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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2002-4-21

21/4/2002

Mestieri pericolosi
(Non lasciamo soli i riformatori)

Dovremmo riflettere di più sul problema della “solitudine del riformatore” e tentare di risolverlo. La sua variante di sinistra ci raggela. Agghiacciante è l’assassinio seriale e rituale dei riformatori da parte delle Brigate Rosse. Ma altrettanti brividi, pur con modi non assolutamente collegabili a quello, vengono provocati da come l’estremismo sindacale e politico ricatti i moderati della sinistra centrista, costringendoli a tacere o a piegarsi al radicalismo. Cosa successa, per esempio, a Cisl e Uil che hanno dovuto fare gli ascari della Cgil nella sua strategia di politicizzazione dello sciopero per tema che la loro base seguisse i pifferi delle emozioni antagoniste e li abbandonasse. A sinistra il riformismo è davvero un mestiere difficile, pericoloso. Al punto che tutti noi, pur non essendo di sinistra, dovremmo cercare un modo per sostenere e tutelare i moderati di quell’area nel comune interesse alla modernizzazione dell’Italia. Ma anche nel centrodestra, per motivi diversi, riformare è un lavoro durissimo. Berlusconi lo ha espresso con emozione non retorica nel convegno della Confindustria a Parma. Come risolvere almeno parte, quella che ci compete, del problema? Con il comprendere più a fondo la natura tecnica e politica di un processo riformatore. Per cambiare un paese immobile da decenni, prigioniero di un modello sbagliato, denso di interessi protetti incrostati, nell’ambito di una integrazione europea che, pur benefica, riduce gli strumenti politici “sovrani” ed aumenta i vincoli sovranazionali, tra cui quello di ripagare in fretta un debito pubblico storico pauroso oltre che di non aumentarlo, bisogna per forza tentare esperimenti coraggiosi ed innovativi. Per un governante riformatore ciò è la cosa più difficile: apre uno scenario che non può sapere prima dove esattamente arriverà, e come, sapendo comunque che deve agire così perché i rischi dell’inerzia sarebbero molto peggiori. C’è una soluzione di buon senso: nelle riforme innovative esiste tipicamente una fase esplorativa in cui si aggiustano i provvedimenti per strada, man mano che i fatti mostrano meglio la giusta direzione. Per esempio, in Svezia tale momento sperimentale delle nuove leggi è istituzionalizzato. In Italia, forse perché disabituata ai mutamenti e carente di cultura pragmatica, c’è invece il vizio di non concedere allo sperimentatore il giusto tempo tecnico per raffinare il piano d’azione. E lo si sottopone a valutazioni critiche preventive, spesso del tutto infondate. Ciò compromette l’”effetto fiducia” di cui un progetto, anche se tecnicamente buono, ha sempre bisogno per sbloccare inizialmente le muffe del passato ed aprire le porte del futuro. Chiamatela  “leva morale?. E’ precisamente questa che dobbiamo imparare a fornire di più e meglio ai nostri governanti riformatori, quando e se, ovviamente, siamo convinti che l’ipotesi specifica di cambiamento sia credibile.

 Lasciatemi dare un esempio concreto. Tremonti ha individuato un modo del tutto innovativo per: (a) sfruttare meglio l’enorme patrimonio pubblico (immobili e concessioni); (b) costruire un’architettura che permetta di usare il più possibile capitale privato per finanziare le opere pubbliche. Ma ha ricevuto critiche preventive infondate e, soprattutto, non ha ancora avuto il sostegno di leva morale che il progetto meriterebbe. Ricordo per sommi capi la questione, “madre” di tutte le riforme perché ne sarà il ponte da cui far transitare più risorse per realizzarle. Sono stati creati due strumenti istituzionali, in forma di società pubbliche che possono operare con procedure private. La “Patrimonio” avrà i mezzi legali e pratici per estrarre più valore dai beni statali finora, per lo più, inutilizzati. La “Infrastrutture” sarà il soggetto legalmente e sostanzialmente organizzato per raccogliere capitale attraverso l’emissione di prodotti finanziari dedicati (per esempio, obbligazioni per capitalizzare la costruzione di una strada il cui pedaggio ripagherà nel lungo periodo l’investimento, più un ragionevole profitto). Alcuni hanno sibilato - per esempio, velenosamente Scalfari su Repubblica e con qualche contraddittoria invidia Visco sul Sole 24 - che la seconda istituzione sia un trucchetto per accendere un debito che sfugga al controllo del Patto di stabilità. Ciò è ridicolo e disinformato. In realtà è proprio l’Unione Europea che sta raccomandando agli Stati membri di ricorrere a strumenti di finanza pubblica innovativa. L’eurovincolo rigido del pareggio di bilancio costringe tutti a trovare flessibilità da altre parti, in particolare quelle capaci di organizzare più capitale privato in concorso con quello pubblico, senza compromettere, ovviamente, il Patto. Sarà possibile? La teoria è molto favorevole, ma la pratica è da raffinare perché si tratta di materia nuova. Infatti Tremonti, prima di vararlo, ha controllato il progetto sia con Ciampi sia con Fazio, piuttosto attenti alla stabilità. Evidentemente hanno dato via libera al concetto. Ed è impensabile che non vi sia stato un consulto preliminare a livello europeo. Quindi l’aver accusato Tremonti di voler aggirare gli impegni di pareggio di bilancio è stata una solenne fesseria. Il caso è chiarito, ma è un buon esempio di quanta leva morale abbiano bisogno i bravi riformatori per avviare gli esperimenti necessari. Non lasciamoli soli

(c) 2002 Carlo Pelanda
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