlanda verrà privata di alcuni privilegi, ma non sarà possibile abbandonare il principio di compensazione delle aree periferiche e qualche vantaggio di competitività fiscale resterà. Il Lussemburgo non ha alcuna intenzione di mollare segreto bancario e detassazione dei profitti finanziari. Lo stanno pressando, ma ha ottenuto che se ne  riparli nel 2010. In certe aree depresse del Regno Unito un imprenditore può ottenere di pagare non più del 20% di tasse sui redditi di impresa, anche meno. Dubito che Londra vi rinuncerà. E che a Madeira e nelle Azzorre (Portogallo) venga cancellato lo status di paradiso fiscale. Cosa altro resterebbe a questi? Le isole Canarie (Spagna) mantengono formidabili privilegi fiscali (“Arbitrio insular”) scritti nel loro statuto di autonomia. Non credo Bruxelles voglia suscitare una rivolta. In sintesi, lo scenario più probabile indica che l’Europa dovrà mantenere per parecchio tempo una certa, pur decrescente, flessibilità sul piano dei privilegi fiscali compensativi. Inoltre gli impegni per l’allargamento ad Est comporteranno una disponibilità minore di risorse comunitarie per l’aiuto diretto alle aree sottosviluppate occidentali e meridionali, evidentemente da compensare in altro modo.  Entro questo spazio Sicilia e Sardegna potrebbero legittimamente aspirare almeno ad un regime fiscale speciale a termine, tipo lo “Schema 10%” detto sopra. Anche rinunciando al più problematico offshore finanziario, sarebbe la chiave semplice e pulita, di mercato e non assistenzialistica, per far piovere migliaia di miliardi di capitale privato che altrimenti non sarebbero incentivati ad arrivare fin lì. Se gli amici sardi e siciliani vorranno iniziare ad istruire una proposta lungo queste linee penso che molti altri italiani saranno al loro fianco.

(c) 2001 Carlo Pelanda
FB TW G+

(c) 1999 Carlo Pelanda
Contacts: public@carlopelanda.com
website by: Filippo Brunelli