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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2002-10-22

22/10/2002

L’europatto è stupido, ma adesso evitiamo stupidaggini peggiori

Quando ho letto nei giorni scorsi che Prodi finalmente ammetteva che il Patto di stabilità europeo fosse “stupido”, vi confesso, non ho avuto quella gioia che mi sarei aspettato. Immaginavo dal 1997, e lo scrissi periodicamente su queste pagine da allora, che il nodo sarebbe venuto al pettine, con le stesse parole: stupidità per eccesso di rigidità. Sono soddisfatto perché la metodologia di ricerca e scenaristica economica che tipicamente adotto si è dimostrata migliore di tutte le stranezze scritte in difesa e celebrazione del Patto da pomposi colleghi italiani ed europei. Chiedo personalmente riparazione a coloro che mi hanno definito sprezzantemente euroscettico solo perché sostenevo, argomentando, che la cosa non avrebbe potuto funzionare in quel modo. Ma non sono per niente contento. Temo che la scoperta tardiva della stupidità del Patto porti a soluzioni ancora più stupide, per esempio quella di non rispettarlo e lasciarlo indeterminato, come sta avvenendo, senza produrre una piattaforma di stabilità più solida. Sarebbe una catastrofe monetaria e dobbiamo evitarla a tutti i costi. Dall’euro non si può tornare indietro e, maldisegnato che sia, dovremo farlo andare avanti comunque. Non c’è alternativa.   

  La stupidità, nel Patto, non stava e non sta nel suo volere il pareggio dei bilanci degli Stati, finalità salutare e sacrosanta, ma nell’averlo preteso e pretenderlo senza fare in ogni nazione, prima, una riforma di efficienza economica. Semplifico, è ovvio che se ho un’economia interna con poca crescita e con costi assistenziali crescenti sarò condannato ad un deficit crescente endemico. Quindi è altrettanto ovvio che devo ribilanciare i modelli nazionali per aumentare la crescita economica e mantenere sotto controllo i conti statali sia grazie a questo (incremento del denominatore, Pil) sia riducendo la spesa pubblica (decremento del numeratore). Fino a che Francia, Germania ed Italia, che hanno modelli sbagliati, non faranno tale riforma non ci sarà modo di pareggiare i conti. Lo scrissi nel 1997 e ora è più chiaramente provabile. Perché non lo fanno? Cambiare modello significa ridurre le tasse, togliere protezioni sindacali eccessive, eliminare l’assistenzialismo o, meglio, riportarlo a funzione esclusiva di sostegno solo per i veri bisognosi. L’Italia sta tentando, ma avete visto con quali resistenze di isterismo conservatore. La Germania che resta con un governo di sinistra manco ci penserà. La Francia, pur con un governo minimamente liberalizzante, risente troppo della sua peculiare tradizione statalista. Le ultime due fanno circa la metà del Pil dell’eurozona, ma pesano politicamente molto di più, e hanno deciso che è più comodo mandare a quel paese il Patto piuttosto che tentare di rendere i loro Paesi virtuosi e compatibili con la disciplina di bilancio. La seconda sta sforando del 3,5% circa, la terza poco meno. Brava l’Italia che resta sotto o attorno al 2% perché ha iniziato le riforme nonostante il ciclo economico sfavorevole e un forte dissenso politico.  Finirà, allora, così? Se uno vuole il Patto lo rispetta, se non gli conviene, allora può farne a meno? Sarebbe la via più veloce per distruggere l’euro.

Cosa fare? L’euromoneta ha una sua stabilità di fatto perché rappresenta la seconda più forte area economica del pianeta. Quindi può reggere una certa violazione del Patto per un po’ di tempo senza che vi sia un collasso. Ma questa flessibilità potenziale non va usata semplicemente per riempire i deficit senza cambiare niente. Va, invece, utilizzata, per finanziare le riduzioni delle tasse: posso per tre anni andare in deficit, ma solo perché aspetto che la riduzione fiscale poi mi riporti in alto il gettito fino ad un pareggio che potrò mantenere grazie ad un sistema meglio organizzato per far crescere il Pil. Primo punto: il permesso di andare in deficit andrebbe condizionato a riforme strutturali. Una tale Europa sarebbe una cosa finalmente seria: il vincolo di disciplina contabile forzerebbe dall’esterno le nazioni inefficienti a liberalizzarsi. Qualcuno dice che così i sindacati invaderebbero Bruxelles e salterebbe l’Europa vista come maligno attore imperiale. Non è escludibile, questo – il rischio di rinazionalizzazione conflittuale -  era proprio il motivo per essere prudenti prima, ma a costoro va detto che o si fa così o salta la moneta unica. Caso mai se la prendano con i dilettanti francesi e tedeschi che hanno forzato le agende di europeizzazione dal 1996 in poi.

In conclusione, il Patto va rispettato fino a che non sarà sostituibile, a questo punto da fare il prima possibile, con una Confederazione europea dotata di un bilancio federale unico. Lo si potrà violare brevemente, ma solo come aiuto alle politiche di defiscalizzazione. O si va verso questo scenario o se no sarebbe più onesto dire agli elettori che per difendere i loro risparmi sarebbe meglio che li convertissero in dollari. Ma prima di evocare questa liquidazione dell’idea europea spero sinceramente che la Bce, pur non rispettandone granché la gestione corrente, intervenga duramente contro la politica dei dilettanti e dia una riordinata, soprattutto, a Francia e Germania. Vi fa ridere che uno considerato euroscettico invochi un rigore europeo mentre gli euroentusiasti di ieri stanno sbracando? Lasciamo stare le piccole vendette. Per rimettere a posto le cose ci vorrà un nuovo e più forte senso di euroresponsabilità, in tutti. Se così, ce la faremo.

(c) 2002 Carlo Pelanda
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