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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2002-2-25

25/2/2002

Adesso il mandato per privatizzare

Chiusa la questione delle nomine Rai si apre quella della sua privatizzazione. Francamente non ho capito quanta sia la voglia di farla da parte del ceto politico, piuttosto diviso sul punto. Non ho nemmeno capito dove esattamente stia il “potere proprietario” e quale sia stata la missione affidata al nuovo vertice. “Di garanzia” mi dicono gli esperti di “politichese”. Garanzia di cosa? Del pluralismo informativo, mi  spiegano. Significa che in ogni informazione Rai avremo un bilanciamento tra visioni DS, AN, FI, CCD, Lega, Margherita, e le altre sigle che non ricordo, senza che nessuna prevalga? Vuol dire che nel complesso informativo della Rai vi sarà una visibilità bilanciata per ciascuno gruppo? Grazie, ma è una garanzia che non ha senso. Quella vera è data dal fatto che ci sia un libero mercato concorrenziale di fonti informative e di intrattenimento. Se una di queste tenta di fare propaganda vistosa e distorce troppo i fatti c’è un’alta probabilità che il competitore punti ad offerte più corrette per conquistare via maggiore credibilità più quote di mercato. Perché, appunto, un utente scocciato da un canale può con un semplice zap cambiarlo. Mettiamo poi, che un’azienda voglia offrire programmi per nicchie di comunisti, fascisti, verdisti o qualsialtrocosisti. Liberi di farlo se riescono a stare sul mercato, cioè ad avere sufficiente pubblicità e remunerazione da, per esempio, produzioni di telefilm. Viva la varietà. Sarà il mercato a selezionarla come strumento del gusto del pubblico. Vinca il migliore, lo Stato con l’unico obbligo di garantire la libera concorrenza cioè di contrastare la formazione di monopoli. Ma di che garanzia pluralista parlate? Per rispetto non voglio scrivere il termine “ridicolo”, ma cari signori avete parcheggiato la questione Rai nei suoi dintorni.

Più chiaramente esilarante è il concetto di servizio pubblico della Rai. Ho provato a comparare le notevoli fattezze delle veline (private) di Striscia con quelle altrettanto rimarchevoli (statali) delle ragazze di Chiambretti. Mi è sembrato che le seconde fossero un po’ più piccanti, cioè con più erotismo allusivo, e le prime più esplicitamente sexy. Tuttavia, a parte il valore non piccolo individuato, non vedo nel palinsesto Rai tali differenze con una normale Tv commerciale da giustificare l’impegno dello Stato nel settore. Non capisco che il servizio pubblico offre un tipo di informazione rilevante che il mercato non può fornire in quanto non finanziabile dalla pubblicità? Forse, ma non vedo sulla Rai riprese in diretta delle sessioni parlamentari, interviste approfondite ad un ministro che spiega in dettaglio le ragioni di una proposta di legge. Non vedo un canale dedicato, per esempio, alla protezione civile per educare i cittadini alle misure di sicurezza, a come comportarsi nelle emergenze. Oltre a funzionare come sistema radio e Tv che avverta una comunità in caso di pericolo, dia orientamenti per un eventuale piano di evacuazione di massa, ecc. Queste cose le vedo negli Stati Uniti, dove vivo per tre mesi all’anno, su C-Span  e sulle reti locali che mi avvertono se arriva un tornado.  Ma non le ho mai viste e sentite dalla Rai. Il punto è che non esiste un servizio informativo pubblico. Non capisco, quindi, le dichiarazioni che promettono di renderlo più efficiente o cose del genere: non c’è e il miglioramento di zero resta zero.  Esiste solo un’azienda commerciale gestita dallo Stato Che proprio per la sua anomalia politica presenta due distorsioni che ne riducono il valore: deterioramento politichese della credibilità che deprime il marchio; costi abnormi tipici delle aziende “politicate” (quelli della Rai, per esempio, sono molto superiori alla comparabile Mediaset strettamente commerciale).

A me il tutto sembra una stranezza imbarazzante. La privatizzazione è l’unico modo serio per chiuderla. E mi piacerebbe vedere scritto  il seguente mandato-obiettivo al nuovo vertice amministrativo: costruire entro un biennio le condizioni di efficienza a valorizzazione per la quotazione in Borsa della Rai; ritagliare e scorporare dalle risorse esistenti uno sviluppo che porti ad un vero sistema informativo di utilità pubblica, cioè dedicato all’informazione rilevante non facilmente finanziabile dal mercato (se lo è, la si lasci al mercato stesso). Ovviamente, sopra, va fatta una nuova legge che liberalizzi l’intero settore dell’informazione e dell’intrattenimento allo scopo di aumentare gli spazi di crescita per le aziende e permetterne una buona varietà in concorrenza. Ma intanto, per prima cosa, si espliciti questo mandato.

(c) 2002 Carlo Pelanda
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