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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2002-5-1

1/5/2002

La corsa solitaria del treno americano
(Dall’eurovagonismo al locomotivismo)

La spettacolare crescita statunitense del 5,8% nel primo trimestre ha molti aspetti anomali che non la sosterranno a tali livelli nei prossimi mesi, ma segnala la formidabile capacità reattiva e propulsiva di quel modello politico-economico. Che se comparato sul piano delle prestazioni con i sistemi europeo (continentale), stagnante, e nipponico, ancora recessivo, rende sconfortanti per inconsistenza i secondi. E’ una verità che non piace, ma va detta perché contiene un grave pericolo: che nel futuro l’economia globale resti trainata dalla sola locomotiva americana, tutte le altre vagoni senza forza propria. Questo scenario – sempre più marcato dai primi anni ’90 in poi - fa paura per i macrorischi che accende. L’America potrebbe saltare per eccesso di squilibri (deficit commerciale, tempeste finanziarie) e il mondo non trovare altre locomotive che la sostituiscano. E’ ora di riflettere molto seriamente sulla “solitudine americana” e sull’eccessiva nostra dipendenza passiva da quel gancio. Non per lamentare fastidio o frustrazione nei confronti della potenza di quel sistema. Nemmeno per bilanciarla con forme di contrasto geopolitico e culturale dettate da orgoglio privo di sostanza: tentazione frequente europea; costante nella sinistra continentale; endemica nel nazionalismo lirico francese. Ma per costruire una locomotiva europea altrettanto forte che si associ a quella americana nella responsabilità di ordinare politicamente ed economicamente il pianeta intero, arricchendolo e così dando più ricchezza e sicurezza a noi stessi. In due potremmo farcela, ma se l’America resta sola e noi vagoni temo di no.

Nel vertice di Lisbona del 2000 l’Unione Europea si è data l’obiettivo di arrivare nel 2010 ad una capacità di crescita economica pari a quella statunitense. Ma tale aspirazione risulta ancora vuota perché non si nota alcun cambiamento di modello, nonostante le crescenti invocazioni, che lasci ben sperare. Prima di quello politico vedo un blocco culturale. Anche se togliamo gli estremismi sindacali e della sinistra irriformata, è trasversalmente molto diffusa l’idea che il “modello sociale” europeo continentale – l’eccesso di garanzie inutili che soffoca i potenziali di crescita, efficienza ed occupazione nei 2/3 dell’economia dell’eurozona, cioè in Francia, Germania ed Italia - potrà essere modernizzato con pochi ritocchi senza dover cambiare natura. In realtà non potrà funzionare perché il togliere i freni statalisti e socialprotezionisti nella misura che servirebbe implica mutamenti di vasta portata e non solo una riverniciatura con tinte più leggere. Quindi non solo il riformismo centrista di sinistra, pur passo in avanti, ma anche il liberalismo troppo timido dei centrodestra (Germania e Francia, in particolare, il nostro più decisamente futurizzante, ma ancora eurominoritario) non appare adeguato. E qui va chiarito anche nell’area culturale del popolarismo europeo e in quella del centrismo di sinistra il punto principale. E’ vero che non potremo passare a razzo da un modello protetto e denso di pigrizie sociali e corporative a quella configurazione pienamente liberalizzata che aumenta la forza dell’economia. Sarà necessario disegnare una fase intermedia di liberalizzazione morbida che non scateni il libero mercato di colpo perché almeno metà europei senza competenze e cultura competitiva adeguate soccomberebbero. Ma è altrettanto vero, tecnicamente, che tale fase può essere breve, non più di un quinquennio, e che molte garanzie potrebbero essere subito rielaborate in forma amichevole nei confronti del mercato senza cadute improvvise del regime di tutele. Diciamolo: la mitica “complessità sociale” dell’euroliberalizzazione appare più una foglia di fico che copre una ancora insufficiente volontà di cambiare. E allora va tolta e denudato spudoratamente il problema. E’ pura illusione pensare che il socialprotezionismo europeo (centrista o di sinistra) sia sostenibile nel futuro perché lo fu nei decenni passati. Tra i tanti motivi, uno rilevante poco offerto al grande pubblico è che dagli anni ’50 alla fine degli ’80 l’America finanziò nei paesi alleati il consenso per il contenimento antisovietico aprendosi al commercio asimmetrico: importava di tutto da questi senza richiedere analoga reciprocità. Per inciso, l’”Impero” costò agli Usa circa l’1% di Pil all’anno e continui licenziamenti per i lavoratori esposti a questa concorrenza, spesso in “dumping”. Ma arricchì doppiamente gli alleati perché diede loro sia più mercato sia la possibilità di proteggere i propri lavoratori. Può sembrare strano ed irriverente, ma buona parte dell’”illusione socialprotezionista” nasce da questo “assistenzialismo strategico” che fornì un surplus esterno per finanziare l’inefficienza economica interna. Nostra e dei giapponesi, infatti società che non sentono la pressione a cambiare. E che preferiscono svalutare la moneta (la peggiore tassa che esista) piuttosto che riformare allo scopo di perpetuare il comodo modello “esportativo asimmetrico” emerso nel passato, in un’altra storia. E’ proprio questo che, oltre ad “invagonire” le economie europea e nipponica, rende sola e tende a destabilizzare l’America. In conclusione, bisogna capire che il socialprotezionismo europeo è stato possibile non perché teoria realistica sostenibille, ma grazie ad un accidente della storia. Che ora è cambiata e ci costringe a locomotivizzare l’Europa, in fretta. 

(c) 2002 Carlo Pelanda
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