Siamo all'avvio di una lunga campagna elettorale in vista delle più importanti elezioni politiche della storia italiana dopo quelle del 1948 (che decisero l'appartenenza dell'Italia al sistema di democrazia occidentale). Nel 2001, infatti, il Paese sarà alle prese con un'altra decisione di carattere epocale: in ogni caso sarà necessario modificare l'attuale modello di Stato sociale, perché, nei fatti, nei fatti, non regge più. Inoltre l'Unione europea sta evolvendo più chiaramente verso un modello dove gli Stati nazionali resteranno sostanzialmente sovrani e non si scioglieranno in un unico sistema.

Questo vuol dire che la concorrenza economica tra i diversi Paesi entro l'alleanza europea resterà molto elevata e che la vincerà chi saprà anche darsi la migliore formula politico-istituzionale interna. In sintesi, dopo decenni di assenza della "grande politica" nel nostro dibattito nazionale, perché governati dall'esterno - prima dalla Pax americana durante la Guerra fredda e più recentemente dalla diarchia franco-tedesca - ora l'Italia si trova nuovamente sovrana e di fronte al formidabile impegno di darsi un modello che le permetta di competere a livello europeo e globale, partendo da una grave condizione di svantaggio. E' proprio il momento per rimetterci a pensare in grande.

Qual è il punto principale di progettazione di una formula politica interna competitiva? Come bilanciare la creazione della ricchezza con la sua diffusione sociale in modo tale da ottenere la condizione di "capitalismo di massa". I dati di ricerca mostrano che tutti e tre i grandi modelli sperimentati dalle democrazie occidentali non riescono a farlo bene. Quello socialista-statalista, la "seconda via", soffoca la creazione della ricchezza. Quello liberista classico, la "prima via", è il più potente in assoluto per generare la crescita, ma non garantisce che i suoi benefici si diffondano a tutti.

Il terzo modello cerca un compromesso tra liberismo e socialismo. Ma i dati mostrano che i diversi tentativi di "giusto mix", alla fine, o producono gli stessi difetti del modello socialista anche se più attutiti (per esempio, il modello tedesco di economia sociale di mercato), oppure si trasformano in liberalizzazioni malfatte, cioè in riduzioni delle vecchie garanzie senza creazione di nuove che assicurino un accesso di massa al mercato (l'abortita Terza via di Blair). Infatti la sinistra occidentale, alle prese con l'evidente fallimento tecnico dei concetti economici socialisti, tenta di salvare lo Stato sociale non innovandolo per cercare nuove forme di garanzie sociali, ma semplicemente riducendo lo statalismo di quel tanto che lo rende sostenibile.

Così restano i difetti del socialismo che impoveriscono tutti e in più si restringono le garanzie peri deboli. Fino al punto che tocca a noi liberisti porci con urgenza il problema di fare il lavoro storico che la sinistra non sa fare, cioè di generare le istituzioni di socializzazione dell'economia per evitare la spaccatura della società tra ricchi e poveri. Come? L'evidenza di ricerca mostra che la transizione dal socialismo a un socialismo liberale, o "giusto mix", non funziona . Perché? La sinistra resta ancorata al concetto di "garanzia redistributiva", cioè di dare i soldi a chi non li produce togliendoli a chi li fa. Ciò spiega il fallimento tecnico delle seconde e terze vie.

E mostra quale sia il punto critico: inventare garanzie che invece di essere una sottrazione di ricchezza diventino un aumento. Si può? Certo. Dimezzo le tasse, ma con quello che mi resta - molto - sostengo il diritto di ciascun individuo a essere formato in modo tale da poter ottenere una buona posizione sul mercato. Il nuovo Stato non deve perdere la socialità, ma trasformarla da assistenzialismo suicida in investimento su ciascun individuo affinchè questi possa avere un reddito non per legge, ma grazie a un valore concorrenziale nel libero mercato. Tale fortissimo diritto alla formazione impone che sia la comunità, in forma di Stato centrale e locale (meglio), a garantirlo. Quando nasci la comunità ti assicura che sarai formato al pari di qualsiasi altro con lo standard più alto possibile. E che sarai ri-formato continuamente e mai lasciato solo. Ma non assistito con denaro a perdere diretto o indiretto, a meno che tu non stia male. L'idea è quella di usare le tasse principalmente per due azioni: a) finanziare il diritto di tutti a pari opportunità per accedere alla ricchezza; b) dare dei servizi ad hoc (supervisionati, ma non necessariamente gestiti, dal potere pubblico) di inserimento nel mercato quando uno ha dei problemi.

Queste due nuove "garanzie di investimento" sono in grado di sostituire, con maggiore efficacia, tutte quelle redistributive, pretenzioniste, di solidarietà e sindacali ora esistenti nello Stato sociale. In particolare, investendo sulle competenze degli individui questa nuova formula politica (che chiamo "Stato della crescita") permette al mercato di crescere continuamente e di diffondere la ricchezza a tutti per merito proprio. Nel mondo un modello così promettente di "liberismo sociale" ancora non c'è, neanche in America (il "repubblicanesimo compassionevole" di Bush è in questo spirito, ma non propone innovazioni sul piano delle garanzie). In conclusione, trovo entusiasmante che possa essere l'Italia il primo Paese a tentare di costruire e mostrare al mondo, nonché ai nostri partner e concorrenti europei - rendendo il nostro modello interno più competitivo del loro -, la nuova formula. Per questo lancio un appello agli amici liberisti. La strada giusta è quella di riasfaltare la prima via e non restare, noi, ancorati ai dogmi dello "Stato minimo". Lo Stato giusto non è né massimo né minimo, ma quello che serve.

E oggi serve un liberismo sociale, una mano visibile che rassicuri ogni cittadino italiano che la comunità nazionale, pur senza assitenzialismo, non lo lascerà mai solo sul mercato, ma investirà continuamente su di lui.

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Questo vuol dire che la concorrenza economica tra i diversi Paesi entro l'alleanza europea resterà molto elevata e che la vincerà chi saprà anche darsi la migliore formula politico-istituzionale interna. In sintesi, dopo decenni di assenza della "grande politica" nel nostro dibattito nazionale, perché governati dall'esterno - prima dalla Pax americana durante la Guerra fredda e più recentemente dalla diarchia franco-tedesca - ora l'Italia si trova nuovamente sovrana e di fronte al formidabile impegno di darsi un modello che le permetta di competere a livello europeo e globale, partendo da una grave condizione di svantaggio. E' proprio il momento per rimetterci a pensare in grande.

Qual è il punto principale di progettazione di una formula politica interna competitiva? Come bilanciare la creazione della ricchezza con la sua diffusione sociale in modo tale da ottenere la condizione di "capitalismo di massa". I dati di ricerca mostrano che tutti e tre i grandi modelli sperimentati dalle democrazie occidentali non riescono a farlo bene. Quello socialista-statalista, la "seconda via", soffoca la creazione della ricchezza. Quello liberista classico, la "prima via", è il più potente in assoluto per generare la crescita, ma non garantisce che i suoi benefici si diffondano a tutti.

Il terzo modello cerca un compromesso tra liberismo e socialismo. Ma i dati mostrano che i diversi tentativi di "giusto mix", alla fine, o producono gli stessi difetti del modello socialista anche se più attutiti (per esempio, il modello tedesco di economia sociale di mercato), oppure si trasformano in liberalizzazioni malfatte, cioè in riduzioni delle vecchie garanzie senza creazione di nuove che assicurino un accesso di massa al mercato (l'abortita Terza via di Blair). Infatti la sinistra occidentale, alle prese con l'evidente fallimento tecnico dei concetti economici socialisti, tenta di salvare lo Stato sociale non innovandolo per cercare nuove forme di garanzie sociali, ma semplicemente riducendo lo statalismo di quel tanto che lo rende sostenibile.

Così restano i difetti del socialismo che impoveriscono tutti e in più si restringono le garanzie peri deboli. Fino al punto che tocca a noi liberisti porci con urgenza il problema di fare il lavoro storico che la sinistra non sa fare, cioè di generare le istituzioni di socializzazione dell'economia per evitare la spaccatura della società tra ricchi e poveri. Come? L'evidenza di ricerca mostra che la transizione dal socialismo a un socialismo liberale, o "giusto mix", non funziona . Perché? La sinistra resta ancorata al concetto di "garanzia redistributiva", cioè di dare i soldi a chi non li produce togliendoli a chi li fa. Ciò spiega il fallimento tecnico delle seconde e terze vie.

E mostra quale sia il punto critico: inventare garanzie che invece di essere una sottrazione di ricchezza diventino un aumento. Si può? Certo. Dimezzo le tasse, ma con quello che mi resta - molto - sostengo il diritto di ciascun individuo a essere formato in modo tale da poter ottenere una buona posizione sul mercato. Il nuovo Stato non deve perdere la socialità, ma trasformarla da assistenzialismo suicida in investimento su ciascun individuo affinchè questi possa avere un reddito non per legge, ma grazie a un valore concorrenziale nel libero mercato. Tale fortissimo diritto alla formazione impone che sia la comunità, in forma di Stato centrale e locale (meglio), a garantirlo. Quando nasci la comunità ti assicura che sarai formato al pari di qualsiasi altro con lo standard più alto possibile. E che sarai ri-formato continuamente e mai lasciato solo. Ma non assistito con denaro a perdere diretto o indiretto, a meno che tu non stia male. L'idea è quella di usare le tasse principalmente per due azioni: a) finanziare il diritto di tutti a pari opportunità per accedere alla ricchezza; b) dare dei servizi ad hoc (supervisionati, ma non necessariamente gestiti, dal potere pubblico) di inserimento nel mercato quando uno ha dei problemi.

Queste due nuove "garanzie di investimento" sono in grado di sostituire, con maggiore efficacia, tutte quelle redistributive, pretenzioniste, di solidarietà e sindacali ora esistenti nello Stato sociale. In particolare, investendo sulle competenze degli individui questa nuova formula politica (che chiamo "Stato della crescita") permette al mercato di crescere continuamente e di diffondere la ricchezza a tutti per merito proprio. Nel mondo un modello così promettente di "liberismo sociale" ancora non c'è, neanche in America (il "repubblicanesimo compassionevole" di Bush è in questo spirito, ma non propone innovazioni sul piano delle garanzie). In conclusione, trovo entusiasmante che possa essere l'Italia il primo Paese a tentare di costruire e mostrare al mondo, nonché ai nostri partner e concorrenti europei - rendendo il nostro modello interno più competitivo del loro -, la nuova formula. Per questo lancio un appello agli amici liberisti. La strada giusta è quella di riasfaltare la prima via e non restare, noi, ancorati ai dogmi dello "Stato minimo". Lo Stato giusto non è né massimo né minimo, ma quello che serve.

E oggi serve un liberismo sociale, una mano visibile che rassicuri ogni cittadino italiano che la comunità nazionale, pur senza assitenzialismo, non lo lascerà mai solo sul mercato, ma investirà continuamente su di lui.

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Questo vuol dire che la concorrenza economica tra i diversi Paesi entro l'alleanza europea resterà molto elevata e che la vincerà chi saprà anche darsi la migliore formula politico-istituzionale interna. In sintesi, dopo decenni di assenza della "grande politica" nel nostro dibattito nazionale, perché governati dall'esterno - prima dalla Pax americana durante la Guerra fredda e più recentemente dalla diarchia franco-tedesca - ora l'Italia si trova nuovamente sovrana e di fronte al formidabile impegno di darsi un modello che le permetta di competere a livello europeo e globale, partendo da una grave condizione di svantaggio. E' proprio il momento per rimetterci a pensare in grande.

Qual è il punto principale di progettazione di una formula politica interna competitiva? Come bilanciare la creazione della ricchezza con la sua diffusione sociale in modo tale da ottenere la condizione di "capitalismo di massa". I dati di ricerca mostrano che tutti e tre i grandi modelli sperimentati dalle democrazie occidentali non riescono a farlo bene. Quello socialista-statalista, la "seconda via", soffoca la creazione della ricchezza. Quello liberista classico, la "prima via", è il più potente in assoluto per generare la crescita, ma non garantisce che i suoi benefici si diffondano a tutti.

Il terzo modello cerca un compromesso tra liberismo e socialismo. Ma i dati mostrano che i diversi tentativi di "giusto mix", alla fine, o producono gli stessi difetti del modello socialista anche se più attutiti (per esempio, il modello tedesco di economia sociale di mercato), oppure si trasformano in liberalizzazioni malfatte, cioè in riduzioni delle vecchie garanzie senza creazione di nuove che assicurino un accesso di massa al mercato (l'abortita Terza via di Blair). Infatti la sinistra occidentale, alle prese con l'evidente fallimento tecnico dei concetti economici socialisti, tenta di salvare lo Stato sociale non innovandolo per cercare nuove forme di garanzie sociali, ma semplicemente riducendo lo statalismo di quel tanto che lo rende sostenibile.

Così restano i difetti del socialismo che impoveriscono tutti e in più si restringono le garanzie peri deboli. Fino al punto che tocca a noi liberisti porci con urgenza il problema di fare il lavoro storico che la sinistra non sa fare, cioè di generare le istituzioni di socializzazione dell'economia per evitare la spaccatura della società tra ricchi e poveri. Come? L'evidenza di ricerca mostra che la transizione dal socialismo a un socialismo liberale, o "giusto mix", non funziona . Perché? La sinistra resta ancorata al concetto di "garanzia redistributiva", cioè di dare i soldi a chi non li produce togliendoli a chi li fa. Ciò spiega il fallimento tecnico delle seconde e terze vie.

E mostra quale sia il punto critico: inventare garanzie che invece di essere una sottrazione di ricchezza diventino un aumento. Si può? Certo. Dimezzo le tasse, ma con quello che mi resta - molto - sostengo il diritto di ciascun individuo a essere formato in modo tale da poter ottenere una buona posizione sul mercato. Il nuovo Stato non deve perdere la socialità, ma trasformarla da assistenzialismo suicida in investimento su ciascun individuo affinchè questi possa avere un reddito non per legge, ma grazie a un valore concorrenziale nel libero mercato. Tale fortissimo diritto alla formazione impone che sia la comunità, in forma di Stato centrale e locale (meglio), a garantirlo. Quando nasci la comunità ti assicura che sarai formato al pari di qualsiasi altro con lo standard più alto possibile. E che sarai ri-formato continuamente e mai lasciato solo. Ma non assistito con denaro a perdere diretto o indiretto, a meno che tu non stia male. L'idea è quella di usare le tasse principalmente per due azioni: a) finanziare il diritto di tutti a pari opportunità per accedere alla ricchezza; b) dare dei servizi ad hoc (supervisionati, ma non necessariamente gestiti, dal potere pubblico) di inserimento nel mercato quando uno ha dei problemi.

Queste due nuove "garanzie di investimento" sono in grado di sostituire, con maggiore efficacia, tutte quelle redistributive, pretenzioniste, di solidarietà e sindacali ora esistenti nello Stato sociale. In particolare, investendo sulle competenze degli individui questa nuova formula politica (che chiamo "Stato della crescita") permette al mercato di crescere continuamente e di diffondere la ricchezza a tutti per merito proprio. Nel mondo un modello così promettente di "liberismo sociale" ancora non c'è, neanche in America (il "repubblicanesimo compassionevole" di Bush è in questo spirito, ma non propone innovazioni sul piano delle garanzie). In conclusione, trovo entusiasmante che possa essere l'Italia il primo Paese a tentare di costruire e mostrare al mondo, nonché ai nostri partner e concorrenti europei - rendendo il nostro modello interno più competitivo del loro -, la nuova formula. Per questo lancio un appello agli amici liberisti. La strada giusta è quella di riasfaltare la prima via e non restare, noi, ancorati ai dogmi dello "Stato minimo". Lo Stato giusto non è né massimo né minimo, ma quello che serve.

E oggi serve un liberismo sociale, una mano visibile che rassicuri ogni cittadino italiano che la comunità nazionale, pur senza assitenzialismo, non lo lascerà mai solo sul mercato, ma investirà continuamente su di lui.

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2000-7-1

1/7/2000

Il liberismo sociale

Siamo all'avvio di una lunga campagna elettorale in vista delle più importanti elezioni politiche della storia italiana dopo quelle del 1948 (che decisero l'appartenenza dell'Italia al sistema di democrazia occidentale). Nel 2001, infatti, il Paese sarà alle prese con un'altra decisione di carattere epocale: in ogni caso sarà necessario modificare l'attuale modello di Stato sociale, perché, nei fatti, nei fatti, non regge più. Inoltre l'Unione europea sta evolvendo più chiaramente verso un modello dove gli Stati nazionali resteranno sostanzialmente sovrani e non si scioglieranno in un unico sistema.

Questo vuol dire che la concorrenza economica tra i diversi Paesi entro l'alleanza europea resterà molto elevata e che la vincerà chi saprà anche darsi la migliore formula politico-istituzionale interna. In sintesi, dopo decenni di assenza della "grande politica" nel nostro dibattito nazionale, perché governati dall'esterno - prima dalla Pax americana durante la Guerra fredda e più recentemente dalla diarchia franco-tedesca - ora l'Italia si trova nuovamente sovrana e di fronte al formidabile impegno di darsi un modello che le permetta di competere a livello europeo e globale, partendo da una grave condizione di svantaggio. E' proprio il momento per rimetterci a pensare in grande.

Qual è il punto principale di progettazione di una formula politica interna competitiva? Come bilanciare la creazione della ricchezza con la sua diffusione sociale in modo tale da ottenere la condizione di "capitalismo di massa". I dati di ricerca mostrano che tutti e tre i grandi modelli sperimentati dalle democrazie occidentali non riescono a farlo bene. Quello socialista-statalista, la "seconda via", soffoca la creazione della ricchezza. Quello liberista classico, la "prima via", è il più potente in assoluto per generare la crescita, ma non garantisce che i suoi benefici si diffondano a tutti.

Il terzo modello cerca un compromesso tra liberismo e socialismo. Ma i dati mostrano che i diversi tentativi di "giusto mix", alla fine, o producono gli stessi difetti del modello socialista anche se più attutiti (per esempio, il modello tedesco di economia sociale di mercato), oppure si trasformano in liberalizzazioni malfatte, cioè in riduzioni delle vecchie garanzie senza creazione di nuove che assicurino un accesso di massa al mercato (l'abortita Terza via di Blair). Infatti la sinistra occidentale, alle prese con l'evidente fallimento tecnico dei concetti economici socialisti, tenta di salvare lo Stato sociale non innovandolo per cercare nuove forme di garanzie sociali, ma semplicemente riducendo lo statalismo di quel tanto che lo rende sostenibile.

Così restano i difetti del socialismo che impoveriscono tutti e in più si restringono le garanzie peri deboli. Fino al punto che tocca a noi liberisti porci con urgenza il problema di fare il lavoro storico che la sinistra non sa fare, cioè di generare le istituzioni di socializzazione dell'economia per evitare la spaccatura della società tra ricchi e poveri. Come? L'evidenza di ricerca mostra che la transizione dal socialismo a un socialismo liberale, o "giusto mix", non funziona . Perché? La sinistra resta ancorata al concetto di "garanzia redistributiva", cioè di dare i soldi a chi non li produce togliendoli a chi li fa. Ciò spiega il fallimento tecnico delle seconde e terze vie.

E mostra quale sia il punto critico: inventare garanzie che invece di essere una sottrazione di ricchezza diventino un aumento. Si può? Certo. Dimezzo le tasse, ma con quello che mi resta - molto - sostengo il diritto di ciascun individuo a essere formato in modo tale da poter ottenere una buona posizione sul mercato. Il nuovo Stato non deve perdere la socialità, ma trasformarla da assistenzialismo suicida in investimento su ciascun individuo affinchè questi possa avere un reddito non per legge, ma grazie a un valore concorrenziale nel libero mercato. Tale fortissimo diritto alla formazione impone che sia la comunità, in forma di Stato centrale e locale (meglio), a garantirlo. Quando nasci la comunità ti assicura che sarai formato al pari di qualsiasi altro con lo standard più alto possibile. E che sarai ri-formato continuamente e mai lasciato solo. Ma non assistito con denaro a perdere diretto o indiretto, a meno che tu non stia male. L'idea è quella di usare le tasse principalmente per due azioni: a) finanziare il diritto di tutti a pari opportunità per accedere alla ricchezza; b) dare dei servizi ad hoc (supervisionati, ma non necessariamente gestiti, dal potere pubblico) di inserimento nel mercato quando uno ha dei problemi.

Queste due nuove "garanzie di investimento" sono in grado di sostituire, con maggiore efficacia, tutte quelle redistributive, pretenzioniste, di solidarietà e sindacali ora esistenti nello Stato sociale. In particolare, investendo sulle competenze degli individui questa nuova formula politica (che chiamo "Stato della crescita") permette al mercato di crescere continuamente e di diffondere la ricchezza a tutti per merito proprio. Nel mondo un modello così promettente di "liberismo sociale" ancora non c'è, neanche in America (il "repubblicanesimo compassionevole" di Bush è in questo spirito, ma non propone innovazioni sul piano delle garanzie). In conclusione, trovo entusiasmante che possa essere l'Italia il primo Paese a tentare di costruire e mostrare al mondo, nonché ai nostri partner e concorrenti europei - rendendo il nostro modello interno più competitivo del loro -, la nuova formula. Per questo lancio un appello agli amici liberisti. La strada giusta è quella di riasfaltare la prima via e non restare, noi, ancorati ai dogmi dello "Stato minimo". Lo Stato giusto non è né massimo né minimo, ma quello che serve.

E oggi serve un liberismo sociale, una mano visibile che rassicuri ogni cittadino italiano che la comunità nazionale, pur senza assitenzialismo, non lo lascerà mai solo sul mercato, ma investirà continuamente su di lui.

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