C’è un ampio consenso sul fatto che l’Italia sia in crisi di modernità e che debba essere futurizzata. Ma resta ancora non ben determinata la strategia per farlo. Con la complicazione che a sinistra questa viene banalizzata come "qualche soldo pubblico in più per scuola ed innovazione tecnologica". Attenzione: il salto nel futuro che dobbiamo fare è ben più impegnativo. Cerco di precisare un’ipotesi che spero accenda dibattito.

Permettemi di semplificarla con un’allegoria fisiologica. Servono: (a) due respiri profondi; (b) tre passi di rincorsa; (c) una forte proiezione del corpo in alto.

(A) Più ossigeno per ritemprare complessivamente il corpo economico del paese ed orientarlo alla crescita. Lo si inala, primo respirone, con una riforma fiscale forte. Il progetto Berlusconi-Tremonti, in merito, è perfetto e fattibile. Il secondo implica un chiarimento essenziale: la politica, attraverso le istituzioni pubbliche, non può – e quindi è assurdo che pretenda di – creare ricchezza e modernizzazione in forme "dirette". Il suo ruolo per fare da leva alla missione futurizzante è quella di predisporre le condizioni "indirette" che orientino la società ed il mercato verso una continua capacità di produrre qualità crescente. Deve fare i binari e non essere il treno, per capirsi.

(B) Rincorsa. Il primo passo deve costruire i luoghi più adatti alla modernizzazione. E questi sono le autonomie locali. Bisogna (ri)dare vitalità ai singoli pezzi della varietà storica e geoconomica del Paese, una grande risorsa non ancora sfruttata. Altri hanno il petrolio, noi la storia. Che ha creato un sistema unico al mondo. Ogni nostro territorio ha dei veri e propri "talenti geosociali" specifici e diversificati dal resto. Per i potenziali di crescita questi sono una manna divina. Mai gustati, tuttavia, perchè li abbiamo stupidamente pressati con un modello nazionale troppo omogeneizzante. Causa principale per cui l’Italia è in crisi di competitività endemica. In particolare, i diversi sud del Meridione sono ancora sottosviluppati proprio perché il centralismo li ha imprigionati in una trappola perfida: ha dato uno in termini assistenzialistici, ma ha tolto dieci a causa del soffocamento centralista. Se si toglie questo (reale autogoverno fiscale e regolamentare) vedrete che il Sud andrà a mille. Ovviamente serviranno delle ricapitalizzazioni di transizione con un sostegno pubblico di notevole entità. Ma ritengo che la comunità nazionale intera sarebbe ben disposta comprimere, un po’, per due o tre anni altre priorità per risolvere definitivamente la storica ed incrostata "questione meridionale". Si può fare benissimo e finora la cosa è fallita solo per la sorprendente incompetenza del sistema politico italiano in materia. In generale, la già buona base di riforma federalista elaborata dal centrodestra deve essere specificata ulteriormente sia come piano per rendere le autonomie locali motori propulsori della rifoma competitiva sia come fase di transizione per rendere possibile alle regioni e comuni più deboli di esercitare l’autogoverno.

Il secondo passo riguarda la costruzione di un mercato dei capitali più efficiente. Per esempio, è assurdo che in Italia non abbiamo un sistema borsistico e finanziario adatto sia a quotare sia a capitalizzare in forma moderna le piccole imprese avendone già centinaia di migliaia ed una popolazione culturalmente predisposta a farne tante di più. Il capitale è il sangue. Va ben ossigenato (e abbiamo visto sopra come), ma deve trovare arterie e vene per irrorare i muscoli (aziende ed imprenditori). Serve, soprattutto, una sorta di Nasdaq italiano specializzato nella quotazione – cioè nel processo che fornisce ad una buona idea il capitale per realizzarla in cambio di una credibile promessa di profitto futuro – di una nuova generazione di aziende ad alta tecnologia e l’ingrandimento di quelle esistenti. Il sistema attuale è nano in confronto a quello che servirebbe. Basterebbe cambiare le regole regole nella direzione detta e l’Italia sarebbe vascolarizzata in poco tempo.

Il terzo passo deve portare alla formazione di un insieme di università private, principalmente politecnici e sperabilmente uno per ogni (macro)regione, che possano operare sia in modo più snello del sistema pubblico per la ricerca avanzata sia operare in fusione con le imprese. E’ ovvio, ma non c’è. Per questo manca la propulsione accelerante della rincorsa verso il salto competitivo.

(C) Salto. Credetemi, non è difficile disegnare bene queste riforme sul piano tecnico. Ma la loro applicazione concreta potrebbe trovare un ostacolo prepolitico: il pessimismo particolarista che esalta la conservazione di piccoli interessi ed oscura la visione, facilmente dimostrabile, che il rimuoverli darebbe più vantaggi a ciascuno. Siamo strani. Da una parte, formiamo una società densa di individui ottimisti, attivi, spesso geniali. Dall’altra, come comunità nazionale non riusciamo a ben organizzare i nostri interessi. Grandi individui, piccola nazione. Ma, per saltare in alto, dobbiamo fare grandissima la seconda, creare una potente pedana morale: in forma di comunità nazionale che ritrova il desiderio di cooperare e competere per l’eccellenza mondiale. Un nuovo patriottismo futurizzante.

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Permettemi di semplificarla con un’allegoria fisiologica. Servono: (a) due respiri profondi; (b) tre passi di rincorsa; (c) una forte proiezione del corpo in alto.

(A) Più ossigeno per ritemprare complessivamente il corpo economico del paese ed orientarlo alla crescita. Lo si inala, primo respirone, con una riforma fiscale forte. Il progetto Berlusconi-Tremonti, in merito, è perfetto e fattibile. Il secondo implica un chiarimento essenziale: la politica, attraverso le istituzioni pubbliche, non può – e quindi è assurdo che pretenda di – creare ricchezza e modernizzazione in forme "dirette". Il suo ruolo per fare da leva alla missione futurizzante è quella di predisporre le condizioni "indirette" che orientino la società ed il mercato verso una continua capacità di produrre qualità crescente. Deve fare i binari e non essere il treno, per capirsi.

(B) Rincorsa. Il primo passo deve costruire i luoghi più adatti alla modernizzazione. E questi sono le autonomie locali. Bisogna (ri)dare vitalità ai singoli pezzi della varietà storica e geoconomica del Paese, una grande risorsa non ancora sfruttata. Altri hanno il petrolio, noi la storia. Che ha creato un sistema unico al mondo. Ogni nostro territorio ha dei veri e propri "talenti geosociali" specifici e diversificati dal resto. Per i potenziali di crescita questi sono una manna divina. Mai gustati, tuttavia, perchè li abbiamo stupidamente pressati con un modello nazionale troppo omogeneizzante. Causa principale per cui l’Italia è in crisi di competitività endemica. In particolare, i diversi sud del Meridione sono ancora sottosviluppati proprio perché il centralismo li ha imprigionati in una trappola perfida: ha dato uno in termini assistenzialistici, ma ha tolto dieci a causa del soffocamento centralista. Se si toglie questo (reale autogoverno fiscale e regolamentare) vedrete che il Sud andrà a mille. Ovviamente serviranno delle ricapitalizzazioni di transizione con un sostegno pubblico di notevole entità. Ma ritengo che la comunità nazionale intera sarebbe ben disposta comprimere, un po’, per due o tre anni altre priorità per risolvere definitivamente la storica ed incrostata "questione meridionale". Si può fare benissimo e finora la cosa è fallita solo per la sorprendente incompetenza del sistema politico italiano in materia. In generale, la già buona base di riforma federalista elaborata dal centrodestra deve essere specificata ulteriormente sia come piano per rendere le autonomie locali motori propulsori della rifoma competitiva sia come fase di transizione per rendere possibile alle regioni e comuni più deboli di esercitare l’autogoverno.

Il secondo passo riguarda la costruzione di un mercato dei capitali più efficiente. Per esempio, è assurdo che in Italia non abbiamo un sistema borsistico e finanziario adatto sia a quotare sia a capitalizzare in forma moderna le piccole imprese avendone già centinaia di migliaia ed una popolazione culturalmente predisposta a farne tante di più. Il capitale è il sangue. Va ben ossigenato (e abbiamo visto sopra come), ma deve trovare arterie e vene per irrorare i muscoli (aziende ed imprenditori). Serve, soprattutto, una sorta di Nasdaq italiano specializzato nella quotazione – cioè nel processo che fornisce ad una buona idea il capitale per realizzarla in cambio di una credibile promessa di profitto futuro – di una nuova generazione di aziende ad alta tecnologia e l’ingrandimento di quelle esistenti. Il sistema attuale è nano in confronto a quello che servirebbe. Basterebbe cambiare le regole regole nella direzione detta e l’Italia sarebbe vascolarizzata in poco tempo.

Il terzo passo deve portare alla formazione di un insieme di università private, principalmente politecnici e sperabilmente uno per ogni (macro)regione, che possano operare sia in modo più snello del sistema pubblico per la ricerca avanzata sia operare in fusione con le imprese. E’ ovvio, ma non c’è. Per questo manca la propulsione accelerante della rincorsa verso il salto competitivo.

(C) Salto. Credetemi, non è difficile disegnare bene queste riforme sul piano tecnico. Ma la loro applicazione concreta potrebbe trovare un ostacolo prepolitico: il pessimismo particolarista che esalta la conservazione di piccoli interessi ed oscura la visione, facilmente dimostrabile, che il rimuoverli darebbe più vantaggi a ciascuno. Siamo strani. Da una parte, formiamo una società densa di individui ottimisti, attivi, spesso geniali. Dall’altra, come comunità nazionale non riusciamo a ben organizzare i nostri interessi. Grandi individui, piccola nazione. Ma, per saltare in alto, dobbiamo fare grandissima la seconda, creare una potente pedana morale: in forma di comunità nazionale che ritrova il desiderio di cooperare e competere per l’eccellenza mondiale. Un nuovo patriottismo futurizzante.

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Permettemi di semplificarla con un’allegoria fisiologica. Servono: (a) due respiri profondi; (b) tre passi di rincorsa; (c) una forte proiezione del corpo in alto.

(A) Più ossigeno per ritemprare complessivamente il corpo economico del paese ed orientarlo alla crescita. Lo si inala, primo respirone, con una riforma fiscale forte. Il progetto Berlusconi-Tremonti, in merito, è perfetto e fattibile. Il secondo implica un chiarimento essenziale: la politica, attraverso le istituzioni pubbliche, non può – e quindi è assurdo che pretenda di – creare ricchezza e modernizzazione in forme "dirette". Il suo ruolo per fare da leva alla missione futurizzante è quella di predisporre le condizioni "indirette" che orientino la società ed il mercato verso una continua capacità di produrre qualità crescente. Deve fare i binari e non essere il treno, per capirsi.

(B) Rincorsa. Il primo passo deve costruire i luoghi più adatti alla modernizzazione. E questi sono le autonomie locali. Bisogna (ri)dare vitalità ai singoli pezzi della varietà storica e geoconomica del Paese, una grande risorsa non ancora sfruttata. Altri hanno il petrolio, noi la storia. Che ha creato un sistema unico al mondo. Ogni nostro territorio ha dei veri e propri "talenti geosociali" specifici e diversificati dal resto. Per i potenziali di crescita questi sono una manna divina. Mai gustati, tuttavia, perchè li abbiamo stupidamente pressati con un modello nazionale troppo omogeneizzante. Causa principale per cui l’Italia è in crisi di competitività endemica. In particolare, i diversi sud del Meridione sono ancora sottosviluppati proprio perché il centralismo li ha imprigionati in una trappola perfida: ha dato uno in termini assistenzialistici, ma ha tolto dieci a causa del soffocamento centralista. Se si toglie questo (reale autogoverno fiscale e regolamentare) vedrete che il Sud andrà a mille. Ovviamente serviranno delle ricapitalizzazioni di transizione con un sostegno pubblico di notevole entità. Ma ritengo che la comunità nazionale intera sarebbe ben disposta comprimere, un po’, per due o tre anni altre priorità per risolvere definitivamente la storica ed incrostata "questione meridionale". Si può fare benissimo e finora la cosa è fallita solo per la sorprendente incompetenza del sistema politico italiano in materia. In generale, la già buona base di riforma federalista elaborata dal centrodestra deve essere specificata ulteriormente sia come piano per rendere le autonomie locali motori propulsori della rifoma competitiva sia come fase di transizione per rendere possibile alle regioni e comuni più deboli di esercitare l’autogoverno.

Il secondo passo riguarda la costruzione di un mercato dei capitali più efficiente. Per esempio, è assurdo che in Italia non abbiamo un sistema borsistico e finanziario adatto sia a quotare sia a capitalizzare in forma moderna le piccole imprese avendone già centinaia di migliaia ed una popolazione culturalmente predisposta a farne tante di più. Il capitale è il sangue. Va ben ossigenato (e abbiamo visto sopra come), ma deve trovare arterie e vene per irrorare i muscoli (aziende ed imprenditori). Serve, soprattutto, una sorta di Nasdaq italiano specializzato nella quotazione – cioè nel processo che fornisce ad una buona idea il capitale per realizzarla in cambio di una credibile promessa di profitto futuro – di una nuova generazione di aziende ad alta tecnologia e l’ingrandimento di quelle esistenti. Il sistema attuale è nano in confronto a quello che servirebbe. Basterebbe cambiare le regole regole nella direzione detta e l’Italia sarebbe vascolarizzata in poco tempo.

Il terzo passo deve portare alla formazione di un insieme di università private, principalmente politecnici e sperabilmente uno per ogni (macro)regione, che possano operare sia in modo più snello del sistema pubblico per la ricerca avanzata sia operare in fusione con le imprese. E’ ovvio, ma non c’è. Per questo manca la propulsione accelerante della rincorsa verso il salto competitivo.

(C) Salto. Credetemi, non è difficile disegnare bene queste riforme sul piano tecnico. Ma la loro applicazione concreta potrebbe trovare un ostacolo prepolitico: il pessimismo particolarista che esalta la conservazione di piccoli interessi ed oscura la visione, facilmente dimostrabile, che il rimuoverli darebbe più vantaggi a ciascuno. Siamo strani. Da una parte, formiamo una società densa di individui ottimisti, attivi, spesso geniali. Dall’altra, come comunità nazionale non riusciamo a ben organizzare i nostri interessi. Grandi individui, piccola nazione. Ma, per saltare in alto, dobbiamo fare grandissima la seconda, creare una potente pedana morale: in forma di comunità nazionale che ritrova il desiderio di cooperare e competere per l’eccellenza mondiale. Un nuovo patriottismo futurizzante.

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2000-10-15

15/10/2000

Tre passi ed un salto nel futuro

C’è un ampio consenso sul fatto che l’Italia sia in crisi di modernità e che debba essere futurizzata. Ma resta ancora non ben determinata la strategia per farlo. Con la complicazione che a sinistra questa viene banalizzata come "qualche soldo pubblico in più per scuola ed innovazione tecnologica". Attenzione: il salto nel futuro che dobbiamo fare è ben più impegnativo. Cerco di precisare un’ipotesi che spero accenda dibattito.

Permettemi di semplificarla con un’allegoria fisiologica. Servono: (a) due respiri profondi; (b) tre passi di rincorsa; (c) una forte proiezione del corpo in alto.

(A) Più ossigeno per ritemprare complessivamente il corpo economico del paese ed orientarlo alla crescita. Lo si inala, primo respirone, con una riforma fiscale forte. Il progetto Berlusconi-Tremonti, in merito, è perfetto e fattibile. Il secondo implica un chiarimento essenziale: la politica, attraverso le istituzioni pubbliche, non può – e quindi è assurdo che pretenda di – creare ricchezza e modernizzazione in forme "dirette". Il suo ruolo per fare da leva alla missione futurizzante è quella di predisporre le condizioni "indirette" che orientino la società ed il mercato verso una continua capacità di produrre qualità crescente. Deve fare i binari e non essere il treno, per capirsi.

(B) Rincorsa. Il primo passo deve costruire i luoghi più adatti alla modernizzazione. E questi sono le autonomie locali. Bisogna (ri)dare vitalità ai singoli pezzi della varietà storica e geoconomica del Paese, una grande risorsa non ancora sfruttata. Altri hanno il petrolio, noi la storia. Che ha creato un sistema unico al mondo. Ogni nostro territorio ha dei veri e propri "talenti geosociali" specifici e diversificati dal resto. Per i potenziali di crescita questi sono una manna divina. Mai gustati, tuttavia, perchè li abbiamo stupidamente pressati con un modello nazionale troppo omogeneizzante. Causa principale per cui l’Italia è in crisi di competitività endemica. In particolare, i diversi sud del Meridione sono ancora sottosviluppati proprio perché il centralismo li ha imprigionati in una trappola perfida: ha dato uno in termini assistenzialistici, ma ha tolto dieci a causa del soffocamento centralista. Se si toglie questo (reale autogoverno fiscale e regolamentare) vedrete che il Sud andrà a mille. Ovviamente serviranno delle ricapitalizzazioni di transizione con un sostegno pubblico di notevole entità. Ma ritengo che la comunità nazionale intera sarebbe ben disposta comprimere, un po’, per due o tre anni altre priorità per risolvere definitivamente la storica ed incrostata "questione meridionale". Si può fare benissimo e finora la cosa è fallita solo per la sorprendente incompetenza del sistema politico italiano in materia. In generale, la già buona base di riforma federalista elaborata dal centrodestra deve essere specificata ulteriormente sia come piano per rendere le autonomie locali motori propulsori della rifoma competitiva sia come fase di transizione per rendere possibile alle regioni e comuni più deboli di esercitare l’autogoverno.

Il secondo passo riguarda la costruzione di un mercato dei capitali più efficiente. Per esempio, è assurdo che in Italia non abbiamo un sistema borsistico e finanziario adatto sia a quotare sia a capitalizzare in forma moderna le piccole imprese avendone già centinaia di migliaia ed una popolazione culturalmente predisposta a farne tante di più. Il capitale è il sangue. Va ben ossigenato (e abbiamo visto sopra come), ma deve trovare arterie e vene per irrorare i muscoli (aziende ed imprenditori). Serve, soprattutto, una sorta di Nasdaq italiano specializzato nella quotazione – cioè nel processo che fornisce ad una buona idea il capitale per realizzarla in cambio di una credibile promessa di profitto futuro – di una nuova generazione di aziende ad alta tecnologia e l’ingrandimento di quelle esistenti. Il sistema attuale è nano in confronto a quello che servirebbe. Basterebbe cambiare le regole regole nella direzione detta e l’Italia sarebbe vascolarizzata in poco tempo.

Il terzo passo deve portare alla formazione di un insieme di università private, principalmente politecnici e sperabilmente uno per ogni (macro)regione, che possano operare sia in modo più snello del sistema pubblico per la ricerca avanzata sia operare in fusione con le imprese. E’ ovvio, ma non c’è. Per questo manca la propulsione accelerante della rincorsa verso il salto competitivo.

(C) Salto. Credetemi, non è difficile disegnare bene queste riforme sul piano tecnico. Ma la loro applicazione concreta potrebbe trovare un ostacolo prepolitico: il pessimismo particolarista che esalta la conservazione di piccoli interessi ed oscura la visione, facilmente dimostrabile, che il rimuoverli darebbe più vantaggi a ciascuno. Siamo strani. Da una parte, formiamo una società densa di individui ottimisti, attivi, spesso geniali. Dall’altra, come comunità nazionale non riusciamo a ben organizzare i nostri interessi. Grandi individui, piccola nazione. Ma, per saltare in alto, dobbiamo fare grandissima la seconda, creare una potente pedana morale: in forma di comunità nazionale che ritrova il desiderio di cooperare e competere per l’eccellenza mondiale. Un nuovo patriottismo futurizzante.

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