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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2000-10-7

7/10/2000

Perche’ L’Europa deve aiutare la Jugoslavia

Anche se la possibile tragedia resta dietro l’angolo, sarebbe saggio pensare gia’ da ora a come gestire il caso migliore. Poniamo che la Serbia si stabilizzi politicamente, almeno ad un livello iniziale. Un minuto dopo irrompera’ nella sua agenda politica e in quelle della Repubblica federativa di Jugoslavia (Serbia, Montenegro e – solo formalmente – Kosovo, ora protettorato Nato di fatto), dei paesi circostanti e dell’Unione Europea il problema di cominciare la ricostruzione economica dell’area. Se l’iniziativa non risultasse immediatamente credibile, di scala adeguata e oggetto di un forte impegno cooperativo internazionale, allora il protrarsi dell’incertezza economica diventerebbe un boomerang che riaprirebbe le ferite politiche ancora fresche e costantemente a rischio di infezione per la non ancora completa vaccinazione contro il virus balcanico.

 Punti critici dello scenario. Primo, la Repubblica di Serbia non ha  proprie risorse finanziarie e nemmeno una minima struttura funzionante del mercato (a parte quello nero) per rilanciare l’economia da sola. E’ un disastro. Dagli inizi degli anni ’90, aggravato dal recente conflitto e dalle sanzioni. Il sollevarle, ovviamente, aiuterebbe. Ma non basterebbe. Secondo, la tentazione del Montenegro di diventare una sorta di nuova Montecarlo del Mediterraneo – un paradiso fiscale – dichiarandosi indipendente da Belgrado era gia’ forte durante il regime di Milosevic. Certamente aumentera’ se l’economia serba, pur nel nuovo regime, dovesse restare piatta, nonostante i messaggi dissuasivi da parte della Nato. Ed il distacco creerebbe un altro conflitto in quanto alla democratizzazione della Serbia non corrisponde certo la rinuncia all’integrita’ territoriale della federazione (punto immediatamente sottolineato con preoccupazione dal leader kosovaro Rugova). In particolare, europei – ed Italia soprattutto –  hanno l’interesse che l’autonomia montenegrina non si trasformi in un focolaio di criminalita’ economica (rifugio di mafie e traffici opachi come ora si sospetta). Terzo, in Bosnia c’e’ una fragile pace mantenuta solo dalle truppe Nato e non certo da miglioramenti sostanziali della buona volonta’ locale. Inoltre i leader delle fazioni bosniache – spiace dirlo, ma i fatti parlano chiaro -   hanno l’interesse a mantenere il paese in una situazione di economia di guerra: i finanziamenti provengono dall’esterno e vengono distribuiti all’interno in base alla discrezionalita’ politica utile a tenere sotto briglia il consenso. E questo sembra essere l’unico accordo vero esistente tra le fazioni: ciascuno ci guadagna se le cose restano cosi’. Qualora si riaprisse un mercato in Serbia, sarebbe difficile  mantenere lo status quo in Bosnia. E le fazioni potrebbero decidere di far ripartire il conflitto sia per monetizzarlo sia per congelare le situazione. Quarto, non e’ assolutamente scontato che la Croazia veda di buon occhio la rinascita di un mercato interno serbo sostenuto internazionalmente perche’ cio’ potrebbe comportare uno svantaggio competitivo. Una Serbia nemica, ovviamente, portava alla filo occidentale Zagabria piu’ aiuti internazionali e carote in generale. Per questo, se Belgrado risorgesse, i croati perderebbero centralita’. E il loro atteggiamento “geoeconomico” (per esempio, assi infrastrutturali balcanici) e’ di rilevanza critica per la ripresa di un’economia di area. Non potrebbero fare niente di aperto, ovviamente. Ma, e mi scuso con gli interessati per questo sospetto puramente teorico, la tentazione di riattivare i croati bosniaci (in federazione con gli islamici) per riscaldare le cose, bloccandole, e’ ipotesi che non possiamo escludere.

  Lo scenario e’ ancora piu’ complesso. Ma bastano questi pochi cenni per rendere chiari due punti di fondo: (a) la ricostruzione economica della Serbia, piano da impostare subito per ottenere che la prospettiva futura stabilizzi il presente, deve per forza riguardare tutta l’area balcanico-danubiana, in modi bilanciati ed armonici, e non limitarsi ad iniziative frammentate; (b) l’impegno dell’Unione Europea, tutore naturale di questo teatro geopolitico, deve essere di scala adeguata e non restare minimo o aleatorio. Considerazione che ci costringe a ragionare di soldi.

E’ ancora impossibile stimare il fabbisogno di sostegno economico esterno per ottenere la riorganizzazione del bacino danubiano. Ma gia’ si puo’ dire che i soldi pubblici europei non basteranno. Quindi il primo punto pratico riguarda la ricerca di una formula che massimizzi l’utilita’ del denaro pubblico rendendolo garanzia che incentivi quello privato a fluire nell’area. Si puo’ fare, certamente. Ma dovrebbe essere preparato un piano complessivo, per lo meno sul piano delle regole del gioco, di quali saranno gli investimenti garantiti dal tesoro comunitario ed offerti al mercato privato.  E tale mossa non e’ solo tecnica. La Russia non ha alcun interesse a perdere la propria influenza sui Balcani. Ed il coinvolgerla implichera’ costi aggiuntivi.

 Ecco perche’ sarebbe saggio da parte della UE attivare in anticipo una architettura che includa come partner la Banca mondiale ed il Fondo monetario internazionale, cioe’ i dollari. Gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di spendere piu’ che tanto. E possono sostenere il punto che hanno gia’ dato in termini militari.  Si tratta di far cambiare loro idea, ma sara’ come spremere acqua da un sasso.

In conclusione, ad un certo punto, se la ricostruzione dell’area balcanica parte bene, vi sara’ poi una crescita accelerata che portera’ benefici enormi a tutti. A noi italiani in particolare. Ma iniziare con il passo giusto tale corsa allo sviluppo e’ di una complicazione infernale. Che, per essere semplificata, richiede una competenza, una forza negoziale ed una coesione che finora la UE non ha mai avuto modo di dimostrare. E’ora che diventi capace di farlo.

(c) 2000 Carlo Pelanda
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