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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2002-3-7

7/3/2002

La strategia del triplice ricatto

Cofferati ha impostato una strategia del triplice ricatto. Il primo gli è quasi riuscito contro i suoi colleghi della Uil e della più moderata  Cisl. Se la Cgil si mobilitasse da sola, allora la base degli altri due non capirebbe, per sentimento, la distinzione e ciò potrebbe provocare una delegittimazione dei rispettivi vertici. Che, infatti, sono stati costretti ad accettare l’idea di sciopero generale, pur non volendolo, per non farsi superare “a sinistra” dalla loro piazza interna.  Il secondo ricatto è al governo: o dimostra una gravissima debolezza recedendo dal disegno di riforma dell’articolo 18 o si trova a gestire una sommossa che può far da scintilla ad altre mobilitazioni antagoniste, in sequenza crescente e preoccupante. Il terzo ricatto è a noi, popolo produttivo che vive di mercato e che per questo lo vuole sempre più libero – condizione di maggiori opportunità - crescente e futurizzante. Cofferati, di fatto, ci dice: o accettate la “tassa” o vi destabilizzo aggredendo l’idea di un’Italia che potrà andare in boom economico e restarci. Sulle televisioni del mondo non ci saranno i nuovi cantieri allegri ed ottimisti che chiamano investimenti da fuori, ma le bandiere rosse, forse qualche scoppiettio.  Bene, questa parte del ricatto diretto a noi della strada non passerà. Sciopero generale di un giorno, due, tre? Lo faccia pure. Poi il mondo andrà avanti lo stesso, ripareremo i danni, forse faticheremo di più. Cofferati: il popolo veramente produttivo se ne infischia della sua minaccia. E proprio per questo invito il governo a non mollare. Preferisco pagare una tassa speciale per compensare l’eventuale Pil perduto a causa di disordini piuttosto che intimidirmi di fronte al ricatto militare di residuati comunisti già segati dalla storia. Marcino, noi comunque voleremo.  

D’altra parte mi rendo conto, e con me tutti quelli che mi hanno sollecitato a scrivere quanto detto, che per il governo è una situazione non facile da gestire. Anche perché la comunicazione sulla modifica sperimentale dell’articolo 18 non è stata capita da una gran parte della popolazione. Purtroppo è passata l’idea che implichi automaticamente il licenziamento. Non è vero, anzi, ma ciò ha alzato le orecchie anche di una parte dell’elettorato di centrodestra meno fiduciosa, diversamente dal robusto nucleo liberista che penso di rappresentare con le mie opinioni, delle virtù e vantaggi di una politica liberalizzante. Appunto, comprendiamo il problema di dissenso in caso di braccio di ferro.  Proprio per questo vorrei ricordare un principio pragmatico: non si può togliere una garanzia alla gente senza dargliene un’altra a compensazione. Lasciatemi togliere il cappello dell’imprenditore, metà del mio mestiere, ed indossare quello di colore più pacato del ricercatore, la seconda metà. Resistere al ricatto sarà doveroso. Ma nel farlo sarebbe saggio insistere con una politica che generi e – per favore - comunichi con più efficacia una strategia non di riduzione secca delle garanzie economiche, ma una loro trasformazione in modo che deprimano meno l’efficienza economica senza per altro essere diluite. Il punto che mi permetto di sostenere è che risulta tecnicamente possibile concepire garanzie “flessibili” che sostituiscano quelle “rigide”. Per esempio, la più semplice e nota tra le prime è quella di assicurare ad un lavoratore dimesso da un’azienda un “salario di transizione” fino a che non trovi nuova occupazione. Ovviamente va erogato con una pressione tale affinché il periodo di disoccupazione sia il più corto possibile e senza incentivi alla pigrizia. Per inciso, quelli che rendono più razionale per un dipendente in Germania stare a casa come disoccupato salariato piuttosto che darsi da fare, modello che lo stesso socialdemocratico Schroeder ha condannato come folle. Ma tale pressione non dovrebbe avere un termine temporale secco (angosciante). Lo scambio tra garanzia rigida e flessibile senza perdere il contenuto di tutela sarebbe proprio questo: io comunità comunque non ti lascio solo fino a che non ce la fai a trovare un salario sul mercato e per ridurre il costo ti aiuto, con servizi e mezzi dedicati, a trovarlo. Scusatemi la banalità dell’esempio (la teoria delle nuove garanzie flessibili è molto più raffinata e densa di innovazioni), ma serve a dire che una tutela del genere sarebbe molto più forte, in sostanza, di quella formale data dall’articolo 18. Il bello è che avrebbe un costo sistemico minore delle rigidità attuali perché verrebbe compensato da una maggiore mobilità del mercato del lavoro, tipica leva di crescita diffusa. Non è questo il luogo per dettagliare progetti tecnici, ma va segnalato che esiste una possibilità per offrire ad una popolazione che non vuole perdere le garanzie del passato un nuovo sistema dì tutele che sia riconosciuto come altrettanto garantista ed, allo stesso tempo, risulti  più amichevole nei confronti del mercato. La differenza tra la prima e la seconda parte dell’articolo non indica una schizofrenia, ma segnala un “liberismo consapevole”, qui più volte chiamato “sociale”, che si rende conto di quanto sia delicata la transizione da un mercato protetto ad uno più libero. Quindi al governo chiedo di essere durissimo contro il ricatto, ma dolcissimo nell’accompagnare quella parte d’Italia che è in ansia verso il futuro liberalizzante. Se anche Uil e Cisl parlassero questo linguaggio farebbero una miglior figura e servizio ai loro associati.  

(c) 2002 Carlo Pelanda
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