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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2000-9-8

8/9/2000

Micro Italia 2: la crisi della ricerca

Continuiamo la riflessione sulla crisi competitiva dell’Italia e sui modi per uscirne. La ricerca e’ una delle leve principali per qualsiasi politica di futurizzazione. Questa frase risuona da decenni nei convegni ed e’ ormai di senso comune. Ma sentiamo dalla viva voce di Giorgio Zizak, dirigente di ricerca del CNR (Consiglio nazionale delle ricerche), quale sia la realta’ concreta: Scrive (la lettera completa la trovate sul mio sito): “Il problema del personale di ricerca e’ gravissimo. Il CNR, che è il maggior organo di ricerca pubblica in Italia, non ha mai affrontato in modo adeguato lo sviluppo dei suoi organi di ricerca con una politica di assunzioni continue e graduali, con una qualificazione e vere prospettive di carriera per i suoi dipendenti. Per far funzionare un centro di ricerca  occorre un durissimo lavoro per anni. Bisogna essere sempre aggiornati con lo studio delle pubblicazioni scientifiche, il fare effettivamente ricerca e non solo parlarne, la possibilità quindi di disporre continuamente delle strumentazioni più avanzate. Non ci si improvvisa ricercatori.  Nel campo privato, poi, chi fa ricerca rimane, in genere,  lontano dai vertici aziendali e il management guarda con scarso interesse agli sviluppi tecnologici e di ricerca; sono troppo costosi, lontani e di incerto conseguimento. Questa situazione si protrae da decenni ed ha creato quella situazione di arretratezza tecnologica che giustamente Lei sottolinea”. Grazie Zizak per la sua franchezza ed importante testimonianza. 

Altri dati sono impressionanti. La spesa pubblica italiana per la ricerca e’ inferiore alla media europea e nemmeno un terzo di quella di Germania, Giappone e Stati Uniti. Inoltre spendiamo male queste poche risorse.

I denari pubblici che versiamo all’Unione Europea per i programmi comunitari di finanziamento della ricerca e sviluppo delle imprese ritornano in Italia solo in piccola parte. Perche’, semplicemente, le nostre aziende non mandano a Bruxelles le domande. Guardate i dati di sintesi dei “programmi quadro” della Commissione europea, se non ci credete. Telefono ad alcuni imprenditori che nel recente passato si erano lamentati per le difficolta’ nel reperire nuove tecnologie e mi avevano chiesto consigli – aziende sulla cinquantina di miliardi di fatturato -  e chiedo spiegazioni: come mai rinunciate a questi soldi? Un paio dicono che neanche sapevano che tali programmi esistessero. Strano, sono pubblicizzati in tanti modi. Poi viene fuori il bubbone. Non hanno il personale che sappia gestire una domanda di finanziamento (in effetti complicatina). Oppure, dicono gli altri, in realta’ non hanno i ricercatori per gestire un progetto. Da non crederci. Colpa loro? Un po’ si’, francamente. Ma hanno anche ragione quando dicono che le dimensioni dell’impresa non permettono di staccare personale dedicato alla ricerca, alla gestione delle pratiche burocratiche. Giustamente uno mi dice che le piccole aziende avrebbero bisogno di collegamenti con le universita’, con i laboratori del Cnr e cose simili, cioe’ di un servizio esterno a cui rivolgersi per tutto il ciclo della ricerca. Ma tale sistema non esiste, se non in casi sporadici. Di fatto i nostri denari fiscali sono andati e vanno a finanziare la ricerca e sviluppo delle aziende di Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia, nostri concorrenti in molti settori. Ditemi voi se uno Stato puo’ essere cosi’ cretino. E’ ovvio che se ho un sistema industriale fatto da migliaia di piccole aziende e centinaia di migliaia di microimprese (solo 600 industrie in Italia hanno scala nedio-grande) devo organizzare un servizio di supporto esterno per supplire alla mancanza di scala che impedisce la funzione di ricerca interna all’azienda. Non c’e’.

Un esempio di altri sprechi e’ come vengono distribuiti i finanziamenti per la ricerca nella maggior parte dei dipartimenti delle universita’ italiane. La prassi e’ quella di dare a ciascun docente e ricercatore un poco. Si chiama finanziamento a pioggia. Andate a vedere e ditemi cosa puo’ fare uno con due, tre, sette milioni. Va in giro per convegni. Di fatto centinaia di miliardi vanno persi cosi’, pur essendo dedicati a ricerche che dovrebbero produrre risultati. Che non arrivano perche’ la concentrazione di risorse su singoli progetti non ha scala sufficiente. I sottopagati docenti e ricercatori, ovviamente, non denunciano questo scandalo perche’ ciascuno ricava da questa pioggerella qualche minima risorsa aggiuntiva. Accade anche nell’universita’ americana dove insegno. Ma li’ (qui, perche’ vi scrivo da Atlanta) c’e’ un limite di cinquecento dollari per le spesine e viaggi. Il resto dei soldi dipartimentali e’ vincolato al requisito di concentrazione efficiente. E quando si manda un progetto all’equivalente del CNR italiano (NSF) o te lo finanziano alla grande o te lo bocciano. Giustamente non c’e’ via di mezzo perche’ le cose serie richiedono risorse adeguate. Le commissioni del CNR, invece, danno un po’ a tutti non permettendo ad alcuno di ottenere le risorse necessarie per produrre qualche risultato. Va detto che in Italia esistono, per fortuna, tante isole di eccellenza e che questa semplificazione non rende loro giustizia. Ma in un mare dove prevale l’andazzo qui illustrato.

Quindi non stupitevi se in Italia non ci sono brevetti residenti, se la produzione di tecnologia innovativa e’ minima. Nonostante le menti eccellenti che abbiamo. Che stanno migrando in numero sempre maggiore, soprattutto nelle materie tecnologiche, in America. Di solito concludo i miei articoli facendo, dopo l’analisi del problema, delle proposte di soluzione. Ma in questo caso c’e’ ben poco da inventare. Prima di far partire la vera futurizzazione dobbiamo mettere a posto l’esistente, entrando nei dettagli, mettendo le mani nelle cose concrete di ogni giorno. E per farlo serve che chi lavora nel sistema di ricerca parli, denunci le disfunzioni, proponga soluzioni. E smuoviamolo questo stupendo, ma dannato, Paese. Scrivete.

(c) 2000 Carlo Pelanda
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