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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2000-6-21

21/6/2000

Africa: ecco perché faremmo bene ad investire nel continente

La diplomazia italiana, anche se tardivamente, ha agito bene per far cessare la guerra tra Etiopia ed Eritrea, iniziata nel maggio 1998. Il conflitto è stato di scala maggiore e non minore, così l’emergenza umanitaria: circa 100mila morti, 700mila profughi, 2 milioni di civili a serio rischio per mancanza di aiuti, 3 milioni di eritrei e 55 milioni di etiopi impoveriti perché tutte le risorse valutarie sono finite in armi e non in sviluppo, 400 milioni di dollari spesi da Asmara, più di 700 da Addis Abeba. L’accordo di tregua siglato domenica scorsa ad Algeri ha avuto come come garanti l’Oua (Organizzazione per l’unità africana), l’Italia in rappresentanza della UE e gli Stati Uniti. Ma la questione non è per nulla finita. Ora Roma (noi) deve valutare l’entità del proprio impegno futuro per la pacificazione dell’area. Due decisioni sono critiche: se mandare truppe e, se sì, quante e con quale ruolo; quantità e modalità degli aiuti .  Cerchiamo di definire i criteri per una decisione razionale.

Questi non possono solo essere ispirati dalle pur sacrosante motivazioni umanitarie, ma devono tener conto del nostro interesse nazionale, cioè dei parametri con i quali calcolare costi e benefici affinchè i secondi giustifichino i primi. Ne sottopongo due alla vostra attenzione. 

Primo. L’Italia, anche se provvisoriamente scarcagnata ed impoverita sul piano interno da un sorprendente dilettantismo politico e tecnico dei governi di sinistra, è comunque una delle prime dieci potenze al mondo per ricchezza e capacità militare. Tale posizione ci permette di esportare, teoricamente, una certa quota di sicurezza al resto del pianeta. Il farlo bene ha un tornaconto. Quello di potersi sedere sulle sedie migliori degli organismi internazionali dove si decidono le grandi questioni mondiali, tra cui le regole economiche e commerciali che possono avvantagiarci o svantaggiarci. Va detto che la politica estera italiana ha da sempre avuto ben chiara questa regola del gioco. Ma, per debolezza del sistema politico interno, ha dovuto esportare sicurezza per lo più in forme di partecipazione minoritaria o solo simbolica alle iniziative internazionali. Così è successo che i nostri sforzi all’estero, comunque tanti e costosisissimi negli ultimi venti anni, non siano stati pienamente riconosciuti e remunerati, in forma di influenza politica, dai partner. In sintesi, abbiamo più dato che avuto. Con l’eccezione della guerra dell’Irak (1991) dove l’invio di pochi aerei e qulche nave al fronte ci ha permesso di risparmiare i circa quattromila e più miliardi equivalenti di lire che, per esempio, giapponesi e  tedeschi hanno dovuto versare agli americani come quota spese per l’intervento (costato complessivamente sui 75 miliardi di dollari) perché non hanno mandato truppe. Ma in Albania e Kosovo, per esempio, abbiamo speso e rischiato molto senza avere nulla in cambio. La soluzione del problema di bilanciamento tra costi e benefici per tale materia, in generale, consiste nell’assumere un profilo più deciso nelle azioni internazionali e prendersi la leadership dell’iniziativa in quei casi che sono alla portata delle nostra forza reale. Il Corno d’Africa lo è.

  1. B) Noi siamo costretti, volenti o nolenti, ad occuparci di Africa perché siamo territorialmente contigui ed esposti a tutto quello che vi succede in negativo. Ed anche in positivo. Per esempio, la formazione di un pacificato e crescente mercato africano interno comporterebbe quella di un’area economica mediterranea piena di opportunità che aiuterebbe lo sviluppo del nostro Sud che ne è il centro geoeconomico di fatto. Quindi è evidente interesse italiano stabilizzare l’Africa. Ma è questione meno prioritaria per gli altri europei (Francia a parte, ma spesso con visioni divergenti dalle nostre) e da soli non possiamo ottenere il risultato. Affidarci solo agli americani non sarebbe prudente (lo abbiamo visto nel disastro della Somalia). In sintesi, dobbiamo trovare un modo per impegnare di più le risorse dell’UE verso sud. Il modo migliore per ottenerlo è quello di prendere noi la leadership degli interventi in tale direzione e costringere di fatto gli europei a starci dietro.

Con questo in mente, proviamo a definire il raggio del nostro possibile impegno per la pacificazione del Corno D’Africa. Ad Algeri è stato deciso che verranno mandate truppe Onu a presidiare una fascia di 25 Km. per separare etiopi ed eritrei. E’ stato ventilato l’intervento di truppe italiane. Secondo me dovremmo inviarne una quantità utile a segnalare un impegno forte (almeno quattromila). Soprattutto – novità - dovrebbe essere italiano il comando della missione. E nella composizione internazionale della forza Onu l’Italia dovrebbe premere affinchè prevalga la partecipazione di truppe provenienti da altri paesi africani come occasione per educarne i governi a gestire l’ordine continentale interno. In sintesi, l’Italia dovrebbe prendere una sostanziosa leaderhip specifica e sperimentare formule tutoriali e di partenariato con gli altri africani, utili per stabilizzazioni future del continente martoriato. A tale impegno di “guida forte” dovrebbe corrispondere la formazione di un fondo di investimento per l’area, a conduzione altrettanto italiana (ovviamente bilanciata sul piano diplomatico), che veicoli le risorse della UE. Non si può certo qui fare un piano dettagliato. Ma possiamo mettere a fuoco e decidere sul  punto principale: comunque dovremo impegnarci, tanto vale che lo facciamo non con i soliti ruoli secondari che ci espongono ad alti costi e rischi senza benefici, ma  da protagonisti.

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