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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2001-1-2

2/1/2001

La nuova sfida del patriottismo competitivo

 Carlo Azeglio Ciampi ha invitato gli italiani a riscoprire l’Italia e ad amarla. E a renderla piu’ competitiva. Questo appello va preso come una svolta simbolica di grande importanza: dal pensiero debole di una sinistra che ci propone un’Italia passiva a quello forte che vuole portare la comunita’ nazionale verso obiettivi di eccellenza mondiale. Ma il ritorno del riferimento alla nazione, dopo decenni di assenza nel nostro Paese, non deve essere visto come una riesumazione del nazionalismo romantico, etnico. Il nuovo patriottismo va inserito entro un concetto razionale del ruolo delle nazioni nella comunita’ globale. Vediamolo. 

 Da anni la comunita’ politica e di ricerca si chiede quale sia la miglior architettura politica per ordinare il mercato globale. Inizialmente (primi anni ’90), l’idea era quella di togliere il piu’ possibile sovranita’, soprattutto economica, alle nazioni per trasferirla ad organi sovranazionali. Lo scopo era quello di creare un unico standard planetario che assicurasse il fluire del libero mercato e dei principi politici e culturali della modernita’ globalizzante in ogni singola nazione. Ma i fatti stanno mostrando che tale teoria della denazionalizzazione (progresso via cessioni di sovranita’)  sta portando piu’ problemi che benefici. E si sta affacciando la nuova idea, oggetto primario di dibattito tecnico e politico proprio in questi mesi, che sia meglio puntare ad un governo distribuito del pianeta piuttosto che perseguire quella di un comando sovranazionale centralizzato. Cosi’ le nazioni tornano alla ribalta nella loro qualita’ di organi di manutenzione locale del mercato globale. Ciascuna di esse dovra’ darsi la seguente missione: trovare un proprio modo specifico per adattare lo standard globale alle situazioni storiche e sociali esistenti nel  territorio. Cio’ significa che ogni Stato nazionale e’ chiamato a produrre una cultura del “patriottismo  - o sovranita’ - responsabile”: ordine ed efficienza interni che permettano il libero fluire dello standard globale, ma entro un modello politico sovrano tale da evitare che tale criterio esterno produca squilibri economici e sociali interni. In tal senso, estroverso e non introverso, va visto il nuovo concetto di ”nazionalismo positivo”. E la comunita’ italiana dovra’ formularne una propria variante. Siamo in ritardo, appunto, perche’ sviati dall’idea debole di “Italia normale” – introversa e passiva - formulata da una sinistra incapace di leggere l’evoluzione in atto nel mondo.

 In questa architettura planetaria ogni nazione e’ anche chiamata ad una nuova sfida. L’esistenza di un mercato globale mette in concorrenza ogni singolo territorio del pianeta con tutti gli altri. Nel prossimo futuro si aprira’ un dibattito internazionale acceso – gia’ iniziato – sul quanto uno Stato potra’ ricorrere a protezionismi nazionali per ridurre gli impatti sociali dovuti ad eventuali crisi competitive. Probabilmente restera’ una certa flessibilita’, anche in base alla riscoperta della sovranita’ responsabile detta sopra. Ma questa non potra’ arrivare al punto di interrompere o ridurre sostanzialmente la concorrenza planetaria in quanto cio’ significherebbe la morte del mercato globale e della sua capacita’ di produrre ricchezza. La comunita’ internazionale sanzionerebbe il Paese che reagisse all’incapacita’ di competere con chiusure protezionistiche dei flussie economici esterni. Quindi ogni nazione sara’ costretta  a riformare continuamente i propri territorio e modello politico allo scopo di renderli e mantenerli concorrenziali sul piano dell’attrazione del capitale di investimento e della capacita’ di creare ricchezza. Cio’ significa darsi standard di eccellenza mondiale non soltanto nel settore economico, ma anche sul piano della qualita’ generale che ne sta alla base: dall’educazione alle infrastrutture. E nel mondo della nuova concorrenza territoriale sara’, inoltre, necessario puntare a veri e propri primati che rafforzino il marchio nazionale  per renderlo piu’ brillante di altri. In breve, pare ovvio che saranno favorite le nazioni capaci di darsi un “patriottismo competitivo”, un motore culturale che spinge la comunita’ verso l’eccellenza, a gareggiare.

 Non dobbiamo nasconderci che l’Italia e’ in ritardo nella formulazione di una cultura politica sia della “sovranita’ responsabile” sia del “patriottismo competitivo”. Pesa, in particolare, l’errore di aver lasciato il dominio culturale a chi faceva coincidere “fascismo” e “nazione”: i comunisti favorevoli ad una denazionalizzazione prosovietica. Inoltre, da noi si e’affermata un’idea debole di nazione anche per l’instaurarsi di una variante del solidarismo che propugna la fratellanza internazionale senza mai aver riflettuto a fondo su quali ne siano i pilastri realistici. Un altro errore e’ stato quello di pensare all’Europa come un luogo di scioglimento della nazione italiana. L’Unione Europea e’ esattamente il contrario: un’alleanza tra nazioni che esalta, di fatto, la concorrenza geoeconomica tra loro. Ciampi va ringraziato perche’ il suo appello a riscoprire una missione forte per l’Italia ha cancellato, sul piano simbolico, almeno cinque decenni di cultura denazionalizzante. Ora tocca a noi andare avanti, in concreto: passare da un’idea debole di Italia normale a quella forte di Italia protagonista.

(c) 2001 Carlo Pelanda
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