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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2002-4-8

8/4/2002

Gli europei devono chiarire quali garanzie vogliono dare ad Israele

 Israele ha diritto alla sicurezza e i palestinesi ad avere uno Stato. Questa è la formula  adottata, pur con diverse sfumature, da tutti i governi europei e dalla maggior parte dei politici, sia di centrodestra sia di centrosinistra. Detta così appare perfettamente razionale e condivisibile. Ma ottiene questo rimarchevole risultato al prezzo di apparire vuota e nominalistica. Per questo è utile specificarne il seguito: come in realtà si può garantire sicurezza ad Israele e a quali condizioni concrete può emergere uno Stato dei palestinesi?

Per capire lo scenario è utile chiarire i motivi dell’azione militare israeliana in corso. I palestinesi vinsero la prima Intifada (“rivolta delle pietre”) scatenata dal 1987 fino al 1993. Annullarono la superiorità militare israeliana con mezzi asimmetrici: guerriglia interna. Israele ne prese atto e accettò l’accordo (Oslo, 1993) “pace in cambio di territori”. Ne concesse tanti ad Arafat, quasi il 97% di quelli abitati prevalentemente da palestinesi islamici. Il premier socialdemocratico Barak, alla fine del 2000, era pronto a firmare l’accordo di pacificazione finale, dietro garanzie ferree da parte dell’Anp (Autorità nazionale palestinese) di far finire la guerriglia, il tutto sotto controllo degli Stati Uniti. Arafat rifiutò l’accordo. Perché? I motivi non sono del tutto noti, ma l’ipotesi più probabile è che il leader palestinese annusò la debolezza di Israele e pensò (o gli fu suggerito, per esempio dagli irakeni o, forse, da fazioni interne ai sauditi) che con una seconda Intifada si sarebbe potuto ottenere molto di più. Anche perché il dissenso internazionale contro Gerusalemme era molto diffuso e l’Unione europea mostrava un prevalente atteggiamento filopalestinese (comprensibile, pur moralmente ambiguo, perché in cambio, tra altre cose, ha ottenuto la garanzia informale di non avere attentati sul proprio territorio). Così Arafat riaprì la guerriglia caricandola di ulteriore potenza sia militare sia simbolica: i kamikaze e la sequenza di stragi. Molti sostengono che Arafat non è un “terrorista”. Forse personalmente non lo è più, ma certamente gli attentati e la guerriglia sono gestiti direttamente o guidati indirettamente da formazioni su cui ha un indubitabile controllo. Per esempio i Tanzim (“Organizzazione”), di cui Arafat fu fondatore e leader negli anni ’60 e ’70, che ora addestra in campi paramilitari estivi gli studenti, e che Arafat stesso finanzia direttamente con un bilancio annuo tra i 2,5 e 5 milioni di dollari. Anche “Forza 17”, trasformatasi dal 1994 in guardia personale di Arafat e prima di allora responsabile di innumerevoli atti terroristici, alcuni in Europa, appare regista operativo di molte azioni di guerriglia. E non possiamo escludere, anzi, che un’unica regia guidi le azioni di Hamas, rifornitore di kamikaze, dei Taliban egiziani e palestinesi della “Jihad islamica” (collegati con Al Queida), degli sciiti filo-iraniani Hezbollah nonostante queste organizzazioni apertamente terroristiche si oppongano nominalmente all’Olp. In sintesi, Israele ha dovuto per forza attaccare Arafat e puntare alla sua uscita di scena nonché scatenare un’offensiva di bonifica per ridurre la frizione terroristica. Non aveva alternative visto che il disegno era quello di destabilizzarla e che questo stava riuscendo. Infatti l’amministrazione Bush glielo ha lasciato fare, ponendo solo un limite di tempo (fino al 15 aprile, probabilmente) per l’iniziativa di pulizia antiterroristica e di modalità, per esempio andarci piano a Gaza il cui territorio potrebbe diventare il nucleo del futuro Stato palestinese.

Primo punto. La sconfitta di Arafat e della Seconda Intifada è una garanzia preliminare affinché Israele accetti di negoziare pacificamente, e non con la pressione delle armi (tra cui 200 missili a testata nucleare), future garanzie per se stessa. Secondo, simmetrico: lo Stato palestinese potrà emergere solo se garantirà in modo assoluto che non perseguirà il disegno di sbattere fuori gli ebrei dalla Palestina ed accetterà la convivenza. Terzo: se tale garanzia sarà credibile, allora Israele dovrà rinunciare – e penso vorrà - a parte della colonizzazione ebrea di territori prevalentemente palestinesi. Quarto: ma un atto così impegnativo per il sistema politico israeliano (dove la destra fondamentalista che persegue la “Grande Israele” è piuttosto forte) potrà essere realizzato solo in cambio di assicurazioni definitive che Irak, Iran e Siria  non fomenteranno ulteriori guerriglie e rinunceranno ad atti di guerra aperta, come i missili irakeni su Israele nel 1991. Ci sono tante altre condizioni, ma quelle dette, penso, danno una pur pallida idea di cosa voglia dire in concreto garantire la sicurezza di Israele e uno Stato ai palestinesi. Se quanto detto è realistico, e penso di sì, allora non capisco due cose. Perché l’Unione europea non abbandona l’idea che Arafat possa essere un interlocutore mentre è evidente che solo il suo pensionamento potrà riportare Israele ad un tavolo negoziale? Perché noi europei e gli americani divergiamo sostanzialmente in una strategia che richiede la convergenza ed integrazione delle risorse militari, diplomatiche ed economiche per gestire la complessità del caso? I pacifisti irriflessivi non si pongono queste domande. Quelli riflessivi sì, tra cui sono certo siete voi, lettori. Giratele a chi dovrebbe rispondere.

(c) 2002 Carlo Pelanda
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