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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2002-6-25

25/6/2002

Il nordest chiede libertà e simpatia
(Il nordest chiede libertà e simpatia)

Signor Direttore, dei veneti sono venuti a casa mia, a Verona, talmente esasperati da mettermi in una situazione imbarazzante: “è l’unico da queste parti a cui possiamo rivolgerci sia per sostenere le nostre sacrosante ragioni sia per trasformarle da problema locale a questione nazionale”. Ovviamente non ho un tale potere, ma evidentemente questi hanno sentito il bisogno di far transitare un messaggio via il Giornale affinché il centrodestra ed il governo lo ascolti con più attenzione. Pertanto lo passo alla Sua valutazione, prima secco come mi è stato dato, poi con i miei commenti. Per inciso, il gruppo era  formato da imprenditori, forse non notissimi, ma di fatto rappresentativi del cuore pulsante dell’imprenditoria del nordest, pordenonesi ed udinesi associati. Non mi hanno dato il permesso di fare i nomi e ciò mi ha irritato perché ritengo questa mania dei veneti-friulani di non voler apparire – cosa che non tocca un triestino americanizzato come me -  uno dei motivi principali per cui gli altri italiani sanno poco o nulla del nordest e quel poco spesso antipatizzante (invece il loro “liberismo naturale”, cuore e portafoglio, è di rara simpatia).

 I punti del messaggio, pari pari. “ Faremo fracassi – non ho ben capito se non votando più il centrodestra e Lega o portando via le imprese dal territorio, temo ambedue le cose – “SE”: (a) entro il 2002, e prima con qualche formula d’emergenza, non si trova una soluzione per la strozzatura del traffico nella sempre intasata bretella di Mestre che blocca tutto il nordest e su cui passa tutto il traffico padano ovest-est (corridoio europeo No. 5); (b) si nega a quei consorzi di cittadini che sono disposti a pagarsi di tasca loro nuove strade locali, che mancano, il diritto di farlo, come appena successo ad un gruppo di conciari; (c)  il governo e le regioni interessate non fanno un piano infrastrutturale complessivo per tutta l’area allo scopo di ridurre i costi logistici delle imprese”. C’erano altri punti – rafforzamento del porto di Trieste a servizio di tutto il Friuli, il problema della deindustrializzazione di Pordenone, la crisi dei terzisti artigiani veneti, la necessità di avere più lavoratori immigrati e di una flessibilità urbanistica per dare loro case, ecc -  ma li salto. Perché, in sostanza, il punto principale è il seguente:  questa gente non chiede soldi al governo per tutti i problemi citati ed altri, ma solo la libertà di usare i propri per fare ciò che serve. Lo ripeto: non chiedono soldi, ma “solo” libertà, pur sapendo che qualcuno dovrà armonizzarla attraverso un piano integrato sovrastante.

 Per completezza devo aggiungere che i bresciani stanno da tempo lottando per ottenere tale libertà a proprie spese per tirare una nuova autostrada verso Milano e così saltare il tappo di Bergamo (lei, Direttore, ne sa qualcosa). In sintesi, c’è un pezzo d’Italia pronto ad assumere la configurazione di “Libera comunità”. Non in senso antagonista allo Stato né tanto meno come richiesta di federalismo spinto (“xe solo burocrazia e careghe in più”, è sbottato un pratico padovano), ma semplicemente con lo scopo di fare senza intoppi politichesi le cose che servono per il territorio. Mi colpisce che tale richiesta di libertà debba passare per vie indirette, in aree per lo più governate localmente dal centrodestra o dalla Lega, collegata ad una minaccia proprio ad un governo liberalizzante, fatta da liberisti. Senza voler esagerare il significato del messaggio ricevuto, anche se mi è stato straripetuto con sopracciglio dissuasivo che rappresenta un sentire comune molto diffuso, c’è qualcosa che in effetti non va. Per questa parte il mio compito di postino finisce qui, raccomandando di mio solo due cose. Ai politici locali del centrodestra e leghisti nordestini di darsi una mossa perché è evidente la sensazione, almeno nelle èlite intermedie produttive,  di essere poco e male rappresentati (non basta dire che la sinistra sarebbe peggio, pur vero, perché la gente comunque, se frustrata, protesta in quella direzione). Al governo di non dimenticarsi del nordest. E’ vero che è zona tanto ricca da potersi permettere “Libere comunità di progetto autofinanziate”, ma è altrettanto vero che se tale ricchezza non riuscirà a rinnovarsi con veicoli di veloce modernizzazione competitiva poi sparirà tanto rapidamente quanto è cresciuta (fino al 1960 erano zone poverissime). 

Mi resta solo una nota per i lettori che vivono in altre zone. Non irritatevi per questa enfasi sui nordestini. L’Italia è fatta di differenze culturali e geoeconomiche così marcate da non renderla comparabile con nessun altro Paese europeo. Ma la nostra peculiarità nazionale è che ciascuna di tali differenze rappresenta una “zona forte”. Quando il Sud riuscirà a darsi un modello meno assistenziale sarà un boom per i meridionali e per il resto del Paese (grazie in anticipo). Quando l’Ovest si riprenderà dalla crisi di deindustrializzazione userà l’antica competenza industriale, ricombinata, per futurizzazioni sorprendenti. E così tutti gli altri, ciascuno in un suo ciclo locale da gestirsi nel rispetto dei potenziali altrettanto locali, disegnati da una storia millenaria. Ora tocca al nordest suscitare un po’ più d’attenzione e simpatia perché è in un momento, credetemi, particolarmente critico. Sareste con me se chiedessi alla nazione unita di fare il tifo così: “uno per tutti, tutti per uno”? 

(c) 2002 Carlo Pelanda
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