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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2000-9-24

24/9/2000

Il mondo salva l’euro, ma poi dovra’ guarire da solo

A questo punto sia il sostegno del G7 sia l’intervento coordinato delle banche centrali europea (Bce), giapponese (BoJ) ed americana (Fed) per limitare il crollo dell’euro erano inevitabili. La sua caduta, infatti, sta gravemente pregiudicando la crescita globale. Per esempio, le aziende multinazionali quotate in America hanno annunciato meno profitti di quanto previsto per il trimestre in corso e quello successivo. Perche’ gli incassi in euro, trasformati in dollari, vengono depressi dalla svalutazione oltre ogni misura del primo. E le Borse americane sono state duramente colpite. Cio’ ha convinto la Fed ad intervenire a sostegno della moneta europea nonostante la sua nota riluttanza a compiere tali manovre di inquadramento forzato del mercato valutario. La combinazione “petrolio alle stelle euro nel fango”, infatti, aumenta seriamente il rischio di mandare il sistema americano in recessione improvvisa. La crisi dell’euro, poi, deprime le esportazioni giapponesi nel nostro mercato ed e’ evidente l’interesse di Tokyo a mettere un pavimento al crollo dell’euro. In particolare, e’ emerso che ormai l’euro ha perso totalmente la fiducia da parte del mercato. Quindi e’ assolutamente necessario l’intervento da parte della Croce rossa finanziaria internazionale. Ma l’azione terapeutica – i cui termini sono giustamente tenuti segreti per non dare un bersaglio alla speculazione ribassista – e’ e restera’ molto limitata. La Fed certamente vuole evitare ulteriori ribassi dell’euro per i motivi detti sopra, ora, e per ridurre nel medio periodo la competitivita’ valutaria delle esportazioni europee che peggiorano il gia’ spaventoso deficit commerciale americano. Ma, proprio per ribilanciarlo sul piano finanziario, comunque sara’ costretta nei prossimi mesi a mantenere il dollaro piu’ alto possibile (anche per comprimere il potenziale di inflazione importata). Questo vuol dire che la medicina di urgenza inaugurata in questi giorni – comunque notizia positiva perche’ indica una certa capacita’ cooperativa tra banche centrali e a livello del G7 – non avra’ alcun potere di soluzione dei problemi strutturali e di prospettiva della nostra scarcagnata moneta. Tocca quindi agli europei, con forze proprie, riconquistare la fiducia cosi’ malamente perduta.  Come?

  La raccomandazione piu’ generale e’ quella di non tentare di farlo con parole, promesse fantasmagoriche e iniziative solo nominali. Non c’e’ piu’ margine di errore. E non e’ possibile ridare credibilita’ all’euro in poco tempo e tutto in una volta. Tra l’altro non e’ necessario. Basta semplicemente prendere una strada pragmatica fatta di piccoli passi, ma ciacuno solidissimo e subito tornera’ la fiducia che piu’ avanti (tre-cinque anni) le cose cominceranno ad andare a posto. Due passi, in particolare.

 Primo, bisogna chiarire che l’eurozona non accettera’ nuovi membri se non dopo un evidente e prolungato consolidamento della moneta unica. Una buona parte della sfiducia, infatti, nasce dalla considerazione che l’allargamento futuro dell’Unione Europea comporterebe pesi economici (e inefficienze istituzionali crescenti) insostenibili che poi ricadrebbero sulla solidita’ dell’euro. Ed e’ vero. Quindi dobbiamo avere il coraggio di rivedere (parzialmente) i trattati gia’ firmati in materia non per danneggiare le giuste e legittime attese dei paesi emergenti, ma per adattarle a tempi e modalita’ che non ci affondino. In realta’ lo slittamento dell’agenda di espansione sta avvenendo gia’ sottobanco per i motivi detti. Ma questo e’ il modo meno efficace di gestire il problema. Destabilizza i paesi in attesa – forse non piu’ tanto euroentusiasti – e rimanda sine die la soluzione di fondo: per espandersi l’eurozona deve modificare alcune proprie strutture portanti (per esempio, limitare le sovvenzioni agricole per non creare un pauroso salasso da estensione dell’opportunismo assistenziale). E ci vuole parecchio tempo.

  Secondo, il mercato vende euro e non li compra (ancora) perche’ prende atto del tentativo delle sinistre europee al governo di fare crescita con il metodo della svalutazione competitiva in quanto non possono e non vogliono, per loro vincoli politici, ottenerla con il modo piu’ semplice e sicuro: liberalizzare il sistema.  Tale tipo di crescita e’ fragile, non porta occupazione e tantomeno nuovi investimenti. Che, infatti, fuggono dall’euro sia perche’ tale azione politica lo vuole esplicitamente debole per un certo periodo sia perche’, a questo punto, e’ meglio investire nella maggiore efficienza economica statunitense – pur a crescita correntemente calante - ed in dollari. Infatti e’ impressionante la quantita’ di capitale europeo che sta comprando aziende e pacchetti finanziari americani, a qualsiasi prezzo. Da brivido, motivo principale corrente per la caduta sotto quota 0,90 dell’euro. Ma invece di riassicurare il mercato che la strategia svalutativa e’ solo di breve periodo, il cancelliere tedesco Schroeder, poco tempo fa, ha dichiarato  tranquillo che l’euro debole e’ una manna per l’economia tedesca. La crescita cosi’ ottenuta grazie all’export permettera’ di avere cassa per ridurre le tasse. Pensate ad un operatore finanziario che sente il leader del piu’ potente paese europeo pensare in modo cosi’ bizzarro: corre a comprare dollari, ovviamente. In sintesi, le sinistre al governo non capiscono che la crescita sana, diffusa e stabile la si ottiene con maggiori liberalizzazioni e, soprattutto in questo frangente, attraendo capitali di investimento da tutto il mondo e mantenendo a casa i propri. Quindi con un euro forte. Nessuno pretende che in pochi mesi l’incrostatissima Eurolandia si pulisca e liberalizzi. Ma certamente esistono misure intermedie e selettive per tamponare la fuga dei capitali e per attrarne qualcuno: incentivi nel ciclo finanziario e borsistico, detassazioni settoriali, ecc. Misure pratiche, limitate quanto si vuole, ma utili. Vanno fatte, ora.

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